Da raffinato mobile d’ebanisteria delle corti francesi a presenza irrinunciabile nelle case degli italiani
Per capire quanto il bidè sia entrato nelle abitudini degli italiani, spesso bisogna trovarsi all’estero. Si entra nel bagno di un albergo, si trovano il lavabo, la doccia e il water. E pure lo sguardo continua a cercare qualcosa. C’è un vuoto difficile da ignorare: manca il bidè.
Il particolare curioso è che questo oggetto, ormai percepito quasi come un’invenzione nazionale, non nacque affatto in Italia. Il nome è francese e la sua storia cominciò probabilmente nelle camere dell’aristocrazia d’Oltralpe, durante i primi decenni del Settecento. E non cominciò nella stanza da bagno. Anche perché il bagno, come ambiente autonomo dotato di acqua corrente e scarichi, nelle abitazioni dell’epoca quasi non esisteva. La cura del corpo avveniva nella camera da letto, nel guardaroba o nel boudoir. La servitù portava l’acqua nelle brocche, riempiva i catini e, terminata la toilette, provvedeva a svuotarli.
In questo mondo comparve uno strano mobile dalla forma allungata, sostenuto da gambe e provvisto di un bacile estraibile in maiolica, porcellana o metallo. Per utilizzarlo bisognava sedersi a cavalcioni. Ed ecco spiegato il nome. In francese bidet indicava già nel Cinquecento un piccolo cavallo. Nel 1739 la stessa parola compare con un nuovo significato: quello di mobile destinato alla toilette. La metafora doveva apparire immediatamente comprensibile. Chi vi si sedeva sembrava montare un cavallino domestico, immobile e certamente più docile di quelli veri.
Non conosciamo con certezza il nome dell’inventore. Christophe Des Rosiers viene spesso indicato come il creatore del bidè, ma l’attribuzione non è sostenuta da prove conclusive. È più prudente immaginare che l’oggetto sia nato dall’esperienza dei mobilieri francesi, adattando sedute, catini e piccoli arredi già presenti nelle camere aristocratiche. Il primo bidè era dunque un mobile, non un sanitario.
Poteva essere semplice e funzionale oppure costruito con la stessa attenzione riservata agli altri arredi della stanza. Alcuni modelli erano lastronati con legni pregiati, arricchiti da cuoio e bronzi, completati da bacili dipinti. Una volta chiuso il coperchio, potevano sembrare sgabelli o piccole poltroncine. La loro funzione più intima rimaneva opportunamente nascosta. Anche le necessità del corpo dovevano rispettare l’eleganza dell’ambiente.
Il Musée des Arts Décoratifs di Parigi conserva, per esempio, un bidè attribuito all’ebanista Simon Oeben e realizzato nel terzo quarto del Settecento. Possiede una struttura in rovere, una lastronatura in bois de satin, parti in cuoio e un bacile di maiolica decorato a più colori. Proveniva dal castello di Chanteloup ed era appartenuto al duca di Penthièvre. Più che un semplice recipiente per lavarsi, era il risultato del lavoro congiunto di ebanisti, ceramisti e tappezzieri. Possederne uno significava, naturalmente, poter disporre anche di una camera privata, di acqua in quantità sufficiente e di qualcuno incaricato di trasportarla, riscaldarla e portarla via. Il bidè nacque quindi come privilegio delle classi più agiate, non come oggetto popolare.
Ma proprio la sua funzione contribuì a circondarlo di imbarazzo, allusioni e sospetti.

Non mancò nemmeno una certa vena maliziosa. Lo dimostra un dipinto attribuito a Louis-Léopold Boilly, La Toilette intime ou la Rose effeuillée (circa 1790), in cui una dama è raffigurata mentre fa uso del bidè. La scena è elegante, ma il titolo e l’atmosfera lasciano intuire che il pittore non volesse parlare soltanto di igiene: quella “rosa sfogliata” sembra ammiccare con garbo a una dimensione più intima e seduttiva.
Quella reputazione ambigua non rimase confinata alla pittura. Il bidè trovò posto anche in numerose case di tolleranza, dove veniva utilizzato per la pulizia dopo gli incontri. In alcuni casi fu erroneamente considerato persino un mezzo per evitare gravidanze. La sua presenza in questi ambienti contribuì a rafforzare l’idea che non si trattasse di un rispettabile oggetto domestico, ma di uno strumento legato alla sessualità e a comportamenti dei quali era preferibile non parlare. Si verificò così un curioso paradosso: un mobile nato nelle camere più raffinate d’Europa finì per essere giudicato poco decoroso proprio perché destinato alla pulizia.
Nonostante i sospetti, il piccolo cavallo continuò il suo viaggio e raggiunse anche le corti italiane. Uno degli esemplari più celebri si trova nella Reggia di Caserta, nel boudoir di Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, moglie di Ferdinando IV di Borbone. La Reggia lo definisce prudentemente «uno dei primi bidet d’Italia»: è costruito in mogano e bronzo dorato e conservato all’interno di una nicchia. Gli ambienti privati della regina, realizzati tra il 1780 e il 1782 sotto la direzione di Carlo Vanvitelli, erano dotati di comodità eccezionali per il tempo. Vi erano una vasca laminata d’oro con rubinetti per l’acqua calda e fredda, lavamani di marmo e persino un gabinetto provvisto di scarico. Il bidè non era quindi una curiosità isolata, ma parte di un sistema dedicato all’igiene personale sorprendentemente avanzato.
La sua trasformazione definitiva avvenne però molto più tardi. Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, l’acqua corrente cominciò a entrare stabilmente nelle abitazioni. Comparvero tubature, scarichi e locali destinati esclusivamente alla pulizia del corpo. Il bidè seguì l’acqua e si trasferì dalla camera da letto alla nuova stanza da bagno. Fu allora che abbandonò il mondo dell’ebanisteria.
Il legno, poco adatto al contatto continuo con l’umidità, lasciò il posto alla ceramica smaltata. Il bacile non dovette più essere riempito e svuotato dalla servitù: bastava aprire un rubinetto. Scomparvero le gambe sagomate, le lastronature, il cuoio e i coperchi imbottiti. Il mobile divenne un sanitario.
Del cavallino originario rimasero soltanto il nome e la posizione assunta per utilizzarlo.
La diffusione non fu però uguale in tutti i Paesi. In diversi luoghi il bidè continuò a essere considerato ingombrante, superfluo o compromesso dalla sua antica reputazione. In Italia, invece, soprattutto con la costruzione delle nuove abitazioni nel secondo dopoguerra, entrò stabilmente nei bagni delle famiglie. Quello che un tempo era un privilegio aristocratico diventò un oggetto comune. La sua affermazione fu tanto completa da raggiungere persino la normativa. Il Decreto ministeriale del 5 luglio 1975 stabilì che almeno una stanza da bagno di ogni alloggio dovesse essere dotata di vaso, bidè, vasca oppure doccia e lavabo. Il lungo viaggio era terminato: il mobile trasportato dalla servitù era diventato ufficialmente una componente della casa italiana.
Oggi il bidè resta accanto al water, bianco, discreto e apparentemente privo di misteri. E pure dietro quella semplice forma di ceramica si nascondono le camere dei nobili, il lavoro degli ebanisti, le brocche portate dalla servitù, il boudoir di una regina, le allusioni dei pittori e la reputazione equivoca delle case di tolleranza.
La Francia gli diede il nome e probabilmente i primi esemplari. L’ebanisteria gli conferì eleganza. L’acqua corrente lo trasformò. L’Italia, infine, lo adottò con tale convinzione da non riuscire quasi più a immaginare un bagno senza di lui.
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