«… buona parte della sorte di un capo a fine vita si decide proprio nel momento dell’acquisto …»
Nel 2018 è stata istituita la Giornata Mondiale del Riciclo, che si celebra il 18 marzo e ha lo scopo di far conoscere a governi, aziende e cittadini l’importanza del riciclo e dell’economia circolare.
Elena Ferrero nell’aprile 2020, in pieno Covid-19, ha avviato un’attività che ha come obiettivo la riduzione dell’impatto ambientale nel settore della moda.
Laureata in Scienze degli Alimenti e della Nutrizione Umana, hai lavorato come nutrizionista in un poliambulatorio e insegnato educazione alimentare in alcune scuole primarie del Piemonte. Nel tempo libero, ti sei dedicata sia alla divulgazione scientifica in campo alimentare-sanitario sia alla lotta all’abusivismo di professione in ambito nutrizionale, come mai ti occupi di moda?
Ho avuto in realtà una formazione molto variegata e trasversale parallelamente a quella in campo nutrizionale, poiché sono sempre stata incusiosita da moltissimi campi differenti. Dopo l’Università, poi, ho frequentato “Talenti per l’Impresa”, un percorso sull’imprenditorialità rivolto a neolaureati. Durante questa esperienza, oltre a essere formati su come si crea, lancia e porta avanti un’impresa, siamo stati stimolati a tirar fuori delle idee innovative e a coltivarle come delle vere e proprie startup. La mia idea (ovviamente in una versione del tutto embrionale) era Atelier Riforma.
Essendo interessata soprattutto alle questioni ambientali (che prima applicavo al settore del cibo, ma si applicano a qualsiasi settore) mi è venuto spontaneo tirar fuori un’idea legata all’economia circolare e alla riduzione degli sprechi… concetti che si collegano benissimo ai vestiti.
Insomma, mi sono inserita nel settore tessile-moda da neofita, ma – studiando e mettendo le mani in pasta ogni giorno – oggi sono diventata un’esperta di moda circolare e gestione sostenibile degli scarti tessili.
Credo che le nozioni, se si ha la giusta motivazione, si apprendano facilmente e rapidamente. Quella che va costruita è l’impostazione mentale all’apprendimento continuo.
Dal 2020 a oggi come si è sviluppato il progetto «Atelier Riforma»?
La nostra attività iniziale (2019-2021) si è focalizzata sull’upcycling sartoriale (trasformazione creativa di indumenti usati). Noi lo chiamavamo “riforma”, da qui il nostro nome. Nella pratica, ci occupavamo di raccogliere indumenti dismessi e di affidarli ad artigiani e sartorie sociali affinché fossero trasformati per renderli nuovamente utilizzabili e interessanti per i consumatori finali. La rete di “upcyclers” che abbiamo via via creato è arrivata a più di 20 realtà in tutta Italia, comprendendo anche progetti di inclusione lavorativa di ex-detenute, donne vittime di violenza e migranti. Una volta “riformati”, i prodotti venivano rivenduti sul nostro e-commerce (il primo in Italia dedicato a vestiti upcycled).
Con l’intenzione di applicare questo modello circolare a una scala più ampia, abbiamo poi sviluppato (da zero!) e brevettato una tecnologia innovativa, Re4Circular, alla base della nostra attuale attività. Oggi offriamo Re4Circular agli enti che raccolgono indumenti usati e alle aziende di moda con invenduti o stock da gestire, consentendo loro di catalogare e digitalizzare in automatico qualunque indumento, identificando tutti i dati essenziali per la sua valorizzazione nel mercato dell’economia circolare. Questi dati confluiscono su una piattaforma digitale, attraverso la quale le realtà utilizzatrici possono rivendere i materiali tessili a professionisti e aziende che li ricercano per la propria attività. In questo modo ciascun tessile può trovare più facilmente e trasparentemente il suo reimpiego, per esempio nel riutilizzo, nel riciclo o nell’upcycling.
«Atelier Riforma» utilizza l’Intelligenza Artificiale?
Sì, e dai tempi in cui l’IA non era così conosciuta come ora! Come dicevo, attraverso il nostro strumento Re4Circular è possibile registrare e trasmettere tutte le informazioni dei capi usati (per esempio la tipologia, il genere, la stagionalità, la taglia, i materiali di cui sono composti, il marchio, in che condizioni si trovano, ecc.) alle realtà circolari che sono in grado di dare loro una seconda vita. Proprio questo processo di catalogazione è automatizzato dall’Intelligenza Artificiale, allenata da noi per riconoscere queste informazioni da una semplice fotografia del capo e della sua etichetta.
Inizialmente «Atelier Riforma» raccoglieva gratuitamente abiti usati provenienti da privati ed Enti: è cambiato il tipo di raccolta?
Ora il concetto è fornire uno strumento per gestire al meglio i capi usati a chi già è organizzato per raccoglierli. Re4Circular è, infatti, una tecnologia che può usare qualsiasi realtà, in qualsiasi luogo. In questo modo l’impatto che possiamo ottenere è molto più ampio di quello che potevamo ottenere raccogliendo noi i vestiti, perché non ha limiti né quantitativi né geografici. È il concetto di “scalabilità” tipico delle startup.
Come sono suddivisi gli indumenti destinati al riciclo?
Smistare i prodotti tessili dismessi in funzione dell’economia circolare è un lavoro che richiede competenza ed esperienza. Sono tantissimi i fattori da tenere in considerazione per identificare il processo circolare più adatto per uno specifico indumento. Faccio degli esempi: se un prodotto è fatto di una mischia di materiali differenti, contiene sostanze non ammesse o ha molti elementi non tessili (come borchie, paillettes, ecc.) sarà impossibile riciclarlo per ottenere nuovo filato; se invece un capo è in buone condizioni, è vintage e magari di un brand rinomato, sarà più semplice immetterlo nel mercato dell’usato; se un capo è da uomo, invernale, di una taglia media e ancora in buone condizioni, sarà più utile come donazione solidale; se un prodotto è stato realizzato con buone materie prime, ha una fantasia interessante, ma ha piccoli segni di usura, potrà essere facilmente riparato o indirizzato alla trasformazione creativa-sartoriale, e così via.
Il 16 ottobre 2025 sono entrate in vigore le norme rivedute della direttiva quadro dell’Unione Europea sui rifiuti. Si tratta di un importante passo avanti nella lotta agli sprechi tessili e alimentari. Dati ufficiali segnalano che nel 2019 sono stati prodotti circa 12,6 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, di cui soltanto un quinto è stato raccolto separatamente per il riutilizzo o il riciclaggio. In che modo si può migliorare la situazione?
Le strategie sono molte: prima di tutto l’educazione dei consumatori a ridurre gli acquisti compulsivi, mantenere più a lungo i propri capi senza buttarli dopo un paio di utilizzi e conoscere la differenza tra donazione solidale di vestiti usati e conferimento di rifiuti tessili nella raccolta differenziata; poi applicare finalmente il tanto atteso regime della Responsabilità Estesa del Produttore (un sistema per il quale i produttori di prodotti tessili pagano una tassa – in base a quanto immettono sul mercato – che finanzierà le attività di raccolta e buona gestione dei tessili a fine vita) ed esigere dalle realtà impegnate nella raccolta e gestione dei vestiti usati maggiore trasparenza su che cosa fanno con i tessili che maneggiano; e infine investire in innovazione (per esempio nelle tecnologie che aiutano a smistare e indirizzare i tessili verso processi circolari o in quelle che permettono il riciclo “fiber-to-fiber”, ossia il processo che rigenera le fibre).
Alcune grandi catene di negozi organizzano punti di raccolta degli indumenti dismessi e in cambio offrono sconti per nuovi acquisti; la maggior parte di capi da riciclare, però, arriva dai cassonetti disseminati nelle città: in che modo si deve comportare il donatore perché i capi siano recuperati e riusati?
Innanzitutto, farei una precisazione sulla terminologia. Chi conferisce un capo in un cassonetto per la raccolta del tessile o lo consegna in un negozio con un programma di “take-back” non è un “donatore”. I capi in questo caso non sono raccolti per essere donati, bensì re-immessi nel mercato di seconda mano o – se non adatti – avviati a downcycling (stracci, materiale isolante, imbottiture) o smaltimento. Non che questo sia sbagliato, ma è bene conoscere la differenza a livello normativo. La donazione avviene solo nel caso di consegna dei capi a un ente no-profit (come un’associazione, una parrocchia, ecc.) direttamente presso la sua sede. In questo caso i vestiti possono essere donati a persone bisognose.
Da consumatori, per aumentare le probabilità che i prodotti tessili che dismettiamo non vengano sprecati o smaltiti in modo scorretto, bisogna agire a monte: la possibilità di riusare o riciclare un capo dipende principalmente dalla sua composizione e dalla sua durabilità (se un capo è di buona fattura durerà più a lungo e quindi potrà essere riutilizzato come capo di seconda, terza o anche quarta mano! Se un capo è fatto per il 100% di un unico materiale e di un unico colore potrà essere riciclato per ricreare una nuova fibra). Dunque, buona parte della sorte di un capo a fine vita si decide proprio nel momento dell’acquisto: quindi compriamo solo il necessario (senza essere trascinati dai trend momentanei e dai prezzi attrattivi del fast fashion) scegliamo capi di buona fattura e a composizione omogenea, quando possiamo, scegliamo capi usati o fatti con materiali riciclati, ripariamo (invece di buttare al primo strappo) leggiamo bene le etichette e impariamo a prenderci cura dei capi in base alle loro peculiarità, scambiamo, tramandiamo i vestiti tra parenti e amici… insomma, utilizziamoli il più a lungo possibile.
Che cosa ha significato fondare una startup da zero?
È stata una montagna russa. Non voglio alimentare l’idea luccicante che viene spesso propinata degli startupper con una vita facile e di successo. Al contrario: la quotidianità di chi lancia una startup è lastricata di sacrifici e rischi. Soprattutto negli anni iniziali, io non ho potuto darmi uno stipendio (che invece avrei potuto avere se avessi deciso di essere una “normale” dietista, per esempio) e ho, anzi, investito i miei pochi risparmi per lanciare e mantenere in piedi il progetto. Come molte altre startup, ci siamo scontrate con tantissime batoste, porte in faccia, competizione spregiudicata, sgambetti, rigidità del settore al cambiamento e i momenti di scoraggiamento sono stati tanti.
Allo stesso tempo abbiamo ottenuto dei piccoli investimenti, tra cui il principale da parte di 20Fund, un fondo dedicato alle startup a impatto sociale fondate da donne. Ci siamo anche aggiudicate diversi bandi, premi e grant sia a livello italiano sia europeo, che ci hanno permesso di realizzare dei progetti splendidi (come il progetto RiVestiTo) e creare posti di lavoro (e questo mi rende particolarmente orgogliosa!) soprattutto per giovanissimi e donne.
È un percorso che richiede tantissima pazienza: i risultati non arrivano subito e la bravura dello startupper sta nel resistere finché la propria idea non sboccia (oppure capire in fretta che non potrà mai farlo).
Ovviamente riconosco che fondare una startup è anche un privilegio: sono tanto grata di aver potuto finora fare ciò che ho fatto con Atelier Riforma. È un’esperienza (tosta!) che mi ha fatto crescere tantissimo, sia professionalmente sia umanamente, mi ha dato tante soddisfazioni, fatto conoscere un numero spropositato di persone e mi ha spinto, come si suol dire, a uscire ogni giorno dalla mia confort zone.
Qual è stato il tuo contributo intervenendo nel 2023 alla Camera dei Deputati quando si preparava il DDL riguardante il Made in Italy?
La consultazione ha coinvolto diversi esperti del settore, per comprendere quali politiche adottare per rafforzare la moda italiana. Noi, insieme all’associazione rén collective, abbiamo proposto di puntare sulla circolarità: visto che l’Italia (per questioni soprattutto climatiche) non è un tipico Paese produttore di materie prime per il tessile, ma è un’eccellenza per il riciclo fiber-to-fiber e altre pratiche anti-spreco (come l’upcycling), perché non rendere il riutilizzo di materie prime seconde il nostro punto di forza? Questo può essere facilitato molto dalla normativa, per esempio con incentivi fiscali a chi utilizza materiali già esistenti al posto di materiali vergini o commercia indumenti usati o ripara prodotti tessili, e così via.
Che cos’è il Progetto RiVestiTO?
RiVestiTO è un progetto che abbiamo realizzato tra fine 2024 e fine 2025, insieme all’azienda partner Mercato Circolare, grazie ai fondi europei del progetto Climaborough, che la città di Torino si è aggiudicata. L’obiettivo è stato rendere sostenibile e trasparente la gestione dei prodotti tessili dismessi nella città di Torino.
L’attività chiave è stata il monitoraggio dell’operato delle realtà locali attive nella raccolta dei prodotti tessili usati (sia le cooperative che raccolgono tramite cassonetti stradali, sia gli enti caritatevoli che raccolgono tramite donazioni in sede) per raccogliere dati (tramite la nostra tecnologia Re4Circular) su che cosa e quanto raccolgono e aiutarle a destinare i materiali alle modalità di valorizzazione circolari più appropriate.
Grande sforzo è stato posto anche nel collegare queste realtà con tutti i professionisti del territorio interessati a riutilizzare, trasformare o riciclare materiali tessili nella propria attività. Questo per favorire un ricircolo un po’ più locale dei materiali (visto che a oggi invece la stragrande maggioranza dei vestiti usati fa il giro del mondo prima di trovare la sua destinazione finale).
RiVestiTO ha creato così un modello virtuoso facilmente esportabile in altre città.
Non è stato solo un progetto tecnologico, ma anche culturale. Sono state realizzate oltre 34 attività di sensibilizzazione della cittadinanza in presenza, con più di 1.700 partecipanti complessivi, e numerosi contenuti divulgativi online (che hanno raggiunto più di 150.000 utenti). L’obiettivo di queste attività è stato promuovere il riutilizzo dei capi, la riparazione, la corretta cura per prolungarne la vita, l’acquisto di prodotti usati o riciclati al posto dei capi fast fashion e il corretto smaltimento dei tessili a fine vita.
Dopo oltre cinque anni dalla costituzione della startup, che cosa prevedi per il futuro di «Atelier Riforma»?
Siamo ora in una fase delicata del nostro percorso, in cui non siamo più considerati una startup e dobbiamo valutare quale sarà il nostro futuro: proseguire come un’azienda strutturata o (come spessissimo avviene per le startup) unirci a una società più grande, che possa darci sicurezza strutturale e potenziare ancor di più il nostro impatto. Tutto è possibile!
Non mi immagino una classica businesswoman. Nella mia testa l’”innovazione” è solo innovazione sociale: in altre parole, se devo creare qualcosa di nuovo, vorrei che fosse qualcosa con risvolti positivi per la società e dove il ricavato dell’impresa serva ad alimentare questo impatto.
Certo è che creare un proprio progetto da zero e fare un lavoro che rispecchia appieno i propri valori, ti può portare a “non smettere mai di lavorare”, fino all’eccesso che non è più “sano”, come lavorare di notte, durante le feste, trascurando riposo, affetti e svago… come è successo a me in molte fasi di Atelier Riforma. Forse ora, essendo anche diventata mamma da poco, mi piacerebbe avere un approccio più sereno.

Intervista davvero interessante.
È bello vedere giovani capaci di iniziativa e intraprendenza, animati da valori che guardano lontano e contribuiscono, con concretezza, a costruire un mondo migliore.
Intervista interessante: pregevole il progetto rivolto al riciclo tessile per una riduzione degli sprechi e l’ avvio di una economia circolare, dove il recupero di abiti in buone condizioni o delle sue fibre tessili porta a una produzione più etica e circolare. Tutto ciò avrà col tempo un effetto positivo anche sull’ambiente. E non solo: l ‘ attività di riciclo crea una rete di lavoro importantissima x i giovani.
Un progetto, una iniziativa veramente interessante, è un piacere conoscere queste idee. . Ottima intervista.
Idee ed attività intelligenti realizzate da persone meritevoli e questa bella intervista le mette in risalto.
Questo del riciclo tessile è un progetto di cui avevo sentito parlare ma non ho mai approfondito. Sono contento di questa intervista che ha stimolato la mia attenzione. Ottimo lavoro.
Intervista molto interessante
Bellissima intervista di Francesco Rodolfo Russo che mi fa conoscere cose nuove e molto interessanti, soprattutto Elena Ferrero con la sua eclettica personalità.
Complimenti
È fantastico vedere una donna così diversamente impegnata ma soprattutto così intelligentemente applicata a ridare valore alle cose. Sono molto interessata.
Grazie per questa ottima intervista.
Molto stimolante il progetto di cui parla la Ferrero che dimostra grande capacità ed intraprendenza. Ottima intervista