Maggio 1826: a Milano esce il primo capitolo de Il castello di Trezzo, di Giambattista Bazzoni
A maggio 2026 è caduto il bicentenario della pubblicazione del primo capitolo de Il castello di Trezzo, il celebre romanzo di Giambattista Bazzoni. Purtroppo non mi risulta che l’anniversario sia stato in qualche modo celebrato, se non tra gli studiosi del romanzo storico italiano; a maggior ragione colgo quindi l’occasione per ricordare questo testo, che a i suoi tempi ebbe uno straordinario successo di pubblico.
Giambattista Bazzoni, (Novara, 12 febbraio 1803- Milano, 9 ottobre 1850)), scrittore, uomo di legge e patriota italiano, divise la sua vita tra la passione per la scrittura e l’attività di giurista, che lo portò ad assumere diverse cariche importanti presso il tribunale di Milano e non solo; spinto dal padre, si dedico infatti agli studi giuridici presso l’Università di Pavia, dove ebbe anche l’occasione di collaborare con l’avvocato Dell’Acqua, la cui ricchissima biblioteca permise al giovane Bazzoni di avvicinare importanti testi letterari che ne affinarono il talento e ne approfondirono le conoscenze. Durante la sua vita, passata in gran parte a Milano, città che Bazzoni amò con grande trasporto, ebbe anche la possibilità di frequentare, dopo il successo riscosso dai suoi romanzi, il celebre salotto Maffei, dove poté confrontarsi con grandi intellettuali dell’epoca, come Balzac, Tommaso Grossi o Massimo D’Azeglio. Risulta poi interessante per definire la sua figura la sua partecipazione alle Cinque giornate di Milano e al governo provvisorio che ne seguì, anche se poi, al ritorno degli austriaci, ricoprì ruoli importanti anche all’interno del loro governo; un patriota, un rivoluzionario, ma anche un uomo consapevole della realtà dei fatti, convinto che certe storture forse si possono migliorare più dal di dentro che dal di fuori.
La sua vasta produzione include romanzi, come Il castello di Trezzo, Il falco della rupe, Zaganella o la Pitocca del Cinquecento e svariate raccolte di racconti storici. Il genere a cui si dedica principalmente Giambattista Bazzoni è quello del romanzo storico, ma non è meno importante anche la sua produzione odeporica, cioè la letteratura di viaggio;basti pensare a Da Napoli a Procida oppure al diario inedito Da Milano a Napoli, pubblicato nel 2009 da uno dei più grandi studiosi odierni di Bazzoni, Gabriele Federici.
Personalmente mi sono dedicata all’analisi del testo de Il castello di Trezzo, pubblicato sulla rivista di italianistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Otto/Novecento. Ecco alcune delle peculiarità del testo.
Il romanzo uscì in un primo tempo a puntate, secondo la consuetudine dell’epoca, sulla rivista Il novo ricoglitore, per essere poi pubblicato in volume del prestigioso editore dell’epoca Gian Antonio Stella.

Si tratta di un romanzo storico, appartenente cioè ad un genere molto diffuso ed apprezzato all’epoca, ambientato spesso nel Medioevo o comunque su uno sfondo lontana dall’epoca in cui fu scritto, pubblicato in volume lo stesso anno della celebre ventisettana manzoniana. Oggi il paragone tra le due opere appare impietoso, ma all’epoca ebbero entrambi un grande successo di pubblico. La vicenda de Il castello di Trezzo è ambientata, come già detto, in epoca medioevale, quella più gradita ai romanzieri che in Italia seguirono le orme di Walter Scott, esponente di spicco del genere con il suo Ivanhoe: precisamente la cornice storica è rappresentata dallo scontro per il potere tra Giangaleazzo e Bernabò Visconti, zio e suocero del primo, tradito e catturato da Giangaleazzo nel 1385 a Milano, nella Pusterla di Sant’Ambrogio, dove era stato attirato con l’inganno per essere poi imprigionato proprio nel castello di Trezzo d’Adda con la sua ultima compagna Donnina De’ Porri e le figlie Ginevra e Damigella. Alle vicende politiche si affianca l’altro filone del romanzo, quello dell’amore contrastato tra Ginevra e Palamede, il giovane cavaliere innamorato che combatte per la sua dama e alla fine riuscirà nel suo intento, dando così una chiusa ottimistica alla storia che altrimenti, con la morte per avvelenamento di Bernabò, avrebbe avuto un sapore cupo e doloroso, poco consono alla tradizione dei romanzi storici dell’epoca.
E già qui non si può fare a meno di osservare il divario tra Bazzoni e il Manzoni della ventisettana ; se Il castello di Trezzo si conclude con un ben definito lieto fine, la problematicità degli ultimi capitoli de I promessi sposi mette in luce la complessità del pensiero manzoniano sulle vicende della storia umana. Renzo e Lucia si sposano, è vero, ma devono lasciare il lecchese, dove sono nati e cresciuti, la casa dove avevano pensato di vivere la loro vita accanto a figli e nipoti, per trovare sicurezza e protezione dal malgoverno spagnolo in Lombardia, nella bergamasca, terra di San Marco e della Serenissima. L’adesione al romanticismo di maniera, al cosiddetto romanzo gotico dell’epoca, è insomma in Bazzoni decisamente più ingenua e superficiale, ben lontana dalla complessità ed originalità del Manzoni.
Bazzoni coglie invece nel segno sia nel continuo “movimento” della vicenda, che tiene il lettore incollato alla pagina con i suoi veloci cambiamenti di luogo e i colpi di scena che si susseguono senza sosta, sia nella definizione di alcuni personaggi caratteristici dell’epoca. Mi riferisco qui in particolare all’ “ariolo” Enzel Petracco, una figura “magica” che viene scelta come “aiutante” dai due amanti per entrare ed uscire dal castello senza essere sorpresi dalle guardie; “ariolo” era il termine con cui nel trecento ci si riferiva agli zingari, così definiti perché li si riteneva dotati di poteri magici, capaci di sparire nell’aria ( da cui “ariolo”).
La storia risulta dunque avvincente e giustifica quindi il ruolo di primo piano che il romanzo ebbe all’epoca. Lo stesso non si può certo dire della lingua di Bazzoni; è un dato di fatto che Il castello di Trezzo e la ventisettana dei Promessi sposi uscirono lo stesso anno, ma tra la lingua di don Lisander e quella del pur bravo Giambattista c’è un mondo; se la lingua manzoniana è di una modernità ad attualità indiscutibili, quella del Bazzoni è ancora decisamente ancorata alla sua epoca, alle sue mode e alle sue consuetudini. Del resto, di Alessandro Manzoni ne è nato solo uno.
Mi auguro di aver dato un modesto contributo alla conoscenza di Bazzoni e chissà, magari anche di aver fatto nascere in qualcuno il desiderio di leggere le sue pagine.


Abito vicino al castello di Trezzo; per il territorio è un punto importante per iniziative culturali, visite, eventi di vario genere.
Ultimamente la torre del castello è diventata anche sede di osservazioni astronomiche.
La prossima è il 12 agosto per osservare l’eclissi .
Non ho visto però locandine con iniziative per ricordare il bicentenario del romanzo citato. Io mi sono ripromessa di leggerlo.
Ottima idea, cara Mariagrazia . Speriamo che anche altri si sensibilizzino sull’argomento, così magari l’anno prossimo ci saranno locandine per il bicentenario della pubblicazione in volume del romanzo !