Vale ancora la pena di leggere a scuola I promessi sposi ? Io penso di sì
Nella proposta della nuova riorganizzazione della didattica liceale compaiono un paio di cose che stanno suscitando reazioni diverse: vale a dire la proposta di estendere a tutte le scuole superiori il nome di liceo e quella di far scivolare dal secondo al quarto anno la lettura de I promessi sposi.
La prima proposta non capisco bene che senso abbia. Pare che l’intenzione sia quella di eliminare l’idea che esistano scuole di seria A e altre di serie B; se è vero, sinceramente mi sembra una sciocchezza. Tutte le scuole hanno pari dignità, ci mancherebbe altro; semplicemente sono di fatto diverse perché hanno obiettivi diversi. E se c’è qualcosa che non va nel rapporto tra i vari indirizzi scolastici non è certo cambiandone i nomi che si risolve qualcosa.
Passiamo alla questione de I promessi sposi. Chi abbia un minimo di dimestichezza con la realtà scolastica attuale sa benissimo che proporre di leggere il romanzo di don Lisander in quarta equivale di fatto a eliminarlo dal bagaglio culturale dei nostri studenti. Il programma del quarto anno prevede, sia pure sempre nell’ambito della libertà del docente di scegliere su quali autori o argomenti soffermarsi, di trattare il periodo che va a grandi linee dal barocco all’età postunitaria italiana, vale a dire una mole di argomenti davvero considerevole, all’interno della quale è difficile operare scelte e tagli opportuni per ogni singola classe. Non va infatti dimenticato che le ore settimanali di italiano al liceo sono quattro, soltanto quattro; e in questi duecentoquaranta minuti bisogna dare gli strumenti ai ragazzi perché si orientino nel mare magnum della letteratura di circa tre secoli, oltre a tutto il resto che ben conoscono docenti e studenti. La realtà dei fatti conduce inevitabilmente all’impossibilità di leggere non dico integralmente, ma nemmeno per sommi capi la storia di Renzo e Lucia.
Del resto la questione non è nuova: già nel 2000 in un liceo siciliano la lettura de I promessi sposi era stata sostituita con quella de Il birraio di Preston, di Camilleri. E a questo proposito è interessante leggere la lettera “impossibile” che Camilleri scrisse a Manzoni, sottolineando sì che il suo bellissimo italiano purtroppo non risultava più così chiaro ai quindicenni del 2000, ma che il suo romanzo continuava ad essere così attuale che forse la scelta dei docenti del liceo avrebbe potuto essere migliorata: perché non far leggere due libri, I promessi sposi e un altro di un autore contemporaneo, non necessariamente il suo Birraio? E un altro grande siciliano, Leonardo Sciascia, ricorda di avere detestato il romanzo di Manzoni ai tempi del liceo, ma di averlo riscoperto a trent’anni come un libro di un’attualità straordinaria, dove c’era già tutto, dalla mafia alle brigate rosse. Insomma, conclude che “imporre Manzoni a quindici anni fa male soprattutto a Manzoni”. Probabilmente c’è del vero, ma credo che imporre qualsiasi lettura rischi di renderla sgradita: comunque, al netto della fastidiosa (e spesso falsa) retorica del “fatto a scuola= detestato”, di cui ho sinceramente piene le tasche, forse due parole sull’argomento non sono inopportune.
È fuor di dubbio che I promessi sposi non si possano certo definire oggi un classico contemporaneo, vale a dire il ruolo che ricoprivano quando furono introdotti come lettura obbligatoria al secondo anno di liceo: ma con cosa potrebbero essere sostituiti? La risposta, se c’è, è complessa: oggi definire qualcosa come classico contemporaneo implica tenere in considerazione non soltanto il mondo dei libri, ma anche quello del cinema, delle serie tv e via dicendo. I canali di comunicazione e gli ambiti culturali sono così interconnessi che dare una risposta univoca è difficile, forse impossibile. Un’idea potrebbe essere quella di rifarsi a Calvino e al suo Perché leggere i classici: l’autore ci dà quattordici magnifiche definizioni di “classico”.

Ecco la numero otto: “Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso”; oppure la numero due: “Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”; e concludiamo con le ultime due, la tredici e la quattordici: “È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può far a meno.”
“È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona”.
Parole alte e precise che l’autore definisce ancora meglio alla fine della sua introduzione: i classici, per carità, non devono “servire “ a niente, così come l’aria sul flauto che stava imparando Socrate mentre gli preparavano la cicuta: “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “ A sapere quest’aria prima di morire”, rispose.
I promessi sposi sono indiscutibilmente un classico, dunque, se prestiamo fede a Calvino; il “pulviscolo di discorsi” se lo scrolla di dosso almeno dal 1840, ha costituito una ricchezza per le generazioni di studenti che, più o meno costrette, hanno comunque letto la storia di Renzo e Lucia e soprattutto sono stati una magnifica scoperta per chi li ha (ri)letti da adulto, magari dopo averne abilmente evitato la lettura a scuola (le capacità degli studenti in casi come questi sono straordinarie), ricordandosi (perché sì, quella paginetta non aveva proprio potuto evitarla) di Cecilia, la bambina morta di peste e deposta sulla pila di cadaveri sul carro dei monatti dalla sua mamma, che l’aveva prima vestita con un abitino bianco e ben pettinata, come se dovesse andare ad una festa. Sì, so per certo che la piccola Cecilia era comparsa nella memoria di un mio ex-studente, ormai trentenne, quando alla televisione aveva visto, almeno una decina di anni fa, la scena straziante del cadavere di un bambino di otto o nove anni, ben vestito perché fosse ben accetto in Italia, che il mare aveva deposto dolcemente, dopo le ore di paura e di disperazione sul barcone dei migranti, sulla spiaggia di Lampedusa, raccolto e portato in braccio con dolcezza e rispetto da un uomo, forse un militare di pattuglia sulla costa.
È stato uno dei più bei messaggi che abbia ricevuto sul cellulare. “E pensare che allora ho sprecato più tempo a escogitare sistemi per non leggere il testo di quanto ne avrei passato a leggerlo”, mi ha scritto.
Magari anche un altro libro avrebbe avuto lo stesso risultato sulla sua anima, chissà. Ma quella bambina con la vestina bianca, a mio avviso, merita qualsiasi sforzo. E poi, anche se molti dicono che oggi il romanzo di Manzoni risulta troppo complesso, personalmente sono dell’avviso che questo genere di difficoltà sia superabile con un po’ di consuetudine alla lingua del romanzo ottocentesco, soprattutto a quella straordinariamente moderna de I promessi sposi; perché abbiamo spesso così poca fiducia nelle capacità dei ragazzi? E poi siamo sicuri che la lingua di Verga o di tanti autori del Novecento, magari senza punteggiatura, sia più semplice? E non è forse meglio un romanzo che racconta una storia di violenza, emarginazione, corruzione ed ingiustizia senza ferire la sensibilità di chi legge, rispettando la personalità di ognuno, piuttosto che tanta letteratura contemporanea piena di storie crude e di dettagli cruenti ? Non sarebbe meglio coltivare il fastidio per la violenza nei ragazzi?
Si tratta solo di domande, ovviamente; del resto le nuove indicazioni ministeriali non sono prescrittive, danno solo alcuni suggerimenti e starà poi al docente stabilire come procedere nella sua programmazione. E a proposito di questo; possiamo finirla con questa leggenda metropolitana per cui a scuola parlare dei Promessi sposi vuol dire parlare di Provvidenza o poco più, oppure che Manzoni venga dipinto come un baciapile o giù di lì e che la religione sia presentata come l’argomento cardine del romanzo? Finiamola con queste sciocchezze, per favore; il punto fondamentale del pensiero di Manzoni è la ricerca ossessiva della verità nella scrittura. E il silenzio assordante dell’ultima parte della sua vita ne è la prova più evidente. Altro che romanzo consolatorio! Ed è questo che si insegna a scuola. Dopo quarant’anni tra i banchi e non so quante maturità credo di poterlo affermare con cognizione di causa.
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Ogni tanto si ripresenta la questione della lettura dei Promessi Sposi nelle scuole.
Sono tanti i motivi a favore di questo testo fondativo della cultura italiana e non ci sarebbe nessun problema nel leggerlo con gli studenti se lo si proponesse come un’opera che parla del comportamento umano e di questioni ancora attuali.
Certo ! Grazie Mariagrazia , verissimo : l’attualità di Manzoni è fuori discussione !