Levanto. Imbarcadero Villa Agnelli e panorama. Foto di Ezio Marinoni
La Libreria Oppecini, il Bar Barolino 1921, l’Antica Pasticceria Bianchi e la presenza soffusa di Casa Agnelli
Sono in viaggio da un’ora e mezza, diretto a Levanto; superata Genova, mi fermo all’area di servizio di Sant’Ilario, un piccolo spazio ricavato tra l’asfalto e lo strapiombo verso il mare, recintato da un’alta griglia di metallo. Attraverso le sue maglie si intravede il mare in basso, in lontananza, un azzurro indefinito che si mescola alla bruma del primo mattino. Là sotto c’era una piccola stazione ferroviaria (ora abitazione privata), dove il giovane Fabrizio De André vede scendere una procace ragazza che passerà alla storia con il nome poetico e ammiccante di Bocca di Rosa, immortalata in una delle sue canzoni più famose.
Esco dall’autostrada al casello di Carrodano, un luogo disegnato in mezzo al nulla, per dare uno sbocco agli automobilisti che vogliono raggiungere Levanto e le Cinque Terre, con uno sparuto gruppo di case e un palazzo in abbandono.
Arrivato a Levanto, sono catapultato nel variopinto mondo di una domenica estiva e calda di mare.
La vecchia stazione ferroviaria è stata abbandonata dopo lo spostamento della ferrovia a monte. Qui il treno passava accanto al mare, una meraviglia tecnica e ingegneristica in armonia con l’ambiente, sembrava un luna park per stupire i turisti. Tutto è stato estirpato, così come è avvenuto a danno della “Ferrovia dei Cipressi”, fra Sanremo e Imperia.
Il 26 giugno 2026 ho pubblicato il mio reportage sulla ex “Ferrovia dei Cipressi”: https://civico20-news.it/storia/un-viaggiatore-torinese-alla-ricerca-della-ex-ferrovia-dei-cipressi/26/06/2026/
A Levanto, mi affaccio nella Libreria Oppecini, due vetrine su via Dante e una forte attenzione al territorio e alla storia di Levanto e dintorni. Una storia pluridecennale: i genitori di Corrado Oppecini aprono una cartoleria nel 1958, vicino all’attuale ufficio postale, lui prosegue e amplia l’attività di famiglia, fino a farla diventare un marchio di qualità per i lettori.
Raggiungo la località Mesco dopo una lunga salita, su una stretta stradina che si inerpica fra uliveti e qualche superstite muretto a secco. A lato dell’albergo Giada del Mesco, che sorge alla sommità, un cartello bianco e rosso segnala l’inizio del sentiero verso le Cinque Terre, Monterosso e il Podere Case Lovara (gestito dal FAI, Fondo Ambiente Italiano, dopo un lungo e minuzioso recupero ambientale). La casa padronale e quella dei mezzadri erano prive di acqua, luce e gas; i materiali per la ristrutturazione sono stati trasportati in elicottero per l’assenza di una strada di collegamento.
Punta Mesco è sotto di me, isolata e selvaggia, battuta dai flutti del mare, un luogo impervio che ha fatto innamorare di sé il poeta Eugenio Montale.

Punta del Mesco
Nel cielo della cava rigato
all’alba dal volo dritto delle pernici
il fumo delle mine s’inteneriva,
saliva lento le pendici a piombo.
Dal rostro del palabotto si capovolsero
le ondine trombettiere silenziose
e affondarono rapide tra le spume
che il tuo passo sfiorava.
Vedo il sentiero che percorsi un giorno
come un cane inquieto; lambe il fiotto,
s’inerpica tra i massi e rado strame
a tratti lo scancella. E tutto è uguale.
Nella ghiaia bagnata s’arrovella
un’eco degli scrosci. Umido brilla
il sole sulle membra affaticate
dei curvi spaccapietre che martellano.
Polene che risalgono e mi portano
qualche cosa di te. Un tràpano incide
il cuore sulla roccia – schianta attorno
più forte un rombo. Brancolo nel fumo,
ma rivedo: ritornano i tuoi rari
gesti e il viso che aggiorna al davanzale, –
mi torna la tua infanzia dilaniata
dagli spari!
Dove il paese si conclude in un promontorio, spicca sull’alto Villa Agnelli, un corpo di fabbrica quadrato con tetto rosso a spioventi, due piani di finestre e tre oculi nel sottotetto. Dal lungomare una rampa elicoidale, vago ricordo dello stabilimento Lingotto di Torino, conduce alla villa. Una seconda costruzione grigia su due piani sorge alla sua sinistra. Poco sopra l’ingresso è la casa dei custodi. Il grande parco attiguo, ora aperto al pubblico, era in origine il giardino privato del complesso. In corrispondenza, si affaccia sul mare un lungo edificio rosa, che fungeva da imbarcadero per la famiglia Agnelli, con un porticato sul mare e la discesa verso gli scogli. Il complesso è stato residenza marina della dinastia di Villar Perosa, in concomitanza con Villa Costanza nella più mondana Forte dei Marmi; questa seconda proprietà è stata alienata nel 1969 per “dimenticare” la passione proibita di Virginia Bourbon Del Monte, madre di Giovanni e Umberto Agnelli, per Curzio Malaparte (ma questa è un’altra storia, forse da non raccontare).
Nel 2020 il Comune ha concesso la cittadinanza onoraria a Daniele Camerana, uno degli eredi di casa Agnelli, con la seguente menzione: “Per le sue esemplari doti imprenditoriali che offrono un virtuoso esempio di operosità, onestà e professionalità. Dalla passione per lo sport all’amore per la natura, ha conservato un vincolo speciale con il nostro territorio che lo ha portato a scoprire una nuova dimensione dedicandosi all’attività agricola all’insegna dei valori più autentici e genuini”.
Questa baia solitaria si è mantenuta quasi inalterata nel tempo, dagli anni eroici dello sviluppo imprenditoriale e turistico fino a oggi. I turisti e le lingue straniere che si sentono parlare non fanno pensare alla globalizzazione, soltanto all’interesse di tante persone verso un luogo magico.
Il secondo giorno faccio colazione alla Antica Pasticceria Bianchi, dove il lungo bancone in legno forma una “L”. Alle sue spalle un antico mobile in legno, diviso in scomparti con specchi a far da fondale, ricorda l’ambiente della vecchia pasticceria. Tre piccole porte, incassate nel mobile, immettono in ambienti retrostanti. Sulla destra una vetrata pubblicitaria è spartita in tre scritte: al centro “F.lli Branca – Milano”; a sinistra “Liquori delle migliori case estere e nazionali”; a destra “Deposito di ghiaccio birra bibite fresche”. Vocaboli che ricordano un salotto gozzaniano di Nonna Speranza… Uno specchio alle spalle di chi entra reclamizza “Chocolat e Cacao Maestrani – St. Gall (Suisse)”. L’attività è nata nel 1889, ora siamo alla quinta generazione, che Ambra Rezzano gestisce al banco insieme a una cugina. Fino a pochi anni fa il loro nonno, Ginetto Bianchi, che adesso non c’è più, creava i dolci da vendere; un nipote oggi prosegue la sua passione. Il termine “drogheria” era e rimane nella ragione sociale per le spezie che vi si commerciavano e si vendono tuttora. In anni recenti, con l’incremento turistico, la mamma di Ambra ha iniziato a gestire il Villaggio Turistico Costa Morroni. Mentre esco dal locale noto alcune foto antiche appese all’ingresso: immagini di persone in gruppo, quando si sentiva forte l’orgoglio di lavorare all’interno di una attività di impresa. E, alzando lo sguardo in alto sulla facciata del palazzo, leggo l’insegna “Pasticceria Bianchi & F.lli Drogheria”.

Il cuore di Levanto ricorda le suore Clarisse e il loro grande monastero mai completato, di cui si nota la evidente mancanza di un’ala. Con le soppressioni napoleoniche la sua storia religiosa si è conclusa per sempre e il palazzo è diventato un edificio civile pubblico, che oggi ospita il Municipio, la Biblioteca dedicata allo storico Matteo Vinzoni, la sala di lettura, una banca locale e un ristorante. Fra varie lapidi sulla facciata, spicca quella dedicata a Felice Cavallotti, del 1904, chiamato “il bardo della democrazia”, in quanto scrittore e poeta oltre che esponente del Partito Radicale in Parlamento.

Nei locali della biblioteca, stipati di libri, c’è tanta storia locale, con fotografie da inizio Novecento fino agli Anni Settanta e riproduzioni di cartoline. Villa Agnelli vi appare solitaria e orgogliosa, la stazione ferroviaria è documentata da inizio secolo al 1978, quando sarà abbandonata.
Concludo il secondo pomeriggio a Levanto con un aperitivo vista mare al Casinò Municipale; è un edificio del 1933, in stile razionalista, voluto dal Comune in un periodo di sviluppo, per attrarre turisti dal nord con una nuova iniziativa che contemperasse svago, tempo libero e vita balneare; il Senatore Giovanni Agnelli, al quale è intitolata la piazza retrostante, turista di lusso a Levanto, partecipa alla spesa con una cospicua donazione. Oggi il complesso ospita per metà la Guardia Costiera, l’altra metà funziona come bar e ristorante aperti a tutte le ore, con piscina a bordo spiaggia.

Il risveglio dell’ultimo giorno è sempre lento e un poco malinconico: tre giorni di vacanza sono volati. I ricordi piacevoli, le sensazioni e le emozioni si stratificano in un “déjà vu” che scende nell’anima e diventa esperienza di vita.
Il balcone dell’appartamento in cui risiedo si affaccia sul giardino di un antico palazzo, il cui manto erboso verde smagliante è impreziosito da un pino, una magnolia e una palma. Le ante verde scuro alla ligure nascondono la vita che riprende all’interno di ogni casa, con il suo dispiegarsi di faccende e privati affanni. Come in una poesia di Montale, che è anche il nome di una frazione di Levanto. E più tardi verrà il “meriggiare pallido e assorto”, a chiudere tutto nell’eterno cerchio della vita.
Prima di ripartire mi concedo un ultimo spuntino al Bar Barolino 1921. Il marchio Cocchi (di Asti) ha mantenuto tre punti di degustazione dei suoi prodotti, uno dei quali si trova in corso Italia. Due porte di ingresso in legno immettono al locale, all’interno una scelta infinita di aperitivi e liquori. La licenza originale risale agli Anni Venti; altrettanto originali di quel tempo sono rimaste le porte e la “bottigliera”, il grande mobile a parete in legno nei cui scomparti sono esposte le bottiglie. Con la vasta scelta di questi prodotti davanti agli occhi è più dolce il distacco da Levanto, dalla sua baia riparata e temperata, dai suoi colori morbidi, e da un mare dalla luce tenue.

Seduto a un tavolino del Bar Barolino 1921, chiudo gli occhi e immagino che un pittore impressionista arrivi qui con la sua tavolozza, si guardi intorno e inizi a dipingere…
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