Il libro di Alan Bennett raccoglie due pièce teatrali dove si parla, in modo separato, di due spie inglesi che fornirono informazioni ai sovietici
A dicembre del 2025, Adelphi ha pubblicato «Una spia in esilio», due brevi testi teatrali, risalenti agli anni Ottanta del secolo scorso, scritti da Alan Bennett, uno dei massimi commediografi a cavallo dei due secoli, ancora attivo come sceneggiatore all’età di novantuno anni.
Il libro parla, in modo separato, di due spie. La prima, Guy Burgess, è in esilio a Mosca, la seconda, Anthony Blunt, a Londra cura la collezione reale. I due, assieme a Kim Philby, Donald Maclean e John Cairncross, sono conosciuti come i Cambridge Five, ossia quelle cinque spie che dagli anni Trenta iniziarono a fornire informazioni dei servizi segreti britannici ai sovietici. I primi tre espatriarono in Russia.
Burgess mal sopportò la vita priva di lussi che dovette condurre da esule; Maclean, pur lavorando per i sovietici, non ebbe vita felice e si diede all’alcol. Philby invece non ebbe rimpianti e alla sua morte fu celebrato come un eroe dell’Unione Sovietica. Blunt fu scoperto solamente nel 1963, ammise le sue responsabilità e, in cambio dell’immunità, fece i nomi di altre spie, come Cairncross che, per altro, mai ammise di essere uno dei cinque. Blunt fu pubblicamente smascherato in seguito, nel 1979, con la pubblicazione del libro di Andrew Boyle «Climate of Treason» e fu privato del titolo di cavaliere.
Dalla prefazione a firma dall’autore stesso, apprendiamo che il tema di entrambe le pièce non è lo spionaggio ma l’esilio nel caso del primo testo e, per il secondo, la volontà dei governi di tacere informazioni per usarle a proprio vantaggio.
Il tono è quello tipico di Bennett che si conferma autore brillante ed elegante, sottile e un po’ snob, molto british, mettendo in scena queste due storie senza curarsi dell’aspetto politico o morale, ma prediligendo il paradosso e l’amara leggerezza: “…lo spionaggio non mi interessa, è vero, ma vado pazzo per i pettegolezzi.”
«Una spia in esilio» ha come protagonisti Guy Burgess e Coral Browne, che si trova a Mosca per alcune rappresentazioni di «Amleto». Nel camerino di Michael Redgrave, Burgess conosce l’attrice e la invita ad andarlo a trovare, portando con sé un metro a nastro.
Siamo nel 1958 nell’appartamento dell’esule. Browne compare sulla scena recitando un monologo in cui ricorda l’anno della morte di Stalin che, al pari di un teatrante “tenne il cartellone per un bel po’” e paragona il successivo periodo del Disgelo a una mal riuscita messa in scena con attori sconosciuti.
Anche Burgess si presenta con un monologo, amabile e sarcastico, sul suo esilio: “Va da sé che i Russi sono, e sono sempre stati, esuli provetti. Autorità in materia, praticamente. Quindi, a ben vedere, eravamo venuti nel posto giusto.” Il plurale è riferito a sé e al collega Maclean con cui ha condiviso il non dorato esilio.
Viene spiegata la singolare richiesta del metro a nastro: Burgess ha bisogno di abiti nuovi, confezionati dal suo sarto di fiducia londinese e quindi Browne dovrà prendere le misure. La richiesta non è limitata a un abito ma comprende anche cappello, scarpe e pigiami da acquistare nei negozi indicati in un biglietto. La vanità dell’esule, un tempo appartenente all’upper class, non può accettare una vita trascorsa indossando sempre lo stesso abito ormai liso né rifornirsi in loco: “La moda non è mai stata il forte dei compagni. E poi io non voglio essere uguale agli altri.” Dopo aver svolto il compito, l’attrice vorrebbe andarsene ma viene pregata di rimanere e così chiacchierano ancora. Burgess, con ironia e disincanto, illustra ciò che più gli manca della vita passata e i preconcetti che regolano la società inglese: “Vede, io posso dire che amo Londra. Posso dire che amo l’Inghilterra. Ma che amo la mia patria non posso dirlo. Per me non ha senso.” Affermazioni che aprono la strada alla rivelazione delle ragioni del tradimento.
La seconda commedia s’intitola «Un problema di attribuzione» e ha per protagonista Antony Blunt il quale fino al 1979 aveva continuato la sua attività di storico dell’arte e conservatore delle collezioni reali, vivendo quindi a stretto contatto con il cuore della nazione.
La vicenda si svolge alla fine degli anni Sessanta e ruota attorno a due dipinti: «Allegoria della Prudenza» di Tiziano, conservato alla National Gallery, e il «Triplice ritratto» un tempo attribuito a Tiziano, che fa parte della collezione di Sua Maestà la Regina.
In vita Blunt fu uno stimato critico d’arte ma Bennett lo presenta come uno studioso consapevole delle proprie mancanze in fatto d’istinto, datazioni e attribuzioni e come un professore cinico e disincantato. Sulla scena compare Chubb, funzionario dei servizi segreti che ha l’incarico di far denunciare da Blunt altre spie ancora in incognito. Il colloquio fra loro procede stentatamente sia per l’atteggiamento altezzoso e imperturbabile del conservatore sia perché il funzionario sembra più interessato a pettegolezzi sulla Regina, da riferire alla moglie, che al vero scopo dei loro incontri. La differenza di classe tra i due uomini è palese ma Chubb non si lascia intimidire e si concede stilettate, non sempre di buon gusto: “Immagino che lei non potrà dirmi niente. […] I funzionari reali non possono, vero? Cucirsi la bocca fa parte del lavoro. Ne va della sicurezza nazionale.” Il colloquio si sposta sull’arte. Anche questo argomento non è immune da ironiche frecciatine rivolte al traditore: “Sono le stesse parole con cui giustifica quello che faceva negli anni Trenta: All’epoca mi è sembrato giusto così. Giotto non conosceva le leggi della prospettiva e lei nemmeno. La differenza, però, è che l’arte è priva di conseguenze.”
La scena si sposta a Buckingham Palace, dove Blunt interagisce con la Regina, inaspettatamente libera perché è saltata l’inaugurazione di una nuova piscina, causa perdite dal fondo (!). Il loro conversare spazia dall’arte al mestiere di Sovrana, dall’essenza dei ritratti ai segreti di Dio. La Regina è presentata come una conversatrice brillante, che detesta le chiacchiere, ma ama parlare, possibilmente di fatti e soprattutto mai di pettegolezzi. Come nel suo romanzo «La sovrana lettrice», Bennett fa della Regina un ritratto esilarante e fuori dagli stereotipi, ma rispettoso ed elogiativo della persona e del modo in cui ricopre il ruolo. Ruolo che la Regina onora sottoponendosi di buon grado a visite, inaugurazioni e impegni non sempre graditi, così come dover rinunciare a hobby perché, per citare il romanzo, “Gli hobby implicavano predilezioni e le predilezioni andavano evitate; prediligere significava anche escludere. Quindi lei non prediligeva. Il suo mandato le richiedeva di manifestare interesse, non di provarlo.”
Ritornando alla pièce, il colloquio tra la Regina e il curatore delle sue collezioni termina con alcune riflessioni di Elisabetta sul fatto che si è sempre portati a credere all’autenticità di un quadro “se proviene dalla collezione del tal dei tali, il suo curriculum e il suo pedigree sono impeccabili…” e poi, nel caso si scoprisse che è un falso “È più semplice lasciare le cose come stanno, questa è una regola universale.” Atteggiamento che ben si sposa con quanto Burgess asserisce nella prima pièce, quando dichiara che si è sempre disposti a credere a ciò che appare soprattutto se le apparenze sono conformi alle regole del mondo. Quanto affermato dalla Regina rispecchia l’atteggiamento tenuto, finché è stato possibile, dalle autorità nei confronti di Blunt, garantendogli la copertura e l’anonimato in cambio della sua delazione.
La lettura delle due pièce appare leggera e divertente. Bisogna, però, considerare che personaggi e fatti sono veri e le conclusioni di Bennett nella prefazione, se non l’amaro in bocca, lasciano senza dubbio molto su cui riflettere: “È nella natura dei governi considerare il tradimento come il delitto dei delitti, ma ormai il mondo è diventato più piccolo e insabbiare un’informazione può rivelarsi altrettanto grave che divulgarla illecitamente. […] I politici e i funzionari responsabili di questo silenzio sono forse da ritenersi meno colpevoli dei nostri reprobi di Cambridge? Se non altro le spie rischiavano la propria pelle, laddove i politici rischiavano quella degli altri. Senza dubbio, rispetto a noi, Blunt, Burgess e compagnia erano ancora capaci di nutrire illusioni. Avevano qualcosa cui votarsi. Il problema del tradimento ai nostri giorni è che se uno vuole sacrificare il proprio paese non c’è più nessuno cui valga la pena di sacrificarlo. Se ci fosse, i traditori abbonderebbero.”
Alan Bennett
Una spia in esilio
Adelphi 2025, pagg. 130 € 13,00

Una trama che crea suspance fin dall’inizio! Molto ben descritto che ti porta a vivere come fossi parte del romanzo!
Grazie per questa perfetta descrizione sul racconto
Non conosco questo libro. Anni fa lessi «La sovrana lettrice» con protagonista la regina Elisabetta II la quale in vecchiaia scopre il piacere de la lettura. Trovai la narrazione leggera, ironica, diverte.
Spero che lo sia anche questo.
Rosa Lastella
Confesso di non conoscere Bennett, anche se qualche anno fa vidi un film tratto da una storia vera: una donna che visse in un furgone nel giardino della casa dello scrittore.
Il film s’intitola «The Lady in the Van»
Nella parte di Bennett, lo stesso Bennett.
Film molto divertente, British.
Luisa
Uno spunto conclusivo che apre più di quanto chiuda: lascia affiorare il dubbio su quanto resti autentico quando identità e ruoli si sovrappongono nel tempo. È lì che la storia smette di essere solo racconto e diventa riflessione. Grazie per il suggerimento di lettura
Trovo coinvolgente il racconto che trascina fino quasi a vedere le varie scene che si susseguono.Spero presto di poter approfondire il testo molto interessante Grazie per il suggerimento
Spero presto di poter approfondire il testo molto interessante che lascia spunti di riflessione e trascina verso immagini che si susseguono come il un film grazie
Grazie a cora per l’ interessante suggerimento, nel leggere anche se velocemente ,ho provato una grande motivazione nel riprendere presto e approfondire la lettura
Decisamente insolita una storia di spie in forma teatrale , ma il fatto di essere pubblicata da Adelphi e’ gia’ di per se un punto di interesse. La recensione poi mette in risalto il taglio particolare con cui le vicende vengono illustrate , cioe’ una particolare attenzione al contesto della vita privata delle spie . Il tutto in uno stile brillantemente “british” , compresa l’ironica seppur sempre formalmente corretta rappresentazione della regina
Alan Bennett si legge sempre, a prescindere! E’ ironico e intelligente, con una vena sarcastica verso il finto perbenismo della societa’ inglese, ma lascia trasparire la sua approvazione e consenso per la monarchia. La tua ottima recensione mi rimanda a “La Sovrana lettrice”, che ha uno splendido
finale a sorpresa “very british”!