Ricordi, ombre, silenzi. E un mistero che ancora respira.
Ci sono notti che non hanno età. Notti che ti restano dentro, anche quando la vita ti ha già mostrato ogni suo volto, quando gli anni si accumulano con quella calma un po’ indulgente che solo il tempo conosce.
Per molti di noi, quella notte è la notte di Natale dell’infanzia. Il silenzio era diverso: più denso, più profondo, quasi un personaggio in più della casa. Le stanze sembravano respirare piano, e noi con loro.
Non aspettavamo impronte sulla neve né slitte luminose all’orizzonte. Non immaginavamo barbe bianche o giacche rosse. No!
Il portatore dei doni era quasi invisibile. Era un soffio. Una presenza silenziosa. Era Gesù Bambino.
Così ci era stato detto. E noi, senza tante domande, ci credevamo. Perché i misteri veri non si spiegano: si abitano.
La sera della Vigilia era quasi una cerimonia. Non si parlava più forte del necessario.
Il presepe era il centro esatto del mondo: quelle figure di terracotta che sembravano più vive sotto una lampadina tremante; il muschio raccolto qualche giorno prima, umido, odoroso di bosco; la carta blu, un po’ stropicciata, con stelle che sembravano reali.
E noi lì, a guardare tutto come se fosse la prima volta.
Poi arrivava il momento dell’attesa. Un’attesa strana, senza frenesia, fatta più di fiato trattenuto che di eccitazione. Non scrivevamo letterine. Non facevamo liste. Forse nemmeno sapevamo cosa desiderare davvero.
Perché il dono non era l’oggetto. Il dono era l’apparizione.
La casa si spegneva, noi ci addormentavamo — o facevamo finta — e poi, al mattino, accadeva l’impossibile. I regali erano lì. Arrivati non si sa come, non si sa quando.
Una macchinina di latta. Un mandarino lucido come oro. Un libro sottile, un soldatino, una bambola di stoffa. Piccole cose, ma enormi. Perché portavano con sé una domanda che nessuno osava fare: com’era possibile?
Col tempo sono arrivati altri personaggi. Babbo Natale, le renne, le vetrine luminose, la modernità. E va bene così: ogni epoca ha le sue forme, i suoi simboli, i suoi sogni.
Ma per chi ha aspettato Gesù Bambino non è la stessa cosa. Quell’attesa non è mai scomparsa davvero.
Ogni dicembre, quando fa freddo e la città rallenta, qualcosa torna a muoversi dentro.
Un ricordo, un’ombra, un profumo, un’immagine che non vuole andare via.
E allora capisco che, più che un portatore di doni, Gesù Bambino era un modo di percepire il mondo. Un mondo dove l’invisibile contava più del visibile. Dove la sorpresa era silenzio. Dove la fede era un gesto piccolo, notturno, che non aveva bisogno di essere spiegato.
Oggi i bambini aspettano altri miracoli, più colorati e rumorosi. Ma non importa.
Il Natale cambia, ma non muore. Si trasforma, si adatta, parla linguaggi nuovi.
E noi — che abbiamo collezionato abbastanza anni per saperlo — custodiamo ancora quel frammento di buio illuminato, quella notte sospesa, quel passo leggerissimo che nessuno udì mai.
Forse era davvero Gesù Bambino. O forse, semplicemente, è il bambino che siamo stati che continua a bussare, ogni anno, allo stesso punto segreto del cuore.
Buon Sereno Natale
Il Filmato: Gesù Bambino e Babbo Natale
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Una descrizione dei nostri tempi molto ben fatta bravo e ancora tanti Auguri
È vero”; forse non è più Gesu bambino ma il bambino che è stato e bussa nello stesso punto del cuore