Sibilla Aleramo, foto da Wikipedia
Pubblica a Torino la sua opera più famosa, Una donna, incoraggiata da Giovanni Cena
Nel Quartiere Vanchiglietta di Torino, fra il Cimitero Monumentale e il Parco della Colletta, una breve e stretta via dal corso irregolare è intitolata a Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio detta Rina, autrice del romanzo autobiografico Una donna, in cui dipinge la condizione femminile in Italia a cavallo fra il XIX ed il XX secolo.
Sibilla è una donna che ha precorso i tempi, un esempio di indipendenza e autodeterminazione per le donne; non si è curata di dare scandalo ai benpensanti o di andare contro le rigide regole del suo tempo.
Nasce ad Alessandria il 14 agosto 1876, figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta Cottino, casalinga, ed è la maggiore di quattro fratelli. Vive a Milano fino ai dodici anni, quando interrompe gli studi a causa del trasferimento della famiglia a Civitanova Marche, dove il Marchese Sesto Ciccolini ha offerto la direzione della propria fabbrica al padre di Rina, che la indurrà a lavorare come contabile nello stabilimento. La giovane ha una adolescenza infelice: nel settembre del 1890 la madre, sofferente di depressione, tenta il suicidio gettandosi dal balcone di casa. Le sue frequenti crisi provocano tensioni in famiglia e, pochi anni dopo, la donna è ricoverata nel manicomio di Macerata, dove morirà nel 1917.
Febbraio 1892, il fatto che cambia una vita. Rina è violentata da un impiegato della fabbrica, Ulderico Pierangeli, che il 21 gennaio 1893 è costretta a sposare. Prigioniera di questa convivenza, fra un marito oppressivo e la vita in una vita piccola città della quale percepisce il provincialismo, crede di trovare nella cura del suo primo figlio Walter, nato nel 1895, una fuga dalle angustie esistenziali. Il fallimento di questa illusione la porta a un tentativo di suicidio, dal quale si riprende realizzando le sue aspirazioni umanitarie con articoli che pubblicati, a partire dal 1897, nella Gazzetta letteraria, su L’Indipendente, sulla rivista femminista Vita moderna, e nel periodico, di ispirazione socialista, Vita internazionale.
Il suo impegno femminista non si limita alla scrittura: tenta di costituire sezioni del movimento delle donne (Paolina Schiff le chiede di creare una Lega delle Donne nelle Marche) e partecipa a manifestazioni per il diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione.
Nel 1899 si trasferisce a Roma dove il marito, licenziato dall’impiego, ha avviato una attività commerciale; nella capitale le viene affidata la direzione del settimanale socialista L’Italia femminile, fondato da Emilia Mariani, nel quale tiene una rubrica di discussione con le lettrici e ricerca la collaborazione di intellettuali progressisti (Giovanni Cena, Paolo Mantegazza, Maria Montessori, Ada Negri, Matilde Serao); in questo periodo, diventa amica di Alessandrina Ravizza e conosce i dirigenti socialisti Anna Kuliscioff e Filippo Turati; inizia una relazione con il poeta Guglielmo Felice Damiani.
In seguito a dissensi con l’editore Lamberto Mondaini, nel gennaio del 1900 lascia la direzione del settimanale; segue la famiglia in un ritorno a Porto Civitanova, dove il marito ha ricevuto l’incarico di dirigere la fabbrica al posto del suocero dimissionario.
Dal 1901 al 1905 collabora con la rivista Unione femminile, pubblicata dall’Unione Femminile Nazionale, di cui diventa socia nel 1906. I difficili rapporti familiari la inducono ad abbandonare marito e figlio: nel febbraio 1902 si trasferisce a Milano e si lega a Giovanni Cena (1), direttore della rivista Nuova Antologia, sulla quale la Faccio inizia a scrivere, su sollecitazione dello stesso Cena, il romanzo Una donna. Composto tra il 1901 e il 1904, incontra un successo immediato per il tema affrontato, è uno dei primi libri femministi apparsi in Italia. Il romanzo, rifiutato dagli editori Treves e Baldini & Castoldi, viene pubblicato a Torino da STEN, Società Tipografica Editrice Nazionale (già Roux e Viarengo), nel novembre 1906. In quest’opera autobiografica, la protagonista narra in prima persona la sua vita, dalla fanciullezza alla maturità, fino alla sofferta decisione di lasciare marito e figlio, in nome dell’affermazione di una vita libera e consapevole, contro le costrizioni e le umiliazioni che un’ipocrita ideologia del sacrificio impone alle donne. Una donna viene pubblicato sotto lo pseudonimo di “Sibilla Aleràmo”, suggerito da Giovanni Cena, che trae il cognome d’arte “Aleramo” dalla poesia di Carducci Piemonte, e da allora diventa il nome della scrittrice, nella letteratura e nella vita. Lo stesso Cena rivede il manoscritto, come rivelerà la scrittrice: «Asportò egli dal mio libro le pagine dove io diceva il mio amore per Felice. Ed io lasciai amputare così quello che voleva, che gridava essere opera di verità. Come un altro qualunque dei tagli operati sul manoscritto, come su un qualunque lavoro letterario. Uncinò i margini con parole sue». Dal romanzo, nel 1977, è stato tratto lo sceneggiato televisivo omonimo, prodotto dalla Rai.
Sibilla Aleramo continua la propria attività nel movimento femminista, nel comitato promotore della sezione romana dell’Unione Femminile Nazionale, e si impegna in una delle sue principali attività, l’istituzione di scuole serali femminili e di scuole festive e serali per contadini e contadine dell’Agro Romano.
Si distacca quindi dal movimento femminista, giudicandolo «una breve avventura, eroica all’inizio, grottesca sul finire, un’avventura da adolescenti, inevitabile ed ormai superata». Si tratta, invece, secondo lei, di rivendicare ed esprimere la diversità femminile: «Il mondo femmineo dell’intuizione, questo più rapido contatto dello spirito umano con l’universale, se la donna perverrà a renderlo, sarà, certo, con movenze nuove, con scatti, con brividi, con pause, con trapassi, con vortici sconosciuti alla poesia maschile».
Conclusa la relazione con Cena, Sibilla prende a condurre una vita assai libera, con molti amori, senza adeguarsi a ruoli o immagini femminili tradizionali; la sua voglia di libertà e scoperta la porta anche ad anche alcune relazioni con donne, la più nota delle quali è con la ravennate Lina Poletti tra il 1908 e il 1909. I suoi comportamenti, resi pubblici senza pudore, inducono Giuseppe Prezzolini a definire con algido e immeritato disprezzo la Aleramo «lavatoio sessuale della cultura italiana».
Durante la Prima Guerra Mondiale, Sibilla conosce Dino Campana. Il poeta non è al fronte, è in cura a causa di una nefrite, ma in realtà gli è già stata diagnosticata la malattia mentale all’ospedale di Marradi, nell’estate del 1915. I due sono molto diversi: lei mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e appartato. Il loro rapporto è tormentato e, a volte, brutale, appassionato e ambivalente, in esso nessuno dei due è disposto a essere il più debole, tra fughe, inseguimenti e brevi riappacificazioni, botte e insulti. Lei lo fa visitare da un noto psichiatra dell’epoca, il professor Ernesto Tanzi: non conosciamo il responso dello psichiatra, ma quella visita segna la fine del loro rapporto.
La storia d’amore con Dino Campana è il soggetto del film Un viaggio chiamato amore (2002), diretto da Michele Placido e interpretato da Laura Morante e Stefano Accorsi. Nel 1985 è già uscito il film Inganni, del regista Luigi Faccini, interpretato da Bruno Zanin e Olga Karlatos, che affronta la stessa vicenda biografica.
Da un diverso punto di vista, Sebastiano Vassalli ha scritto La notte della cometa: l’incontro del giovane Campana con Ardengo Soffici e la relazione con la Aleramo, che mette in luce i tanti disequilibri di un uomo ricco di ispirazioni e illuminazioni, che ha bisogno di aiuto e cure costanti.
Nel 1920, a Napoli, scrive Endimione, dedicato a Gabriele D’Annunzio. L’opera, ispirata alla sua vicenda amorosa con il giovane schermidore Tullio Giovanni Bozza, finita alla morte di lui per tubercolosi, ottiene successo nella rappresentazione parigina, ma non in quella torinese, dove al Teatro Carignano viene fischiata, su testo pubblicato dall’editore romano Alberto Stock.
Nel 1927 esce il romanzo epistolare Amo dunque sono, raccolta di lettere non spedite a Giulio Parise, allora aderente al Gruppo di Ur (2).
Nel 1928, ridotta in povertà, Sibilla torna a Roma. Dopo una prima opposizione al regime (nel 1925 è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti), nel 1929, costretta dall’indigenza, incontra Mussolini, dal quale ottiene di essere ammessa alla Accademia d’Italia, posizione che prevede un sussidio economico. Da quel momento inizia a elogiare il regime sulle pagine dei giornali, ricavandone modeste fonti di reddito. Nel 1933 si iscrive alla Associazione Nazionale Fascista Donne Artiste e Laureate, ma nel 1943 rifiuta di trasferirsi a Salò, come ordinatole dal Ministero della Cultura, definendo quell’ultima pagina del fascismo “vergognosa”.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale si iscrive al P.C.I., impegnata in campo politico e sociale, collaboratrice de L’Unità. Nel 1948 partecipa al Congresso Mondiale degli Intellettuali per la Pace, a Breslavia.
Muore a Roma, a ottantatré anni, nel 1960, dopo una lunga malattia. Gli ultimi anni della sua vita sono documentati dalle lettere pubblicate nel volume Lettere ad Elio, il poeta Elio Fiore.
Sibilla Aleramo viene sepolta al Cimitero del Verano, a Roma.
Note
1) Giovanni Cena (Montanaro, 12 gennaio 1870 – Roma, 7 dicembre 1917). Nato nella povera e numerosa famiglia di un tessitore, studia dal 1881 a Torino, poi nel Seminario di Ivrea dal 1886, dal quale viene espulso tre anni dopo per aver detenuto libri non consentiti. Riesce a proseguire gli studi all’Università di Torino, allievo di Arturo Graf; nel 1902 è assunto a Roma, dove inizia la relazione con la scrittrice Sibilla Aleramo, come capo redattore della prestigiosa rivista Nuova Antologia, e si dedica a una intensa opera di assistenza e promozione sociale verso le popolazioni della campagna romana. Nel 1904 nasce il sodalizio con il dottor Angelo Celli, fondatore della “Società per gli studi contro la malaria”. Da quel momento in poi, Cena si batte per il risanamento e l’alfabetizzazione dell’Agro Romano e delle paludi pontine, insieme a un piccolo gruppo di studiosi. Muore di polmonite a Roma nel 1917. Il Comune di Torino gli ha intitolato una via in zona Rebaudengo.
2) Il Gruppo di Ur è un sodalizio esoterico italiano che si costituisce nel gennaio 1927, dal quale prende il nome la serie, a cadenza mensile, dei fascicoli di “UR” (1927-28). Il nome nasce dalla espressione fonetica u-r, esistente nel caldeo e nel runico col significato di fuoco e di toro o ariete, oltre che come prefisso «ur-» nel tedesco a indicare qualcosa di primigenio, di antico. Dal romanzo Amo dunque sono di Sibilla Aleramo tuttavia, ch’ella pubblica in quell’anno, citando il suo rapporto con Julius Evola, si deduce che il cenacolo iniziatico sia attivo almeno dal 1926. Infatti, già nel 1925 Evola aveva auspicato la formazione di una «élite spirituale» quale rimedio ai tumulti sociali dell’epoca, per un fascismo della «potenza» anziché della «violenza», capace di guidare le masse piuttosto che inseguirne il favore. Come riferisce lui stesso, l’obiettivo del Gruppo di Ur è duplice: suscitare una forza sovrasensibile capace d’aiutare i singoli membri nel lavoro di sviluppo dei propri poteri spirituali; indirizzare questa forza superiore e individualizzata verso l’ambiente sociale, rettificando dietro le quinte della storia le altre forze influenti nel proprio tempo.
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