F. Castelli inc. A. Duquesney dis, Piazza Carlina in Torino, 1817. ASCT, Collezione Simeom, serie D, n. 373. © Archivio Storico della Città
La “Torino bianca” vista e narrata da Ezio Marinoni
Tutti i torinesi la conoscono come piazza Carlina, ma basta alzare gli occhi verso uno degli angoli per leggere il suo vero nome: piazza Carlo Emanuele II (Torino, 20 giugno 1634 – Torino, 12 giugno 1675), Duca di Savoia; egli è figlio del Duca Vittorio Amedeo I e della prima Madama Reale, Cristina di Francia, dalla loro unione nascerà Vittorio Amedeo II, uno degli eroi dell’Assedio del 1706.
La piazza si sviluppa nell’incrocio perpendicolare delle vie Accademia Albertina e Maria Vittoria. Contornata da pregevoli edifici pubblici e privati, al centro è caratterizzata dal monumento a Camillo Benso (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861), il grande tessitore dell’Unità d’Italia, opera dello scultore Giovanni Dupré (Siena, 1 marzo 1817 – Fiesole, 10 gennaio 1882): inaugurato l’8 novembre 1873, è forse appesantito da molte figurazioni simboliche che non si sposano con la sua mente e con la sua azione pragmatica.
Carlo Emanuele II di Savoia ha rappresentato una grande figura di riformatore e innovatore.
In campo militare, le riforme iniziano dall’esercito. Licenziati i mercenari, che avevano fino ad allora costituito il nerbo dell’esercito del Ducato ed il cui costo era spropositato, egli crea cinque nuovi reggimenti di fanteria di linea interamente piemontesi: “Monferrato”, “Savoia”, “Piemonte”, “Aosta” e “Nizza”. Ripristina la cavalleria e rimette a nuovo le vecchie fortificazioni malridotte. Con un decreto, vieta l’accattonaggio, ordinando all’Ospedale di Carità di accudire i poveri e i mendicanti. Con lui, Torino vive il suo Rinascimento, vengono realizzate piazza San Carlo e il Castello di Rivoli.
L’aspetto negativo del suo governo è rappresentato dall’attacco ai Valdesi. Nel 1655 il Duca invia il Marchese di Pianezza, Carlo Emanuele Giacinto di Simiana (Torino, 1608 – Torino, 3 giugno 1677), con i suoi soldati per “ristabilire l’ordine”, nel ghetto valdese ormai costituitosi nelle valli Pellice, Germanasca e Chisone. Le popolazioni valdesi ospitano senza sospetti i militari nelle loro case e questi, il Sabato Santo, danno inizio al massacro passato alla storia con il nome di “Pasque piemontesi” durante il quale l’eco delle atrocità perpetrate contro donne e bambini arriva fino alle nazioni protestanti.
Alla morte prematura, Calo Emanuele II viene sepolto nella Cappella della Sindone, ricordato da un monumento funebre ottocentesco dello scultore Innocenzo Fraccaroli (Castelrotto di Valpolicella, 28 dicembre 1805 – Milano, 18 aprile 1882) che lo ritrae fra le allegorie della Pace, della Munificenza e dell’Architettura, riconoscendo in lui un fautore dell’abbellimento seicentesco di Torino. Il capolavoro di questo artista è considerato “Achille ferito” (Milano, Galleria d’Arte Moderna) che gli procura elogi e premi oltre che un canto dedicato a lui, a Francesco Podesti e a Francesco Hayez dal poeta Giovanni Prati (Campo Lomaso, 27 gennaio 1814 – Roma, 9 aggio 1884), con il titolo “Esposizione in Brera 1842: Fraccaroli, Podesti ed Hayez”. Torino ha dedicato a Giovanni Prati una breve via che si stacca da piazza Solferino, in direzione di via Roma.
Piccoli misteri sulla sepoltura di Carlo Emanuele II.
Per quale motivo la sepoltura e il cenotafio si realizzano due secoli dopo? Inoltre, dopo il lungo e puntiglioso restauro della Cappella della Sindone, a seguito del devastante incendio del 1997, è nato un giallo: il suo sepolcro sarebbe vuoto?
Per approfondire, cfr.: https://www.lastampa.it/torino/2018/11/11/news/cappella-della-sindone-il-giallo-dei-due-sepolcri-reali-vuoti-la-verita-passa-dall-apertura-delle-tombe-1.34059413/
Il sovrano, infine, è ritratto in Municipio, in una tela del pittore Giovanni Battista Curlando, di cui sappiamo ben poco. Curlando nasce probabilmente a Torino tra il 1648 e il 1652, dato che nell’atto di morte (26 marzo 1710) è detto di “62 anni circa”, mentre in un censimento del 1705 risulta “anni 53”. Nel 1682 risulta priore della Compagnia torinese di San Luca.
Ora ritorniamo alla piazza. Questo grande spazio pubblico nasce nel secondo ingrandimento di Torino, nell’ultimo quarto del XVII secolo, disegnata da Amedeo di Castellamonte a pianta ottagonale, una fontana al centro e i palazzi con facciate uniformi, sul modello del palazzo Coardi di Carpeneto, all’angolo con via Maria Vittoria.
Fino a metà Ottocento piazza Carlina svolge la funzione di mercato del vino e di altri prodotti. In una veduta ottocentesca conservata presso l’Archivio Storico della Città di Torino i bassi fabbricati legati alle attività commerciali del mercato “tagliano” le facciate nobili dei palazzi e della chiesa, rendendo l’insieme irriconoscibile rispetto al disegno originario, che oggi ci è stato restituito e possiamo apprezzare nella sua integrità. Al riguardo, così scrive Goffredo Casalis, nel suo monumentale Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna: « ..a quell’epoca (1678) vi si costruivano quattro tettoje, sotto alle quali dovean tenersi i mercati (..). Queste tettoje sono un vero ingombro alla piazza Carlina, la quale senza esse apparirebbe assai bella, essendo attorniata da eleganti palazzi. »
I palazzi nobiliari di piazza Carlina.
Sfoglio un esiguo e significativo libretto di metà Ottocento…
« In fondo a piazza Carlina, ove a sinistra vedesi la magnifica facciata del palazzo Guarene, eretta giusta i disegni del Juvara, evvi dall’altro canto una porta ampia d’ingresso con sopravi in auree lettere la seguente iscrizione :
CAROLUS EMANUEL
INOPIBUS IMPERII SUI ADOLESCENTIBUS
AD UTILIORUM ARTlUM MORUMQUE TYROCINIUM
ANN. MDLXXXVII. »
Leggiamo queste parole sul testo Cenni storici sull’Albergo di Virtù in Torino dell’Abate Jacopo Bernardi, 40 pagine pubblicate in appendice al Calendario Generale del Regno del 1858.
Fra questi muri ha avuto sede una istituzione a favore dei fanciulli poveri fondata dalla Compagnia di San Paolo (Opera Pia Albergo di Virtù, 1580); il palazzo viene acquisito nel 1682, nel 1890 l’Opera si trasferisce in via San Secondo 29, fino alla sua chiusura, avvenuta nel 1954.
Spicca, quindi, la citata facciata del palazzo Guarene, poi d’Ormea, disegnato da Juvarra nel 1730 per riadattare il palazzo costruito a inizio Settecento dal Conte Carlo Giaicnto Roero di Guarene, che lo abita in alternanza con il suo castello di Guarene.
Il menzionato palazzo Coardi di Carpeneto è un elemento caratterizzante tutto l’ambiente. Realizzato su progetto attribuito ad Amedeo di Castellamonte, è ristrutturato nel Settecento su progetto attribuito a Pietro Bonvicini (1741 circa – 1796). In una sala al piano nobile, danneggiata dal bombardamento del 8 agosto 1943, si ammira l’affresco “Trionfo allegorico” (una donna seduta sulle nubi con figure allegoriche, tra cui l’Abbondanza e Mercurio) di Domenico Guidobono (Savona, 1668 – Napoli, 1746), che riprende la scenografia architettonica a finto porticato proposta nella sala della Primavera a Palazzo Madama (1714).
La Caserma Chiaffredo Bergia.
Sempre sulla destra, prima di via Accademia Albertina, con ingresso da via Santa Croce 4, l’attuale Caserma Bergia è stata una nobile creazione di Bernardo Antonio Vittone (1705 – 1770), realizzata fra il 1729 e il 1737 sotto il regno di Carlo Emanuele III, che ospita in origine il Collegio delle Province, fondato da Vittorio Amedeo II nel 1720 per istruire e mantenere a spese dello Stato i giovani di maggiori capacità, per farne addetti e funzionari del Regno di Sardegna. Essa è la sede storica dei Reali Carabinieri, che ne entrano in possesso sin dalla loro costituzione nel 1814, istituiti da Vittorio Emanuele I con le Regie Patenti del 13 luglio 1814.
La chiesa di Santa Croce. Viene edificata su disegni di Filippo Juvarra (eccetto la facciata, realizzata nel 1873), per il convento delle Canonichesse Regolari Lateranensi, dette monache di Santa Croce, qui stabilitesi nel 1691. La chiesa, con disegni e progetti successivi, sarà terminata nel 1730: il campanile è di Giovanni Battista Borra (Dogliani, 27 dicembre 1713 – Torino, 1786). Nel 1848 il complesso diventa ospedale militare; nel 1904 l’area conventuale è assegnata in proprietà alla Città di Torino, ma continua a essere utilizzata come ospedale militare fino al 1914; tra il 1920 e il 1926 diventa Casa del Soldato. Da quel medesimo anno il complesso è consegnato alle Madri Pie di Ovada, che nel 1927 fanno eseguire lavori di restauro all’interno della chiesa. Nel 1975 il complesso ritorna al Comune; tra il 1988 e il 1993 si compie il recupero edilizio dell’ex convento a sede universitaria, su progetto dell’architetto Mario Federico Roggero.
All’interno, all’altare maggiore il Beaumont dipinge, forse su commissione di Juvarra, una “Deposizione” molto ammirata dai contemporanei, oggi bisognosa di restauro. Il dipinto “San Pietro in cattedra”, del Moncalvo, è stato riadattato per un altare laterale.
L’ampio coro e i locali prospicienti via Accademia Albertina sono dati in uso dalla Città di Torino, proprietaria del complesso, all’Arcidiocesi di Torino che li ha destinati alla Comunità Romena di rito ortodosso e alla Commissione Diocesana per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso.
La piazza della ghigliottina.
Tra il 1800 e il 1814 la piazza ha ospitato la ghigliottina torinese. Quando l’attrezzo di morte, importato dagli occupanti francesi, viene smontato, i pezzi e i componenti che lo formavano si disperdono, qualcuno ha raccontato che siano finiti nel chiostro della chiesa del Carmine. La macabra funzione di piazza Carlina può accomunarla al Rondò della Forca, su corso Regina Margherita, dove si eseguivano in un più remoto passato altre sentenze capitali.
Piazza Carlina oggi.
Nonostante i cambiamenti intervenuti nel tempo, la piazza mantiene una visione spaziosa e signorile, da qui lo sguardo si può orientare verso il fiume Po e la collina oppure verso il centro aulico, grazie alla geometria delle strade torinesi di impianto romano. La rotonda dei binari del tram che fiancheggia il rialzo su cui sorge il monumento a Cavour è una quinta scenografica perfetta per l’arrivo e la partenza del “Ristotram” e del tram storico numero 7.
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