«Come il tempo, anche l’arte ha bisogno di spazi vuoti per essere davvero abitata»
L’uomo delle caverne prima che fosse inventata la scrittura, tracciava sulle pareti della sua primitiva abitazione dei rozzi disegni con i quali cercava di rappresentare le avventure di caccia e di guerra che aveva vissuto. Osservando, poi, un papiro degli antichi egizi, possiamo notare una successione di scene che richiamano le caratteristiche delle strisce.
Il fumetto moderno nasce, però, soltanto nel 1895 con le storie di «Yellow Kid» create da Felton Outcalt. Nello stesso periodo compaiono i balloons, ossia quegli spazi simili a nuvolette o sbuffi di fumo in cui sono racchiuse le parole dei personaggi. I balloons in italiano saranno chiamati “fumetti”.
Con l’inserimento dei comics, i quotidiani statunitensi conoscono i primi grandi successi. Il fumetto, quindi, è forse la prima spia che dimostra che il secolo scorso può essere definito il “secolo dell’immagine”.
Pierpaolo Rovero è un artista e insegnante di “Arte del fumetto” presso l’Accademia delle Belle Arti di Torino. Debutta come disegnatore per la Disney nel 1996 sul settimanale «Topolino» per poi proseguire la carriera di fumettista collaborando con importanti case editrici francesi come la «Glenat» e la «Casterman».
Ha creato illustrazioni e personaggi per film d’animazione e pubblicità. Come pittore espone in varie gallerie sin dal 2007. Nelle sue opere si mescolano molti stili (fumetti, film d’animazione, illustrazioni grafiche, pittori olandesi del XVI sec., pop art, design astratto) in modo originale.

Insegni “Arte del fumetto” all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino da oltre dieci anni. Che ruolo ha la didattica nel tuo percorso e come s’intreccia con la pratica artistica?
Insegnare e disegnare condividono la stessa matrice. In-segnare significa inscrivere dei segni nella mente, di-segnare significa tracciare dei segni su un foglio: in entrambi i casi si costruiscono percorsi, strutture, connessioni. Il rapporto con gli studenti è uno scambio continuo, una sfida che mi spinge a rivedere i miei processi creativi, a riflettere e a chiarire ciò che spesso facciamo in modo intuitivo. Da quest’anno, inoltre, è nato un nuovo indirizzo nel Biennio, “Illustrazione e Fumetto”, che offre alta formazione ai futuri professionisti. È un passaggio importante: il fumetto entra definitivamente nel tempio dell’arte, non come linguaggio minore, ma come disciplina complessa e matura.

Quanto dialogano tra loro insegnamento e pratica artistica?
Sono due dimensioni inseparabili. Ogni lezione è anche un momento di riflessione per me: mi costringe a mettere a fuoco ciò che faccio, a trovare parole per processi spesso intuitivi. Allo stesso tempo, il lavoro in studio si arricchisce delle domande, delle idee e delle sperimentazioni degli studenti. È uno scambio continuo che nutre entrambe le esperienze.
La tua carriera artistica attraversa ormai diversi linguaggi: fumetto, illustrazione, arte digitale. Qual è il filo conduttore che lega insieme il tuo percorso?
La dimensione narrativa è sempre stata il punto fermo. Il disegno non è mai solamente immagine: è racconto. Ogni segno nasce da una storia e ogni storia guida le scelte stilistiche e tecniche. Nel tempo ho esplorato linguaggi e strumenti diversi, sempre con coerenza interna. Le mie opere non soltanto vanno guardate, ma anche lette: c’è sempre un ritmo, un ordine, una direzione dello sguardo.

Come dialogano nel tuo lavoro tecniche tradizionali e strumenti digitali?
Le tecniche tradizionali conservano calore, spontaneità e fisicità, mentre il digitale offre precisione e possibilità d’intervento impensabili fino a pochi anni fa. L’ibridazione di questi mondi amplia le possibilità espressive e riflette la nostra cultura visiva: stratificata, ibrida, dove analogico e digitale convivono armoniosamente.
Quale medium prediligi e perché?
Non amo limitarmi soltanto a un linguaggio. Il fumetto rimane il mio punto di partenza, per la sua grammatica sequenziale e il senso del tempo che trasmette, ma m’interessa esplorare le sinergie tra media diversi, integrando pittura, illustrazione e digitale per creare un dialogo tra le immagini.
La nuova collezione «Around the Clock» è la fase successiva alla serie «Imagine All the People». Come s’inserisce nel tuo percorso e quale idea la attraversa?
«Imagine All the People» era un progetto in cui immaginavo un viaggio visivo attorno alle città del mondo, come un omaggio al capolavoro di John Lennon. Con «Around the Clock» questo viaggio trova una forma più strutturata: ogni città è rappresentata in un momento specifico della giornata, scelto per la sua valenza simbolica o emotiva. Questo momento è catturato attraverso l’orologio principale della città, che diventa il centro narrativo attorno a cui si sviluppano scene corali di persone che compiono azioni comuni o artistiche, trasformando il tempo astratto in tempo vissuto.
Perché hai scelto quei precisi momenti della giornata per ogni città?
La scelta del momento non è casuale: riflette il ritmo naturale della città, le abitudini dei suoi abitanti e l’atmosfera che volevo evocare. Alcuni momenti della giornata hanno una luce o un’energia particolare che rende il racconto più evocativo e immediato. L’orologio diventa quindi non soltanto un elemento estetico, ma anche uno strumento narrativo che indica il tempo esatto, permettendo a chi osserva di entrare nel ritmo della città.
Ogni città è associata a un’azione corale, quasi rituale. Che significato hanno queste figure nella narrazione della serie?
Le figure rappresentano l’anima di ogni città. A Parigi le persone si baciano, a Buenos Aires danzano il tango, a Barcellona emergono immagini surreali che celebrano arte e vita. Questi gesti trasformando il tempo astratto in tempo vissuto, mostrano come lo stesso momento possa essere abitato in modi diversi e invitano chi osserva a riflettere sul proprio rapporto con il tempo.

Dal punto di vista formale e tecnico, come hai costruito queste immagini-orologio?
Ogni opera è un microcosmo, dove l’orologio diventa struttura narrativa circolare dentro cui si muovono decine di storie sincronizzate. Ho lavorato stratificando disegno, composizione, colore e ritmo visivo, sempre con attenzione alla resa della stampa.
Che cosa ti piacerebbe che arrivasse al pubblico osservando «Around the Clock»?
Mi piacerebbe che ciascuno si fermasse a riflettere sul proprio tempo. Non in modo didascalico ma emotivo. Ogni città suggerisce una possibilità diversa: amore, fratellanza, immaginazione, ascolto, dialogo, preghiera, contemplazione, arte. L’idea è che il tempo può essere abitato in modi molteplici e sta a ognuno compiere le proprie scelte per viverlo al meglio.
L’arte contemporanea è sempre più intrecciata alle tecnologie digitali e all’IA. Come vivi queste trasformazioni?
Con curiosità e attenzione critica. Le piattaforme digitali offrono strumenti straordinari per creare, diffondere e interagire con l’opera. L’IA può essere interessante se integrata in un processo creativo umano, ma non può sostituire l’esperienza, l’intenzione e la passione che contraddistinguono l’atto creativo. È essenziale conservare la centralità dell’artista e il valore dell’emozione che solamente un essere umano può trasmettere.
Guardando ai giovani artisti, quali consigli senti di dare a chi vuole trasformare la propria ricerca in una professione?
Trovare equilibrio tra sperimentazione personale e consapevolezza del mercato, dedicarsi completamente alla propria arte senza piani B e coltivare la propria crescita attraverso lo studio. La determinazione deve essere accompagnata dalla consapevolezza delle proprie capacità e dal rispetto per il percorso creativo.

C’è qualcosa di «Around the Clock» che senti importante lasciare sullo sfondo?
Il silenzio. Non tutto va spiegato. Come il tempo, anche l’arte ha bisogno di spazi vuoti per essere davvero abitata. Il resto lo lascio alla scoperta di chi osserva.

Bellissima intervista, grazie !!!
Interessante e precisa intervista che conferma sempre più la ricchezza, fantasia e libertà di ogni espressione d’arte.
Intervista molto interessante, che restituisce con chiarezza la poetica dell’artista: l’arte non deve rivelare tutto, ma permettere la scoperta da parte di chi osserva. Il riferimento agli “spazi vuoti” richiama un’arte che non si impone, ma invita a sostare, lasciando allo spettatore la libertà e la responsabilità dell’interpretazione.
Bella intervista sulla realtà iconica su questo mondo dell’ immagine diffusa. Ma dietro ogni segno, ogni disegno ci sono idee, pensieri, messaggi di grande creatività che nessuna IA potrà mai indebolire. L’ arte è sempre espressione umana ampliata dalle nuove tecnologie ma insostituibile!
Bel resoconto di un interessante incontro , per riflettere sulle valenze del fumetto , incontro di letteratura e arte figurativa e continuare (o ricominciare) a leggerlo
Interessante intervista che stimola la fantasia e mi spinge a migliore la conoscenza del Fumetto, una vera e propria arte.
Devo dire grazie a chi mi ha invitato a leggere questa intervista. Ovviamente grazie all’intervistatore e all’ intervistato.
Ho riaperto una finestra culturale, quella del fumetto, che consideravo, sbagliando, passata. Bellissime argomentazioni.
Per me, qualsiasi tipo di arte deve lasciare spazio. Solo così può essere condivisa. Complimenti a voi.
Bellissima intervista! Complimenti per questo “viaggio” culturale artistico
Mi piace. Bell’ intervista, mi ha fatto apprezzare un bravissimo artista che non conoscevo. Interessanti anche le note storiche pre-intervista
Amo da sempre il fumetto, ma leggendo questa intervista ho trovato spazi nuovi , motivazioni più belle e un rinnovato interesse.