Storia di un materiale umile diventato oggetto di lusso
A pronunciarlo, papier mâché conserva ancora qualcosa di raffinato e francese. A tradurlo, molto meno: significa letteralmente “carta masticata”. Papier è carta, mâché è il participio passato del verbo mâcher, masticare. Un nome quasi brutale per un materiale che sarebbe finito nei salotti più eleganti d’Europa, trasformato in tabacchiere, vassoi, paraventi, sedie, tavolini e perfino pianoforti.
Anche l’italiano cartapesta racconta la stessa idea: carta pestata, ammorbidita e trasformata fino a diventare qualcosa di diverso.
Il termine è francese, ma sarebbe sbagliato dedurne che il papier mâché sia semplicemente un’invenzione francese. Tecniche basate su carta macerata, pressata o sovrapposta hanno una storia più ampia. La Francia, tuttavia, ebbe un ruolo importante nel trasformarlo in materiale per oggetti raffinati. Nel Settecento il papier mâché era già presente nella produzione di lusso parigina. Il Musée des Arts Décoratifs conserva, per esempio, un flaconnier, piccolo astuccio o cofanetto tascabile, realizzato a Parigi tra il 1756 e il 1762: papier mâché, lacca nera, foglia d’oro, pittura a olio, argento, cristallo e velluto di seta. Difficile pensare a un materiale “povero”.
Non è casuale il rapporto con la lacca. In Francia si erano sviluppate tecniche sofisticate per imitare le preziose lacche dell’Asia orientale, e il celebre Vernis Martin divenne uno dei simboli di questo gusto. La superficie liscia del papier mâché si prestava perfettamente a tali finiture.
Ma il passaggio decisivo verso una produzione tecnologicamente più avanzata avvenne in Inghilterra. Il 20 novembre 1772 Henry Clay, attivo a Birmingham, ottenne un brevetto per un “new Improved Paper-ware”. Il procedimento prevedeva fogli di carta incollati, trattati con olio, vernice e calore, fino a ottenere un materiale duro e resistente. Clay sosteneva che potesse essere segato, piallato e lavorato quasi come il legno, e ne proponeva l’impiego per pannelli di carrozze, porte, tavoli, mobili, vassoi, scatole e calamai. La carta, in altre parole, aveva cominciato a comportarsi come il legno.
Con papier mâché, però, non si indica una sola tecnica. Si poteva utilizzare carta ridotta in pasta e pressata negli stampi, oppure sovrapporre numerosi fogli incollati. Una volta indurito, il materiale risultava leggero, relativamente resistente e adatto soprattutto a superfici curve. Era inoltre una base ideale per il japanning, la finitura occidentale che cercava di evocare l’aspetto delle lacche orientali. Ed ecco comparire quel fondo nero, lucido e profondo che ancora oggi rende immediatamente riconoscibili molti oggetti inglesi dell’Ottocento.
Nel 1816 la società Jennens & Bettridge rilevò gli stabilimenti di Clay e divenne uno dei nomi più importanti del papier mâché inglese. Nel 1825 brevettò un sistema più efficiente per lavorare la madreperla destinata alla decorazione. Sul fondo nero comparvero così piccoli elementi iridescenti, fiori dipinti, motivi dorati e paesaggi. La produzione, inizialmente concentrata su vassoi e piccoli oggetti, si allargò progressivamente a paraventi, scrittoi, tavoli, librerie e sedie. Nel 1839 Jennens & Bettridge forniva già due paraventi a Buckingham Palace.
A questo punto nasce una domanda inevitabile: ci si poteva davvero sedere sopra della carta? Sì, ma senza trasformare la curiosità in leggenda. Un mobile in papier mâché non era necessariamente costruito esclusivamente di carta. Nei punti sottoposti a maggiori sollecitazioni potevano comparire rinforzi metallici o parti in legno, e nelle sedie le gambe erano spesso di legno massiccio.
La consacrazione arrivò alla Great Exhibition di Londra del 1851. Jennens & Bettridge vi presentò numerosi arredi in papier mâché: sedie, tavoli, piccoli mobili e perfino un pianoforte. Ormai la carta era entrata, a pieno titolo, nel repertorio dell’arredo di lusso.
In Italia la storia prese soprattutto un’altra strada. A Lecce, tra Sette e Ottocento, la cartapesta conobbe una straordinaria diffusione nella scultura religiosa. Si sviluppò una vera scuola locale, specializzata in statue e immagini devozionali leggere, modellabili e relativamente economiche. Una tradizione tanto importante da essere ancora oggi identificata con la città.
Il confronto è affascinante. A Birmingham la carta poteva diventare una sedia nera decorata in madreperla; a Lecce poteva assumere il volto, le mani e le pieghe delle vesti di un santo.
Stesso materiale di partenza, risultati quasi opposti.
Ed è forse proprio qui che il papier mâché rivela la sua caratteristica più sorprendente: è un materiale che ama nascondersi. Può sembrare legno, imitare la lacca, accogliere oro e madreperla, assumere perfino l’aspetto della scultura.
E qui, inevitabilmente, affiora anche un ricordo personale. Da bambino, una settantina di anni fa, vedevo spesso, sui balconi, esposte al sole, delle grosse pallottole di carta macerata derivata dal riutilizzo dei quotidiani. Venivano lasciate asciugare e poi utilizzate nella stufa come combustibile. Non erano, naturalmente, oggetti di papier mâché nel senso artistico del termine, ma il principio di partenza era sorprendentemente simile: carta bagnata, ridotta in massa, compressa, modellata e infine essiccata.
Ripensandoci oggi, è evidente il contrasto: la stessa materia che nei miei ricordi infantili terminava la propria esistenza nel fuoco, quasi due secoli prima era stata oggetto di brevetti, esperimenti e perfezionamenti tecnici, fino a diventare vassoi, sedie, tavolini, paraventi e perfino pianoforti destinati ai salotti più eleganti.
Invito a visionare il Filmato: Papier Mȃché
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Sempre interessante es istruttivo leggere
I tuoi articoli. Grazie!
Interessantissimo Sergio, ancora una volta si evince che anche un materiale insignificante e umile può trasformarsi in un oggetto bellissimo grazie all’ ingegno umano. Grazie Sergio per le tue grandi competenze!
Non conoscevo questa tecnica. Grazie, Sergio, per averla spiegata così bene.
Davvero interessante! Grazie
Molto interessante Sergio
Come lo sono sempre i tuoi articoli
Grazie.