Bandiera Partito dei Contadini, 1923, concessa da Rossana Mauro, foto di Ezio Marinoni
Una esperienza politica originale e unica
Una storia curiosa e poco conosciuta, quella del Partito dei Contadini, fondato in un convegno tenutosi ad Alba il 15 e il 16 ottobre 1921, sulla scia di una protesta contro le tasse allora vigenti sul vino.
In realtà, nella nuova formazione politica confluiscono alcuni gruppi preesistenti, che hanno già eletto due propri candidati: Giacomo Scotti tra le file del Partito Popolare, deceduto nel 1936 per i danni e le conseguenze mai guarite di un violento pestaggio fascista subito nel 1924; Urbano Benigno Prunotto, 1886 – 1948, leader del gruppo albese, in una lista locale di impronta “contadinista”.
Quest’ultimo, una volta completati gli studi, nel 1919 costituisce un movimento rurale, culturale e di opinione, battezzato “Gruppo dei Contadini”, che diventerà il Partito dei Contadini d’Italia. Su idee socialiste e riformiste, il partito nasce e cresce indipendente, con uno scopo dichiarato nello slogan propagandistico: Dare ai Rurali una coscienza politica ed agli Italiani una coscienza rurale.
Il nucleo centrale del partito è radicato in Piemonte, con scarse propaggini in altre zone dell’Italia settentrionale caratterizzate dalla presenza della piccola e parcellizzata proprietà contadina; nella nostra Regione emerge subito una bipolarità fra Alba e Asti, che sarà un motivo saliente durante tutta la vicenda storica del partito.
Alle elezioni del 1924 risultano eletti quattro deputati, poi il partito viene soppresso, come tutti gli altri, dalle leggi fasciste del 1926. Nel secondo dopoguerra sarà eletto il deputato Alessandro Scotti (Montegrosso d’Asti, 1889 – Costigliole d’Asti, 1974), fratello di Giacomo.

Alle elezioni alla Costituente del 1946 il Partito dei Contadini ottiene 102.000 voti (0,5%); nel Piemonte occidentale raggiunge il 9% dei consensi e in provincia di Asti, con il 21% dei voti, è il secondo partito, ottenendo la maggioranza assoluta in numerosi comuni.
Nelle elezioni del 1948 il partito compie il “miracolo” di resistere alla polarizzazione del voto su Democrazia Cristiana e Fronte Popolare, conferma il suo deputato nella roccaforte del Piemonte occidentale, pur scendendo dal 9% al 6,5% dei consensi.
Alle elezioni del 1953 il partito, che siede nel gruppo parlamentare repubblicano, si presenta nelle liste del Partito Monarchico: una palese contraddizione utilizzata allo scopo di salvaguardare il seggio di Scotti.
Nel 1958 il partito prova a pensare in grande: stipula una alleanza con il Partito Sardo d’Azione e il Movimento di Comunità di Adriano Olivetti, con l’ambizione di superare il mezzo milione di voti; la svolta a sinistra non è condivisa da Scotti, che lascia il partito e si candida con i monarchici, questa volta senza fortuna.
La cocente e duplice delusione segna l’inizio della fine del Partito dei Contadini.
Alle elezioni del 1963 un simbolo civetta con la spiga di grano e la scritta Concentrazione Unità Rurale recupera il voto d’opinione dell’originario partito contadino e ottiene 92.000 voti, ma non riprende lo zoccolo duro della roccaforte piemontese che garantiva il quorum parlamentare.
L’ultimo atto del Partito dei Contadini è la fusione con il P.R.I., nel febbraio 1970, quando la presenza politica nelle campagne astigiane è quasi azzerata, là dove è stato un partito di “massa”, sempre attestato fra il terzo e il quarto posto, alle spalle dei grandi partiti nazionali (DC, PCI, e PSI).
La scomparsa del Partito dei Contadini non coincide con la scomparsa dei temi a cui ha legato la sua esperienza politica. Anche perché a Costigliole, a fianco di una chiesa, una lapide ricorda la nascita in loco del cosiddetto “Sessantotto contadino”, una storia da riprendere in mano e da raccontare ai giovani, da far vivere fra i coltivatori e i consumatori di oggi.

Per citare lo storico Giovanni De Luna, che ha ripercorso le vicende del partito in un suo studio, esso «è stato il partito dei vigneti monferrini, dato che era presente principalmente in quell’area, e aveva come motto “da noi”, nel senso di “contare solo sulle nostre forze”».
Quale eredità sociale e politica rimane oggi del Partito dei Contadini?
Nato con posizioni progressiste, arriva ad assumere posizioni vicine ai monarchici; si potrebbe paragonarlo a una Lega Nord ante litteram, soprattutto per le battaglie sulle tassazioni del vino (simili a quelle sul latte degli Anni Novanta). Secondo Roberto Gremmo, la sua eredità politica esiste tuttora, nel rifiuto del mondo urbanizzato e nella difesa di quello rurale, su posizioni anti-centraliste. Insieme al citato Movimento di Comunità e con il Marp, il Movimento Autonomista Regionale Piemontese, ha rappresentato in ogni caso una delle esperienze politiche più originali nate nella nostra Regione.
Dall’Astigiano, spostiamoci nelle Langhe. Nel piccolo Comune di Roddino, il 28 luglio 1923, a salutare l’arrivo del nuovo Reverendissimo Arciprete don Filippo Chiesa, proveniente da Canale, e a presiedere il comitato per i festeggiamenti, vi è Vittorio Emanuele Mauro, uno dei fondatori del Partito dei Contadini d’Italia, due volte candidato a deputato nel 1921 e nel 1924, in qualità di Presidente della sezione del partito di Roddino (1).
La cronaca di quel fatto, in cui il parroco è accolto con entusiasmo, ci viene dalla Gazzetta d’Alba (Anno 42, n.32,1923 p.2. rubrica “Di qua e di la del Tanaro”) e la testimonianza è stata ricompresa nel volume Roddino – Storia e gente di una TERRA DI MEZZO.
« All’ingresso del Paese si ergeva un arco trionfale di verde e di fiori, sormontato da una grande iscrizione finemente eseguita dal pittore Finati. »
Inoltre, « (…) il Sig. Mauro disse all’Arciprete novello che a Roddino avrebbe trovato certo anche delle miserie morali, frutto di ogni terra, ma che avrebbe trovato anche tanto amore tanta corrispondenza e augurò che la bontà del novello Pastore abbia a condurre tanti Roddinesi al porto della salute. »
Mi sembra giusto ricordare il fatto di Roddino in quanto vi i è pochissima memorialistica sulla esperienza politica albese e langarola del Partito dei Contadini, non solo per la mancata elezione di deputati in questa zona.

Nel frattempo, l’azienda agricola e vinicola della famiglia Mauro si è spostata a Dronero, in Val Maira. Sono passati oltre cento anni dalla fondazione del Partito dei Contadini e le innovazioni enologiche che prendono forma a Dronero e dintorni sono un’altra storia, tutta da raccontare.
Anche il dimenticato Partito dei Contadini, alla luce dei nuovi localismi e separatismi che prendono forma in un contesto mondiale contrassegnato dall’aumento degli egoismi e delle disparità sociali, merita di essere raccontato e reinterpretato per offrire una chiave di lettura “dal basso” di un movimento sociale di categoria, sentito e diffuso fra la popolazione.
Un sentito ringraziamento va a Rossana Mauro, che ho incontrato al Salone del Vino 2026 svoltosi alle OGR di Torino: https://civico20-news.it/cultura-e-spettacolo/visita-al-salone-del-vino-di-torino/06/03/2026/
Lei, insieme al fratello Giuseppe, è erede dronerese di questa dinastia vinicola e ne custodisce le memorie; con generosità, mi ha concesso notizie, documenti e fotografie, incoraggiandomi a mettere mano a questa storia.
Note
(1) Vittorio Emanuele Mauro ha figli: fra di essi, uno sarà il papà del giornalista Ezio Mauro; a un altro fratello si deve la paternità di Emanuele Oscar Mauro, a sua volta genitore dei titolari della attuale azienda agricola Mauro Vini, Giuseppe e Rossana Mauro, con sede a Dronero.

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Interessante sunto di un’esperienza politica originale. Se non ricordo male, al Partito dei Contadino dedicò un libro Roberto Gremmo, qualche anno fa, con le sue edizioni Storia Ribelle
Grazie per il Suo commento. Il lavoro di Roberto Gremmo mi è stato di ispirazione, cito l’autore con una considerazione a chiosa di questa originale e irripetibile esperienza politica. Se posso dirlo, a titolo personale a in modo avulso dalla politica, oggi ci manca un impegno del genere, a tutela del lavoro, del territorio e dell’agricoltura. E lo dico, non a caso, nei giorni in cui molti ricordano Carlin Petrin e la sua originale e innovativa difesa dei contadini e del valore del lavoro e della terra.
Concordo sulla connessione per nulla peregrina con Carlini Petrini: al di là della dimensione ideologica distante, in parte contrapposta, il nodo è proprio la rappresentanza dei mondi agricoli non solo in senso sindacale/datoriale, ma proprio dei territori e delle comunità dentro la loro identità agricola