Dalle ceneri del 1936 al capolavoro di Carlo Mollino: trentasette anni per ritrovare il Regio.
Trentasette anni dopo l’incendio, Torino riabbracciò il suo teatro. Non ricostruendo ciò che aveva perduto, ma affidandosi al genio di Carlo Mollino. Il teatro non c’era più. Il Regio, invece, continuava a esistere.
Quando si spensero le fiamme che nel febbraio del 1936 avevano devastato lo storico edificio progettato da Benedetto Alfieri, Torino si trovò davanti a un vuoto difficile da accettare, proprio nel cuore della città. La programmazione musicale proseguì in altri teatri torinesi, ma rimaneva una domanda: che cosa sarebbe sorto dietro quella facciata settecentesca miracolosamente sopravvissuta? Probabilmente nessuno immaginava che per conoscere la risposta sarebbero occorsi trentasette anni.
La volontà di ricostruire, almeno all’inizio, non mancò. Già il 3 febbraio 1937 venne pubblicato il bando di concorso per il nuovo teatro. A vincerlo furono gli architetti Aldo Morbelli e Robaldo Morozzo della Rocca. Il progetto sembrava destinato a restituire rapidamente il Regio alla città, ma la storia aveva altri programmi. Arrivò la guerra. Poi il dopoguerra, le modifiche al progetto, le difficoltà economiche. Gli anni passarono. E accadde qualcosa che oggi appare quasi paradossale. Il 25 settembre 1963, ventisette anni dopo l’incendio, venne finalmente posata la prima pietra del nuovo teatro. Si sarebbe potuto pensare che l’attesa fosse terminata. Invece quella prima pietra apparteneva a un teatro che non sarebbe mai stato costruito. Il progetto Morbelli-Morozzo della Rocca venne definitivamente abbandonato. Due anni più tardi, il 25 marzo 1965, l’amministrazione torinese decise di cambiare strada e affidò il nuovo incarico a Carlo Mollino, affiancato per il settore scenotecnico dall’ingegnere Marcello Zavelani Rossi. I lavori iniziarono nel settembre 1967.
Era una scelta destinata a cambiare completamente il destino del Regio. Perché a quel punto la domanda non era più soltanto quando ricostruire il teatro, ma soprattutto come farlo. Riproporre il Regio di Alfieri così com’era stato? Tentare una ricostruzione filologica della sala settecentesca? Oppure accettare che un grande teatro del Novecento dovesse parlare il linguaggio del proprio tempo? Prevalse quest’ultima idea.

Mollino non cercò di ricostruire ciò che l’incendio aveva cancellato. La facciata di Alfieri sarebbe rimasta al suo posto, quasi come una quinta monumentale affacciata su piazza Castello, mentre alle sue spalle sarebbe nato un edificio radicalmente nuovo. Era una sfida non da poco: far convivere due epoche senza fingere che il tempo non fosse trascorso.
E forse proprio qui si trova uno degli aspetti più affascinanti del Regio attuale. Entrando da piazza Castello si attraversa ancora l’architettura settecentesca; pochi passi più avanti ci si trova immersi nel mondo di Carlo Mollino. Un mondo fatto soprattutto di curve. Curve nelle pareti, nei percorsi, nelle scale, negli arredi. Mollino arrivò a progettare praticamente ogni particolare degli ambienti destinati al pubblico, dai pomelli delle maniglie alle luci, dalle scale alle strutture in cemento armato. La linea curva divenne la firma dell’intero edificio.

Vista dall’alto, la pianta del teatro è stata paragonata ai fianchi di una donna; la sala, invece, ricorda una grande conchiglia semiaperta, con le linee che sembrano accompagnare naturalmente lo sguardo verso il palcoscenico.

E poi c’è il lampadario. Definirlo lampadario è quasi riduttivo. Sulla volta della sala scende una sorta di cascata luminosa composta da 1.762 steli dotati di luce e 1.900 elementi riflettenti in Perspex, disposti in modo da creare un sorprendente effetto di stalattiti. Anche la copertura della sala segue la forma della conchiglia, mentre il boccascena originale ideato da Mollino richiamava, curiosamente, la sagoma di un televisore.
Non era semplicemente un edificio nel quale assistere a uno spettacolo. Per Mollino anche il percorso verso la sala doveva diventare spettacolo. I grandi foyer, il velluto rosso, gli specchi, l’ottone, i marmi, il cemento lasciato a vista, le scale e le prospettive erano pensati per trasformare l’ingresso a teatro in un avvenimento. Lo stesso Mollino considerava il Regio non soltanto un luogo destinato alla musica, ma uno spazio nel quale Torino potesse celebrare i grandi momenti della propria vita cittadina.
Poi, finalmente, arrivò il 10 aprile 1973. Dopo trentasette anni, Torino poteva nuovamente entrare nel suo Teatro Regio. Per l’inaugurazione fu scelta I vespri siciliani di Giuseppe Verdi. Ma anche quella serata riservava qualcosa di eccezionale: la regia venne affidata a Maria Callas e Giuseppe Di Stefano. Per la Callas sarebbe rimasta la prima e unica esperienza di regia operistica. Sul podio c’era Fulvio Vernizzi, mentre scene e costumi erano di Aligi Sassu e la coreografia di Serge Lifar.
Quella sera non si inaugurava soltanto un teatro. Si concludeva un’attesa durata più di una generazione. Chi aveva visto bruciare il Regio nel 1936 poteva finalmente attraversare di nuovo la facciata di Alfieri. Ma dietro quelle mura non avrebbe ritrovato una ricostruzione nostalgica del passato. Avrebbe scoperto il futuro.
Ed è forse questo il risultato più straordinario di quella lunghissima vicenda. Torino riuscì a conservare la memoria del suo antico teatro senza trasformarla in una copia. La facciata settecentesca rimase a testimoniare il capolavoro di Benedetto Alfieri; dietro di essa Carlo Mollino poté creare una delle opere più personali e riconoscibili della sua carriera. Due architetti separati da oltre due secoli. Due modi completamente diversi di immaginare il teatro. Eppure, nello stesso luogo, entrambi hanno lasciato a Torino qualcosa di irripetibile.
Il Regio era tornato. Torino non aveva ricostruito il capolavoro perduto: ne aveva creato un altro.
Un invito a visionare il filmato: Il Regio Ritrovato
Nota sulle immagini – Le immagini utilizzate a corredo dell’articolo provengono da Wikimedia Commons e sono pubblicate secondo le rispettive licenze Creative Commons. I crediti degli autori e le licenze di utilizzo sono indicati in corrispondenza di ciascuna immagine.
