San Dalmazzo, interno, Scuola Reffo. Foto di Ezio Marinoni
Il 12 settembre è in programma l’evento “Gospel without words”, laboratorio di mimo con Toni Lopresti
Venerdì 7 agosto 2026, mancano pochi minuti alle 21, cronaca di un venerdì sera torinese.
Questa sera il parcheggio è facile, molte famiglie sono in ferie. Da piazza Arbarello discendo via Garibaldi, per raggiungere la chiesa di San Dalmazzo, che si eleva sull’angolo con via delle Orfane.
Fra pochi minuti inizierà la preghiera del primo venerdì del mese, organizzata dal gruppo “Torino incontra Taizé”. Sono grato, da credente, a questo gruppo di volontari che riapre la chiesa ogni venerdì sera; il primo venerdì si celebra la preghiera comunitaria, aperta a tutti.
Come definire l’ora di raccoglimento e spiritualità a cui sto per partecipare? Un rito? Una cerimonia? Non saprei… Nel clima di apertura e libertà che si respira sotto le volte della chiesa, ciascuno si può sentire libero di pensare a Dio nel proprio animo, con le voci e le musiche a fare da guida e sottofondo, senza nulla di imposto.
C’è perfino chi entra e chi esce: molti torinesi non vedono mai aperta questa chiesa ricca di storia, da quando i Padri Barnabiti hanno lasciato il complesso, ed è ancora una sorpresa trovare l’antico portone aperto.
Sono quasi l’ultimo a entrare, una signora dietro di me si affaccia e la sento mormorare “Queste sette moderne…”. Mi giro, la guardo e le dico che qui non c’è nessuna setta, si prega il nostro Dio e il Dio di tutti i popoli, ma non capisco se preferisca rimanere o andarsene.
Fioche luci illuminano la volta e la cupola, che ricevono squarci di luce riflessa, nell’alternarsi di luce e penombra, come è in fondo la lotta della vita, fra bene e male, un argomento su cui Torino è famosa nel mondo.
Le doratura della Scuola Reffo di pittura, in alto, sfavillano, come un antico mosaico bizantino.
Un crocifisso viene posato a terra, davanti al presbiterio; alcune persone si posizionano intorno; al termine, tutti possono inginocchiarsi sul crocifisso, genuflessi e con la fronte appoggiata sul legno, in un contatto di riflessione e preghiera che mi ricorda il Venerdì Santo, la Passione di Gesù e la sofferenza dell’umanità, in questo momento alta e percepibile anche da noi europei, da ottant’anni disabituati – per fortuna! – alle guerre.
Per far percepire la chiesa in tutta la sua bellezza e nella sua grande storia, cedo la parola e lo scritto al prezioso libro Torino Sacra di Giuseppe Isidoro Arneudo (1898).
« San Dalmazzo.
Chiesa parrocchiale sull’angolo di via Garibaldi e via delle Orfane.
Notizie storiche. Ferdinando Gabotto, in un numero del periodico l’Ateneo Veneto (luglio-settembre 1891), pubblicava un prezioso documento storico dal quale appare come nel Coro di San Dalmazzo siansi convocate nel 1228 due adunanze per combinare intorno ai patti di accessione dei Testonesi alla Lega Lombarda.
Niun v’ha che possa disconoscere l’importanza di questo documento che, mentre ricorda un glorioso episodio storico, comprova in modo irrefutabile l’antichità della dedicazione della Chiesa di cui ci occupiamo.
Convien però subito soggiungere che la Chiesa attuale non è punto quella che esisteva nel medio evo e di cui parla il documento del Gabotto, L’odierna Chiesa di San Dalmazzo venne edificata in luogo dell’antica nel 1530 a cura e spese di Monsignore Antonio Della Rovere, vescovo Ageniense, ed adornata poi da Gerolamo Della Rovere, arcivescovo di Torino.
Della primitiva Chiesa di San Dalmazzo si ha anche memoria in un atto del 1271, con il quale Goffredo, vescovo di Torino, cedeva questa Chiesa ai Canonici regolari d Sant’Antonio di Ranverso (1, Vedi Nota del Casalis).
I Barnabiti, installatisi in San Dalmazzo, restaurarono e decorarono la Chiesa loro affidata; nel 1629 eressero la bella cappella, che tuttodì s’ammira, della Madonna di Loreto, aiutati nell’effettuazione di questa loro iniziativa dalle oblazioni delle principesse Maria e Caterina di Savoia (2) e da Suor Ginevra Scaglia, già dei conti di Verrua.
L’Ordine dei “Barnabiti”, o, meglio, dei Chierici regolari della Congregazione di San Paolo riconosce quali suoi insigni fondatori Sant’Antonio Maria Zaccaria, preclaro patrizio cremonese, ed i venerabili Iacopo Antonio Morigia e Bartolomeo Ferrari, milanesi (che oggi veggonsi mirabilmente effigiati nella Cappella di San Paolo in San Dalmazzo); i, quali instituirono questa dotta e pia Congregazione intorno al 1530, con lo scopo di preparare valenti ecclesiastici atti ad applicarsi alle pedagogiche discipline, ed a formare provetti istitutori per scuole e seminari e forti campioni della predicazione. L’Ordine fu approvato da Clemente VII nel 1532. »
La moderna ricchezza degli interni si deve all’iniziativa del barnabita Padre Filippo Montuoro, parroco di San Dalmazzo ai tempo in cui l’Arneudo scrive. Gli inserimenti più recenti e significativi si devono alla scuola di pittura e arte sacra torinese creata da un sacerdote murialdino, don Enrico Reffo.

« Brevissima senza pari sarebbe, dal lato artistico, la descrizione di questa Chiesa se, oggi, in essa, non richiamassero il nostro studio, la nostra attenzione i magnifici restauri ideati dall’esimio P. Montuoro ed in parte iniziati e compiuti, rivelanti fin d’ora un pensiero unico ed armonico obbediente scrupolosamente alle più rigide regole dell’arte, anche se questa non è più de’ nostri tempi. Ed è peccato che il bel progetto del valente architetto Porta per il completo restauro della chiesa, progetto inspirato dall’egregio Barnabita più volte nominato, non sia peranco stato tra dotto completamente – e per molteplici ragioni – dal campo astratto in quello reale, essendo encomiabile obbiettivo dei restauri quello di trasformare un tempio, privo, ab origine, di qualsiasi merito architettonico ed artistico, in elegante monumento medie vico, in omaggio appunto – e fu pensiero dotto e gentile ad un tempo – allo storico episodio cui accennammo in sull’esordio di questa monografia.
Soffermiamoci, in attesa della effettuazione completa del progetto, sulla parte di esso già compiuta, seguendo, in queste note descrittive, l’ordine cronologico de’ ristauri.
Meravigliosa la cappella eretta a metà della nave a sinistra di chi entra e dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
Di stile neo-bizantino-toscano è tutta rivestita di preziosi marmi e di bellissimi mosaici, rivelando, in ogni minimo particolare, quell’ossequio, che obbedisce e non discute, ai precetti dell’arte e che solo può dare un’ opera perfetta o quasi. Squisitissime le pitture che in essa s’ammirano del valente Enrico Reffo, che tante volte nominiamo nelle nostre monografie. »
Nella chiesa di San Dalmazzo erano conservate varie reliquie, che davano origine a esposizioni e culto verso le medesime, i santi e beati a cui erano ascritte.
« Le Reliquie.
Conservansi in questa Chiesa le reliquie di San Francesco di Sales, che s’espongono alla venerazione pubblica il 29 gennaio. Conservansi ancora le reliquie di Santa Vittoria (pubblicamente esposte il 5 maggio ed il 23 dicembre); di S. Paolo (30 giugno); di Sant’Antonio Maria Zaccaria (5 luglio); del Beato Alessandro Sauli (11 ottobre); di Santa Teresa (15 ottobre). »
Infine, le sepolture. Fra esse, la figura più rappresentativa è lo storico torinese settecentesco Gian Tommaso Terraneo.
« Le tombe.
Al tempo delle sepolture nelle chiese, in San Dalmazzo usavasi seppellire i bambini sotto al Battistero, i Confratelli della Misericordia presso all’Altar maggiore, i religiosi in Coro, i personaggi illustri nella Cappella della Madonna di Loreto. Lateralmente allo scurolo di questa cappella fu sepolto l’illustre storico torinese Gian Tommaso Terraneo (1714-1771). »

Dopo ogni celebrazione, vi è un momento di incontro, in sacrestia, aperto a tutti i partecipanti, un momento di minimale rinfresco, il cui scopo prioritario è di far incontrare e dialogare le persone, quelle che già si conoscono ed eventuali nuovi arrivati.
In questo spirito, sabato 12 settembre San Dalmazzo ospiterà un evento inclusivo della durata di una intera giornata: “Gospel without words”, un laboratorio di mimo con Toni Lopresti, dalle 10.30 alle 17. E, come avviene dopo le celebrazioni. Si condividerà il momento della pausa antimeridiana, in cui si potrà pranzare insieme, con il semplice invito ai partecipanti a portare qualcosa da condividere con gli altri.

L’ingresso è libero, con iscrizione obbligatoria, per gestire al meglio la capienza degli spazi.
Per qualunque informazione si può scrivere alla seguente mail: [email protected]
Note
(1) Nota del Casalis. I Frati Ospitalieri di Sant’Antonio che, secondo le regole del loro istituto dovevano dar ricetto e prestare assistenza agli affetti della malattia detta fuoco di Sant’Antunio, s’instituirono nel 1195 sotto il pontificato di Urbano Il. Stabililtsi in Torino nel 1211, officiarono le Chiese di San Dalmazzo e di San Giorgio in Valdocco, le quali divennero così dipendenze del Priorato di Sant’Antonio di Ranverso, chiesa da loro posseduta, ed ancor oggi esistente tra Rivoli ed Avigliana, monumento d’arte interessantissimo. In San Dalmazzo rimasero fino al 1608, nella qual epoca in questa Chiesa si stabilirono i Barnabiti, o Chierici regolari di San Paolo. Per gli Antoniani venne edificata altra Chiesa con annesso Convento in Borgo Po, ove si trasferirono nel 1626, dopo aver abitato provvisoriamente nel palazzo di D. Amedeo di Savoia presso la Chiesa di Santa. Maria. Nel 1776 l’ Ordine degli Ospitalieri di Sant’Antonio fu abolito con bolla pontificia, che univa i monasteri della Francia all’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, quelli di Piemonte all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, e quelli del Napolitano all’Ordine di Costantino.
(2) A Maria e a Caterina di Savoia, le Due Infante, ho dedicato un articolo il 9 febbraio 2025: https://civico20-news.it/cultura/9-febbraio-1594-nasce-a-torino-la-venerabile-maria-francesca-apollonia-di-savoia/09/02/2025/
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