Morto a 83 anni il fondatore della Comunità di Bose. Dalla cascina abbandonata sulla Serra d’Ivrea alla Casa della Madia: una vita spesa a cercare di vivere il Vangelo fino in fondo.
È morto martedì 1° settembre all’ospedale Molinette di Torino Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose. Aveva 83 anni. Le condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni per uno scompenso renale.
Nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, nelle colline dell’Astigiano, Bianchi aveva scelto fin da giovane una strada diversa da quella che molti si aspettavano da lui. Dopo gli studi di Economia a Torino e un impegno giovanile nell’associazionismo cattolico e nella Democrazia Cristiana, a ventidue anni lasciò tutto. L’8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II, si ritirò in una cascina isolata a Bose, piccola frazione di Magnano, sulla Serra d’Ivrea. Visse da solo per tre anni, in condizioni di estrema povertà. Poi, nell’autunno del 1968, arrivarono i primi compagni: uomini e donne, cattolici e protestanti. Nasceva così una delle esperienze monastiche più originali del secondo Novecento italiano.
La comunità di Bose, di cui Bianchi fu priore fino al gennaio 2017, si fondava su pochi punti fermi: celibato, preghiera, lavoro manuale, studio della Scrittura e accoglienza. La Regola che egli stesso redasse non voleva essere una legge, ma «una descrizione di vita» e uno strumento di comunione. Il Vangelo restava la regola assoluta; i fratelli e le sorelle erano considerati la «regola vivente».
Gli ultimi anni furono i più duri. Dopo aver lasciato la guida della comunità nel 2017, nel maggio 2020 un decreto della Santa Sede gli chiese di allontanarsi da Bose. Un provvedimento che egli visse con grande dolore. A quasi ottant’anni si ritrovò a dover ricominciare. Lo fece ad Albiano d’Ivrea, nella Casa della Madia, una piccola fraternità dove tornò a coltivare la terra, a pregare e ad accogliere. «Ricomincio daccapo a ottant’anni ciò che ho sempre voluto essere: monaco tra monaci», disse.
C’è qualcosa di profondamente piemontese in questa storia: la tenacia, il legame con la terra, la capacità di ripartire senza fare troppo rumore. Enzo Bianchi non ha mai preteso di avere l’ultima parola. Ha semplicemente cercato, fino alla fine, di rimanere fedele a una chiamata ricevuta da giovane.
I funerali si sono svolti a Castel Boglione, il paese dove era nato e dove ha voluto essere sepolto. La comunità di Bose, di cui Bianchi fu priore fino al gennaio 2017, si fondava su pochi punti fermi: celibato, preghiera, lavoro manuale, studio della Scrittura e accoglienza. La Regola che egli stesso redasse non voleva essere una legge, ma «una descrizione di vita» e uno strumento di comunione. Il Vangelo restava la regola assoluta; i fratelli e le sorelle erano considerati la «regola vivente».
Per oltre cinquant’anni Bose divenne un punto di riferimento per molti: luogo di silenzio e di dialogo, di ricerca biblica e di incontro tra confessioni cristiane diverse. Bianchi scrisse decine di libri, fondò le Edizioni Qiqajon e fu ascoltato da papi e da semplici lettori. Rimase sempre laico. Non volle diventare sacerdote.
Un piccolo particolare che ha unito due figure particolari per la loro diversa collocazione negli anni 70
Enzo Bianchi e Lucio Dalla erano amici stretti e coetanei (Bianchi nato il 3 marzo 1943, Dalla il 4 marzo 1943). Si conoscevano dal 1971. Bianchi lo ha ricordato più volte come un uomo di fede semplice e solida, che parlava spesso di Gesù Cristo, dell’amore e dell’aldilà.
Dopo la morte di Dalla (1° marzo 2012), Bianchi scrisse un bel ricordo pubblicato su *la Repubblica* (5 marzo 2012), intitolato sostanzialmente “Il mio coetaneo poeta che voleva capire l’amore”. In quel testo parla della loro amicizia, delle conversazioni sulla fede e del fatto che Dalla aveva una fiducia fortissima nella vita eterna (“questa vita è solo l’anticamera, il meglio deve ancora venire”).
Una riflessione come conclusione
Nella vicenda di Enzo Bianchi c’è un tratto che merita di essere ricordato con particolare onestà: la sua obbedienza. Non un’obbedienza servile, ma quella — rara — che nasce dalla fede adulta. Quando nel 2020 gli fu chiesto di lasciare la comunità che aveva fondato e guidato per oltre cinquant’anni, Bianchi cercò a lungo di comprendere le ragioni di un provvedimento che lo feriva nel punto più intimo della sua storia. Non trovò spiegazioni pienamente convincenti, e tuttavia scelse una sola parola, la più difficile: «Obbedisco».
In quel gesto non c’era rassegnazione, ma responsabilità. Bianchi comprese che la sua permanenza avrebbe potuto diventare motivo di divisione, e preferì farsi da parte per custodire la comunione, anche quando la comunione sembrava chiedergli un sacrificio sproporzionato. È il paradosso della vita ecclesiale: a volte le imposizioni non somigliano affatto all’amore cristiano, e tuttavia chi crede sceglie di non rispondere con la rivolta, ma con la fedeltà.
Così, a quasi ottant’anni, ricominciò. Non per orgoglio, ma per coerenza. Tornò a coltivare la terra, a pregare, ad accogliere. Ritrovò il silenzio, e nel silenzio ritrovò sé stesso. È forse questo il lascito più prezioso del priore di Bose: l’idea che la fede non è mai possesso, ma continua rinascita; che si può essere monaci anche quando si è costretti a lasciare il monastero; che la libertà non è disobbedienza, ma capacità di restare fedeli alla propria chiamata anche quando tutto sembra contraddirla.
In un tempo che confonde la forza con il clamore, Enzo Bianchi ha mostrato che la vera forza è la mitezza. E che la dignità di un uomo di fede si misura non da ciò che fonda, ma da ciò che è capace di lasciare.

Enzo Bianchi fu sempre una spina nel fianco per il Cattolicesimo piemontese. Il Vescovo che era titolare della zona ove sorse Bose lo voleva scomunicare. A salvarlo fu l’arcivescovo di Torino, Cardinale Pellegrino, e da lì fu inarrestabile fratel Bianchi.
Con Bergoglio divenne il “nuovo” ritrovato dell’Ecumenismo, salvo poi essere scaricato dal Vaticano che lo allontanò persino dalla sua discutibile “Comunità di Bose”.
Ha fondato un’altra realtà ma… solo il tempo dirà cosa verrà fuori.
Proprio per questo il suo “obbedisco” rivela la statura interiore di un uomo che non si piega, ma si affida; che non cede alla rivolta, ma alla verità che riconosce dentro di sé. È il gesto di una coscienza libera