Non staremo a ripercorrere le vicende di Mario Roggero e le migliaia di argomentazioni innocentiste e colpevoliste che abbiamo ascoltato ad nauseam in questi giorni. Ognuno di noi ha la sua opinione più o meno argomentata, più o meno accettabile. Proviamo invece a riflettere su una base diversa, su una base politico-giudiziaria.
Personalmente siamo a favore di una soluzione positiva a favore di Roggero, non tanto -ripetiamo- perché convinti di una sua innocenza o della giustificabilità del suo comportamento, ma perché la situazione dell’ordine pubblico e l’aumento di criminalità nel nostro paese lo richiedono; una vera e propria ragion di stato che ha in sé stessa la sua giustificazione e la sua moralità o, meglio, la sua eticità.
Non dimentichiamo che uno stato che voglia definirsi tale ha innanzitutto il dovere di tutelare la sicurezza dei cittadini secondo un antico principio contrattualistico, chiedendo ad essi in cambio la rinuncia all’esercizio individuale della forza. In cambio, appunto. Ma quando lo stato non riesce più ad assicurare quella sicurezza non è lecito concedere al cittadino un ampliamento dell’autotutela entro limiti ragionevoli e giuridicamente ben definiti?
L’argomentazione secondo cui non si può dare al singolo individuo il diritto alla violenza e alla vendetta è assolutamente esatta, ma in termini astratti. Le proposte legislative che circolano nell’ambito della maggioranza di governo ad opera della Lega non sembrano ancora pienamente definite ma, se abbiamo bene inteso, andrebbero nel senso di ampliare il diritto alla difesa legittima previsto negli articoli 52 e 55 del codice penale sino a ricomprendere qualsiasi reazione “posta in essere nell’immediatezza del fatto”.
Una soluzione che aggirerebbe le incertezze dell’eventuale grazia presidenziale come proposta nei giorni scorsi e produrrebbe la scarcerazione di Mario Roggero, che in fondo è l’obiettivo reale che si vuole raggiungere. Comprendiamo lo sgomento dei sinceri democratici di fronte a questa ipotesi di allargamento del diritto di difesa quasi ai limiti della vendetta, e ci rendiamo perfettamente conto di quanto il cammino di una simile modifica legislativa sia arduo e configuri una specie di mission impossible: lunghezza del percorso parlamentare e relative insidie procedurali, contrarietà di porzioni della maggioranza, ostilità sfrenata dell’opposizione, dubbi di costituzionalità, ostilità della presidenza della Repubblica e altro ancora.
Eppure l’effetto, per quanto indigeribile per tanta gente, avrebbe alcuni aspetti decisamente positivi.
Innanzitutto, il riallineamento di un atto di giustizia formalmente corretto (la condanna di Roggero) al sentire generalizzato della grande maggioranza della popolazione che apprezzerebbe un nuovo atto di giustizia sostanziale.
La sinistra andrebbe sicuramente in convulsione di fronte a tale cedimento “populistico”, ma forse si riaffermerebbe un antico principio per cui la giustizia non solo deve essere giusta, ma deve anche apparire tale. E poi, sotto questo profilo, quale differenza sostanziale ci sarebbe rispetto ad un atto di grazia presidenziale?
La liberazione del gioielliere di Grinzane Cavour, sia attraverso la grazia sia attraverso una modifica legislativa, avrebbe anche un altro significato che andrebbe “oltre Roggero”, e cioè il riconoscimento di due precise intenzioni dello stato: quella, come già detto, di ridare al cittadino un più ampio diritto di difesa, riconoscendo che la sua vita, quella dei suoi cari, ma anche i suoi beni, frutto del suo lavoro, sono intangibili, cosa che un vero liberale dovrebbe comprendere e apprezzare senza difficoltà; ma poi anche e soprattutto quello di lanciare un messaggio forte e duro alla criminalità, a cui verrebbe detto che ogni atto di delinquenza può avere conseguenze potenzialmente letali per chi lo compie, e non solo, come adesso, ipotetiche condanne destinate a durare lo spazio d’un mattino grazie a una legislazione buonista e a magistrati troppo spesso propensi ad ampliarla ben oltre i limiti della ragionevolezza.
È sorprendente, ma non troppo, l’affermazione di Luigi Patronaggio, procuratore generale presso la Corte d’appello di Cagliari, e a suo tempo giudice nel processo Salvini-Diciotti-Sea Watch, espressa sulla rivista Vita del 18 luglio, in cui afferma che la devianza non dipende dalla nazionalità ma dalla marginalizzazione sociale. Affermazione che ben evidenzia la tendenza a spersonalizzare la responsabilità penale dei non integrati con la conseguente progressiva attenuazione, o addirittura la caduta, del potere sanzionatorio dello stato nei loro confronti.
Se è lecito ampliare per via giurisprudenziale le cause di non punibilità del marginalizzato che delinque, perché non sarebbe lecito ampliare per via legislativa le cause di non punibilità di chi difende sé stesso, gli altri, i suoi beni dall’attacco dei criminali?
La lotta alla criminalità e la tutela della sicurezza sono apparentemente condivise da tutte le forze politiche: dalla maggioranza, che ne ha fatto uno degli assi portanti della sua campagna elettorale, e dall’opposizione che non perde occasione di rinfacciare alla controparte gli insuccessi di questa lotta.
Per l’opposizione di sinistra quest’ultima dovrebbe essere condotta soprattutto con l’aumento delle forze di polizia, cosa semplice a dirsi ma difficile a realizzarsi coi vincoli di bilancio attuali; e poi con le solite fumose “politiche di integrazione” che, al di là della loro inconsistenza, prima semantica e poi fattuale, richiederebbero chissà quanto tempo e chissà quali mezzi per arrivare ad una qualche significativa esistenza.
Nell’impossibilità di collocare un poliziotto davanti a ogni casa o ad ogni negozio, ma anche nell’impossibilità di portare o riportare a scuola migliaia di maranza e di criminali piccoli e grandi, o di affidarli alle cure amorevoli di educatori e psicologi, forse dare al cittadino la possibilità di difendersi senza rischiare la galera per ogni suo comportamento imprudente potrebbe costituire un buon atto di politica criminale. E, si badi, l’espressione “politica criminale” non è un allegro neologismo ma una delle componenti essenziali della politica generale di uno stato; non è un velo con cui nascondere una sorta di privatizzazione della sicurezza, bensì il riconoscimento formale, e ampliato, di una facoltà da sempre riconosciuta al cittadino. Si tratterebbe di un affiancamento eccezionale e momentaneo di una forma di deterrenza privata verso il crimine a quella pubblica e istituzionale delle forze di polizia.
Ci sono solo due cose che possono impaurire il criminale e indurre in lui una qualche possibile desistenza: la certezza e la durezza della pena e la paura che la sua azione criminosa possa andare storta, fino al rischio della vita, per l’intervento della polizia o per la reazione della vittima.
Una politica seria può utilizzarle entrambe, e ci auguriamo che in questo scorcio finale di legislatura la maggioranza di governo possa avviarle tutt’e due, ignorando gli strepiti e le sceneggiate di chi vuole le porte aperte per il crimine e le porte chiuse per Roggero e per molti altri come lui.
