Una vittoria mediatica?
C’è qualcosa di curioso che accade ogni anno durante il Pride. Una manifestazione nata per rivendicare libertà, dignità e rispetto finisce spesso per essere raccontata non per le sue battaglie, ma per le sue caricature. E guardando certe
immagini della sfilata torinese di ieri, il problema emerge con una chiarezza quasi dolorosa.Da una parte migliaia di persone che chiedono diritti, riconoscimento, tutela contro discriminazioni e pregiudizi. Dall’altra, una minoranza rumorosa che sembra convinta che la libertà si misuri in centimetri quadrati di tessuto mancanti. Il risultato? Una manifestazione che dovrebbe parlare di uguaglianza e finisce per trasformarsi in un gigantesco regalo propagandistico per i suoi avversari.
La fotografia non racconta una persona, non racconta una storia individuale e non autorizza giudizi su chi vi compare. Racconta però un fenomeno pubblico. E il fenomeno è che in una delle vie più frequentate del centro di Torino, tra famiglie, turisti, anziani e bambini, l’attenzione non viene catturata dai diritti civili ma dall’esibizione provocatoria del corpo. È qui che nasce una domanda legittima. Se esiste il diritto a manifestare, non esiste forse anche il diritto di chi passeggia tranquillamente per il centro di una città a non essere coinvolto in una rappresentazione che molti possono considerare inappropriata? La libertà non è un monologo. È una convivenza.
Perché una famiglia che porta i figli a vedere il centro storico di Torino dovrebbe essere costretta a partecipare involontariamente a uno spettacolo che non aveva scelto di vedere? Perché il rispetto dovrebbe valere sempre e soltanto in una direzione? La sinistra più militante, quando si parla di decoro urbano, sicurezza o rispetto degli spazi pubblici, spesso liquida ogni obiezione come moralismo. Ma la questione non è il moralismo. La questione è la coerenza. Chi chiede rispetto dovrebbe essere il primo a praticarlo. Chi pretende sensibilità verso ogni identità dovrebbe comprendere anche la sensibilità di chi considera certe esibizioni fuori luogo.
E soprattutto chi combatte stereotipi dovrebbe evitare di alimentarli. Perché il vero paradosso del Pride contemporaneo è questo: mentre migliaia di persone cercano di dimostrare che l’omosessualità, la transessualità o qualsiasi altra identità non possono essere ridotte alla sessualizzazione del corpo, una parte della manifestazione sembra impegnata esattamente nell’operazione opposta. Come se un congresso di cardiologi venisse ricordato solo per il buffet.
Come se una conferenza sull’intelligenza artificiale finisse sui giornali perché uno degli ospiti si è presentato vestito da astronauta. Come se una maratona per la pace fosse dominata da un carro allegorico con lanciamissili gonfiabili. Il messaggio scompare. Resta la caricatura. E allora il punto non è essere favorevoli o contrari ai diritti LGBT. Il punto è chiedersi se certe modalità aiutino davvero la causa che dicono di rappresentare. Perché i diritti sono una cosa seria. Sono il diritto a non essere discriminati sul lavoro, sono il diritto a costruire una famiglia, sono il diritto alla sicurezza, sono il diritto alla dignità, sono il diritto a non essere insultati o emarginati.
Non sono una gara a chi scandalizza di più il passante. Se il Pride vuole continuare a convincere gli indecisi, ad allargare il consenso e a parlare alla maggioranza degli italiani, dovrebbe forse ricordarsi che la provocazione è uno strumento, non una finalità. Altrimenti accade ciò che accade ogni anno. Migliaia di persone sfilano per nobili cause. E il giorno dopo tutti discutono soltanto di chi ha deciso di presentarsi vestito con l’equivalente tessile di un francobollo.Una vittoria mediatica, forse.
Una vittoria culturale, molto meno.
Alberto Scafella
