Il DDL Caccia non è una norma tecnica: è una scelta di civiltà che ridisegna il rapporto tra bene comune, biodiversità e futuro nazionale.
C’è un punto preciso, quasi una fenditura, attraverso cui si può osservare la direzione che un Paese decide di prendere. A volte è una grande riforma. Altre volte è una modifica apparentemente tecnica, che però tocca il cuore di ciò che consideriamo bene comune.
Il DDL Caccia (AS 1552), approvato dal Senato il 23 giugno e ora alla Camera, appartiene alla seconda categoria. Non è un provvedimento marginale. Non è un aggiustamento. È un cambio di paradigma: meno tutela per la fauna selvatica, più spazio alla caccia, anche in aree e periodi finora considerati intoccabili.
E questo, in un Paese che ha inserito la protezione dell’ambiente tra i principi fondamentali della Costituzione, non può passare sotto silenzio.
La legge 157/1992: un pilastro che si vuole alleggerire
Per oltre trent’anni la Legge 157/1992 ha rappresentato la cornice normativa che protegge la fauna selvatica come bene indisponibile dello Stato. Non un patrimonio di categoria, non una risorsa privata: un bene di tutti.
Il nuovo DDL interviene proprio lì, dove la legge era più solida:
- ampliando le aree di caccia, comprese spiagge e boschi pubblici;
- aumentando le specie abbattibili e reintroducendo pratiche come i richiami vivi;
- allungando i calendari venatori, con rischio di sovrapposizione a migrazione e nidificazione;
- riducendo il ruolo dell’ISPRA, l’ente scientifico che garantisce valutazioni indipendenti;
- introducendo sanzioni fino a 900 euro per chi protesta durante attività di controllo faunistico.
Non sono dettagli. Sono scelte che ridisegnano il rapporto tra interesse pubblico e interesse privato.
La fauna selvatica non è un “settore”
Il punto più delicato è culturale. La fauna selvatica sembra diventare, nella logica del DDL, una risorsa da gestire secondo le esigenze di un comparto specifico: quello venatorio.
Ma la fauna non è un “comparto”. È un ingranaggio degli ecosistemi, un elemento essenziale per:
- impollinazione,
- fertilità dei suoli,
- qualità dell’acqua,
- stabilità climatica.
Secondo le Nazioni Unite, oltre il 50% dell’economia globale dipende direttamente o indirettamente dai servizi ecosistemici. Quando si indebolisce la biodiversità, non si perde solo una specie: si perde sicurezza, cibo, salute, futuro.
Europa, Quirinale, Vaticano: tre fari accesi
Il DDL arriva alla Camera mentre:
- la Commissione Europea monitora l’Italia per possibili violazioni della Direttiva Uccelli;
- il Paese si è impegnato a proteggere il 30% del territorio entro il 2030;
- il Quirinale esamina il testo per verificarne la compatibilità con il diritto comunitario e costituzionale;
- il Vaticano richiama, con coerenza alla Laudato si’, la responsabilità verso il creato.
Fonti parlamentari sostengono che il governo ha già limato alcune parti per evitare rilievi europei. Ma il nodo resta: la direzione complessiva del provvedimento.
Una scelta politica che pesa sul futuro
La maggioranza sostiene che il DDL semplifica la gestione della fauna e riduca i danni alle colture. La comunità scientifica, le associazioni ambientaliste e molti giuristi rispondono che:
- indebolisce le tutele,
- espone il Paese a rischi ecologici e giuridici,
- favorisce un settore specifico a scapito dell’interesse generale.
In mezzo, c’è la domanda che dovrebbe guidare ogni decisione pubblica: che idea di natura vogliamo consegnare alle generazioni future?
Una natura protetta, o una natura negoziabile? Una natura come bene comune, o come spazio di svago armato?
Conclusione: il punto non è la caccia. È la direzione del Paese
Il DDL Caccia non è un provvedimento “di settore”. È un segnale politico. Dice che la tutela della biodiversità può essere alleggerita, che i vincoli possono essere ridotti, che la natura può essere trattata come un ambito da rendere più permissivo.
Ma la natura non è un ambito. È il Paese.
E quando si indebolisce la protezione della fauna selvatica, si indebolisce la protezione di tutti noi.
Conclusione
Alla fine, la domanda che dovremmo porci non è quante specie si possano cacciare, né in quali aree, né per quanti mesi. La domanda è molto più semplice e molto più radicale: abbiamo davvero bisogno della caccia?
Perché la caccia, al netto di ogni tradizione, resta uno strumento di morte su esseri indifesi che non sono “in più”, non sono “problemi”, non sono ostacoli: sono parte del sistema che ci permette di vivere.
E se davvero, in casi eccezionali, servisse intervenire per contenere una specie o proteggere un territorio, quel compito dovrebbe spettare allo Stato, alle guardie venatorie, a personale formato e responsabile. Non a un patentino che autorizza chiunque a imbracciare un fucile.
La natura non è un’arena. Non è un passatempo. Non è un settore da liberalizzare.
È un bene comune, fragile e indispensabile.
E un Paese che sceglie di indebolire la sua protezione non sta discutendo di fauna: sta discutendo di sé stesso, dei suoi valori, della sua idea di futuro.
Per questo il DDL Caccia non è solo una legge sulla caccia. È una scelta sulla civiltà.
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