L’indagine sul concetto di verità è molto antica e ha coinvolto il pensiero di tanti analisti di scienze diverse. Possiamo adottare questa sintesi, certi di trovare assenso condiviso nel comune sentire: verità è ciò che corrisponde ai fatti. Se la corrispondenza è stabile e non cambia mai, è verità.
Strumento precipuo di ricerca della verità è il dubbio. Non ti dà la risposta, ma ti fornisce la domanda spesso giusta per procedere nella ricerca. Quel che resta, potrebbe essere la verità, quando non ci sono altri dubbi se non il dubbio della verità apparente.
I contesti pubblici impongono talvolta di dover comunque porre fine a certe indagini, la cui dilatazione sta compromettendo la serietà delle istituzioni, le quali adottano allora scorciatoie cognitive, che cristallizzano la ricerca su una verità di comodo, suscettibile, come tale, di ulteriori accomodamenti. Questo è il caso del delitto di Garlasco. Dopo ben due assoluzioni, i dubbi hanno portato alla condanna di Alberto Stasi avendo adottato l’intesa giudiziaria su una verità solo processuale, di cui permangono le conseguenze della sua reclusione, sempre meno condivisa.
Il dubbio, come metodo di ricerca, muore solo per accettazione di una verità per dogma. Nel caso di Garlasco il dubbio è diventato spettacolo e, uscito dalle aule giudiziarie, vi è rientrato vellicando emotività morbose come diversivo serale d’una platea, che partecipa per diletto alla caccia di un altro assassino. Scivolata così sugli occhi di ghiaccio di Stasi si è attaccata allo sguardo sfuggente di Sempio, tenuta in piedi dal sequel della storia narrativa, comparando i sette elementi indiziari gravi, precisi e concordanti, che condannarono il primo, con i ventuno che incriminano il secondo i quali, come gli altri, non ne provano il deloitto, ma permetterebbero di giudicarlo colpevole.
Per la piazza, che ha metodi molto spicci di giudizio e valuta le quantità più delle qualità, non è più Stasi, dunque, il protagonista che tiene svegli la sera fino a tardi davanti alla TV. Con le ambiguità dei suoi multiformi comportamenti il primo attore è diventato Sempio, segreto antagonista dell’innocente Stasi in carcere, di cui la fidanzata respinse il focoso approccio sessuale, restandone vittima sacrificale.
Dubbio e Verità non sono modi simili di rapportarsi alla realtà, né sono opposti, ma si espandono su piani diversi molto ampi, perdendosi entrambi, talvolta, nella immensità delle congetture dove spesso l’insulso pensiero, nella confusione, scambia l’uno per l’altra.
La verità è un bene comune che tutti vogliono, ma i tanti filmati raccapriccianti del delitto di Garlasco hanno spostato l’interesse scandalistico della platea sull’aspetto emotivo del tragico evento, che ha toccato livelli di spettacolarizzazione quasi da gara sportiva, come ad esempio la emozionante discesa su una pista nera del Cervino, che ti coinvolge quando la TV ne mostra l’arrivo al traguardo VERITA’, ma molto più ti appassiona con lo slalom tra i paletti del DUBBIO fino al traguardo VERITA’, dove finisce la corsa… e finirà anche lo spettacolo.
I palinsesti TV continueranno ancora a propinar Garlasco, per la goduria d’una platea di cui ben noti sono certi appetiti, cui manca ancora il piatto da servire come verità.
Nessuno degli indizi che hanno portato alla condanna di Stasi aveva le caratteristiche della pistola fumante, di una prova inequivocabile e schiacciante che ne dimostrasse la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio e questi elementi mancano anche agli indizi che hanno quindi incriminato Sempio per lo stesso delitto. La condanna dell’uno e la accusa dell’altro sono fondate entrambe solo su prove oggettive, che però non sono verità.
Manca la prova dichiarativa, la regina delle prove, la confessione che, resa e attestata nei termini di legge, sarà verità per la sua corrispondenza coi fatti.
Nel mistero di Garlasco, intanto, LA VERITA’ È IL DUBBIO.
Si vales, vàleo.
