E noi guardiamo i mercantili
C’è qualcosa di molto europeo, e quindi molto italiano, nel modo in cui stiamo affrontando l’ultima minaccia russa: prima ci preoccupiamo dell’allarme, poi discutiamo se sia opportuno preoccuparci.
La notizia arrivata nelle ultime ore è di quelle che sarebbe meglio non ricevere. Secondo quanto riferito dal quotidiano spagnolo El Mundo e ripreso da diverse testate internazionali, servizi d’intelligence occidentali avrebbero segnalato un possibile scenario nel quale droni russi del tipo Gerbera potrebbero essere trasportati a bordo di navi commerciali e lanciati nel Mediterraneo contro obiettivi in Spagna, Francia o Italia. La ricostruzione non è stata però verificata indipendentemente e il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito l’allarme riportato dalla stampa spagnola non fondato.
Ed è proprio qui che comincia la questione seria.
Perché anche se quello specifico scenario non fosse confermato, il problema che lo rende credibile non è affatto inventato: il Mediterraneo è diventato uno spazio strategico nel quale navi commerciali, traffici opachi, intelligence, infrastrutture critiche e guerra ibrida possono incontrarsi.
La Russia ha già dimostrato di saper utilizzare strumenti che stanno sotto la soglia della guerra dichiarata. Cavi sottomarini, attività di intelligence, droni, navi della cosiddetta shadow fleet: non serve necessariamente affondare una nave o bombardare una città. Basta creare un’interferenza, un incendio, una chiusura aeroportuale, un danno infrastrutturale, qualche ora di caos.
È la guerra del ventunesimo secolo: meno carri armati, più ambiguità.
E qui arriva la parte che riguarda direttamente l’Italia.
Il nostro Paese è una penisola. Abbiamo porti, aeroporti, raffinerie, terminal energetici, cavi sottomarini, impianti industriali e una quantità enorme di traffico marittimo. Il Mediterraneo non è davanti alla nostra porta: è la nostra porta.
Pensare che una minaccia proveniente dalla Russia debba necessariamente arrivare dall’Est europeo significa continuare a ragionare con le mappe del Novecento.
Oggi una minaccia può viaggiare tranquillamente sotto forma di nave commerciale.
Non occorre nemmeno immaginare scenari cinematografici. Nel Mediterraneo le autorità europee controllano già navi sospettate di appartenere alla flotta ombra russa. Nell’agosto scorso la fregata italiana Thaon di Revel, nell’ambito dell’operazione europea IRINI, ha effettuato un controllo su una petroliera sospettata di appartenere alla shadow fleet russa al largo di Pantelleria. A settembre un’altra nave sospettata di appartenere alla stessa rete è stata sottoposta a verifica nel Mediterraneo.
Non significa che quelle navi trasportassero droni.
Significa qualcosa di più importante: esiste già un problema di conoscenza e controllo di ciò che attraversa il nostro mare.
L’operazione IRINI, del resto, nel solo maggio 2026 ha effettuato 563 interrogazioni radio a navi mercantili e ha continuato a monitorare porti, aeroporti e traffici sospetti. Il suo mandato comprende anche la Maritime Situational Awareness, cioè la capacità di comprendere ciò che accade nello spazio marittimo e di proteggere le infrastrutture critiche. Il punto, dunque, non è chiedersi se domani mattina una nave russa lancerà un drone contro Roma. Il punto è chiedersi se saremmo in grado di accorgercene prima.
Questa è la vera domanda.
Perché un drone che parte da una base militare è un problema militare. Un drone che parte da una nave mercantile è anche un problema di intelligence, sicurezza marittima, Guardia costiera, porti, dogane, radar, guerra elettronica, controllo dello spazio aereo e cooperazione internazionale.
È una minaccia che attraversa le competenze amministrative come una lama.
E proprio per questo rischia di diventare il classico problema che, in tempo di pace, appartiene a tutti e quindi non appartiene a nessuno.
La flotta ombra russa è già considerata dagli analisti uno strumento potenziale della guerra ibrida di Mosca. Ma gli stessi studi sottolineano un elemento decisivo: attribuire ogni singolo episodio a una specifica nave o direttamente alla Russia rimane spesso difficile.
Ed è questa l’arma più sofisticata.
L’ambiguità.
Se un drone cade vicino a un aeroporto, chi lo ha lanciato? Se una nave spegne il transponder, perché lo fa? Se un cavo sottomarino viene danneggiato, è un incidente o un sabotaggio? Se una nave commerciale trasporta un container apparentemente innocuo, chi può sapere cosa contiene?
La risposta non può essere sempre: aspettiamo di avere le prove.
Perché quando le prove arrivano, forse il drone è già partito.
L’Italia, per posizione geografica, non può permettersi di considerare il Mediterraneo come un tranquillo cortile di casa. Deve considerarlo per quello che è diventato: uno spazio strategico nel quale la competizione tra potenze può svolgersi senza che venga mai dichiarata una guerra.
E allora forse la discussione sui droni lanciati dai mercantili dovrebbe essere meno isterica e molto più concreta.
Non serve alimentare il panico.
Serve sapere chi naviga.
Serve sapere dove naviga.
Serve sapere cosa trasporta.
Serve sapere chi possiede la nave.
Serve sapere chi la controlla.
E soprattutto serve essere capaci di distinguere rapidamente un normale mercantile da una possibile piattaforma di intelligence o di attacco.
Perché la domanda strategica non è se Mosca abbia già deciso di attaccare l’Italia dal Mediterraneo.
La domanda è se l’Italia sia preparata nel caso qualcuno decidesse di provarci.
E tra le due domande c’è tutta la differenza che passa tra la sicurezza nazionale e la semplice speranza.
Nel Mediterraneo, oggi, potrebbe bastare un mercantile.
Domani potrebbe bastare un drone.
E noi, intanto, continuiamo a discutere se sia il caso di preoccuparci.
Alberto Scafella
