Il vento qui non consola
Nel cuore caldo dell’Africa, tra i sentieri rossi di polvere che attraversano l’Angola e il Congo, batte ancora il dolore di tante madri, silenziose guerriere che sfidano la fame, la guerra, l’abbandono. Sono loro, le donne africane, a tenere in piedi il fragile futuro di una generazione che rischia di essere spezzata prima ancora di saper camminare.
C’è un tempo che in questi luoghi sembra essersi fermato. Un tempo fatto di occhi spalancati nel buio, di piccoli corpi smunti, di assenze inspiegabili. Di bambini che svaniscono nel nulla, rapiti da faccendieri stranieri venuti da lontano, uomini senza volto e senza cuore. che trattano la vita come merce. Li portano via tra promesse fasulle e sorrisi costruiti, li strappano alle madri come si strappa un fiore da un campo assetato. Nessuno sa dove vanno. Nessuno sa cosa diventeranno. Solo il vento lo sussurra, ma il vento qui non consola: URLA.
Tra queste donne, ce n’è una che ancora oggi cammina con la schiena spezzata dal dolore, ma lo sguardo dritto, come chi ha visto l’inferno e ha scelto di non abbassare la testa. Si chiama Ana. Ha mani forti e callose, e un cuore che nessuna tempesta è riuscita a piegare.
Un giorno, nella polvere della sua quotidianità, Ana vide qualcosa che la fece tremare: il piccolo Mateus, un bimbo di appena quattro anni, respirava a fatica. Gli occhi febbrili, il corpo scosso dai brividi, la pelle rovente. Era la malaria, il male che divora in silenzio i bambini del continente dimenticato.
Ana gestiva la mia residenza e si trovava in casa ed io ero in missione in Congo Kinshasa. Lo aveva notato subito: qualcosa non andava. Non c’era tempo da perdere. Lo avvolse in un tessuto leggero, se lo strinse al petto e, senza soldi, senza aiuti, senza mezzi, si mise in cammino. A piedi, per chilometri, attraversando strade arse e incroci pericolosi, verso uno degli ospedali statali di Luanda. Ogni passo era un battito del cuore. Ogni goccia di sudore era una preghiera. Lo portò lì con la forza disperata dell’amore.
Ma non bastò.
In quell’ospedale non c’erano le medicine. C’erano solo muri scrostati, letti rotti e sguardi vuoti. C’era impotenza. C’era ingiustizia. E c’era la morte, quella che non chiede permesso. Mateus se ne andò tra le braccia di Ana, con un ultimo respiro corto, come un sospiro del vento sul fuoco. Lei non pianse, non lì. Rimase seduta a lungo, con il piccolo corpo tra le mani, a cullare un futuro che non ci sarebbe stato.
La storia di Ana è una tra mille. Ma è un grido. Un richiamo che attraversa le frontiere, che bussa alle porte del mondo. Per ogni bambino sparito, per ogni madre che ha perso tutto tranne il coraggio, per ogni donna che ogni giorno si alza e combatte perché il domani non sia solo una parola vuota.
L’Africa piange i suoi figli, ma non si arrende. Le sue madri sono montagne: ferite, ma incrollabili. Il loro amore è la forza che può cambiare il destino.
E forse, un giorno, quando le medicine arriveranno in tempo, quando nessun bambino sarà più merce da scambiare, quando il mondo smetterà di voltarsi dall’altra parte, allora si potrà dire che Mateus non è morto invano.
Alberto Scafella
