Apparenza e realtà di una manifestazione tutta da discutere
Confessiamo senza timore che trattare un argomento come l’omosessualismo ci intimidisce. Non tanto perché ci manchino le capacità argomentative, ma perché si tratta di un tema molto sensibile, dove -se sbagli una parola- vieni preso in carico dalla Polizia del Pensiero e poi privato della tua dignità pubblica e privata.
Per fortuna non siamo personaggi eminenti nel panorama civile e culturale, e possiamo sperare che le nostre argomentazioni restino fra di noi, cioè fra quei pochi amici a cui questo Giornale accorda ancora il privilegio del libero pensiero e del libero dibattito.
Dicevamo, dunque, dell’omosessualismo, versione politico-sindacale dell’omosessualità, la quale è invece una condizione umana problematica, difficile e spesso tormentata, assolutamente degna di rispetto, e che da millenni caratterizza una parte significativa ma certo non maggioritaria dell’umanità.
Non spenderemo una parola in più, oltre ai miliardi di miliardi di parole già spese nell’antico e contemporaneo dibattito sull’argomento: ci spaventano la frenesia retorica e sofistica della nostra controparte omosessualista, la sua inesausta volontà polemica, il suo rivendicazionismo sessuale, la sua impossibilità di riposare mente e lingua per qualche ora, ma soprattutto la sua totale incapacità di valutare le possibili ragioni avversarie.
L’omosessualismo, appunto. Un atteggiamento che, ormai da tempo, si è separato dall’omosessualità, con tutte le sue delicate e rispettabili ragioni, e che oggi è diventato uno strumento bellico tutto proiettato a difendere le sue ragioni e ad annientare quelle degli altri; un atteggiamento che, stranamente, sembra quasi seguire anch’esso la deriva guerresca di una nota organizzazione militare contemporanea: da strumento difensivo a strumento offensivo. Che sia una tendenza storica?
Il Gay Pride di Budapest, nei giorni scorsi, ha ben dipinto questa situazione e questa evoluzione.
Tralasciamo gli aspetti carnevaleschi e folcloristici, spesso di pessimo gusto, spesso decadenti e decaduti nella promozione pubblicitaria di un’idea molto discutibile e popolati dai fantasiosi carri di Tespi della sottocultura gender.
L’impressione che si è ricavata dalle immagini diffuse con generosità compiacente dalla comunicazione progressista è che una buona quantità di persone (trentamila, cinquantamila, centomila, duecentomila, forse un milione?) provenienti da tutta Europa abbiano deciso di regalarsi, anziché un weekend al mare, una giornata carnevalesca, bella, spensierata, gratificante, che portava però con sé il ricco compiacimento psicologico dell’impegno civile. Per alcuni di loro la comparsata seminuda in perizoma rosso e piume di struzzo ha poi rappresentato una eccitante opportunità, non avendo evidentemente modi migliori per informarci della loro esistenza.
Tralasciando questi aspetti turistici e cabarettistici, poniamoci però il problema dei contenuti, e chiediamoci qual era il vero significato della baracconata di Budapest.
Intanto un obiettivo politico evidente, mirato, preciso, concreto: l’attacco a Orbán, alla sua persona, alla sua politica, alla sua posizione in Europa. Il Gay Pride, come è apparso evidente a tutti, aveva non tanto a che fare con la problematica omosessuale, ma solo con quella più concreta di un uomo e di un governo che rappresentano oggi una zeppa nell’ingranaggio dell’Unione Europea con la loro filosofia sovranista, il loro conservatorismo, il loro populismo forte e concreto, il loro anticonformismo. Che cosa meglio di un divieto formale -che poi non ha avuto seguito- ad una manifestazione ultra-progressista per accusarli di rozzezza autoritaria, ottusità conservatrice, violazione dei “diritti”?
A proposito, qualcuno ha notato come in tutta la narrazione dell’evento di Budapest si sia solo e sempre parlato di “diritti” in senso del tutto astratto, inconsistente, indeterminato, vacuo? Qualcuno ci ha detto quali diritti singoli, reali e concreti debbono essere tutelati? Quali diritti singoli, reali e concreti Orbán sta massacrando (se si eccettuano quelli ipotetici di Ilaria Salis)?
Rimane senza risposta anche una domanda che ci siamo posta tante e tante volte: quali diritti materiali, tangibili e identificabili sono oggi negati, in Europa e in Italia, a una persona omosessuale?
E parliamo di diritti veri, in senso giuridico, cioè quegli unici diritti che uno stato può e deve tutelare. Se invece per “diritti” s’intendono solo situazioni di fatto determinate dalle convinzioni e dagli atteggiamenti dei privati cittadini nei confronti delle persone omosessuali, beh allora uno stato non può fare proprio nulla in proposito a meno che non si ricorra a una mastodontica e pervasiva opera di rieducazione collettiva, come sembra auspicato dall’omosessualismo dominante.
Possiamo però pensare che si tratti di un’operazione totalitaria a sua volta completamente in contrasto con quei diritti e quello stato liberale e democratico che proprio a Budapest si dice di aver voluto difendere?
La rappresentazione verbale e pittorica comparsa ieri, 29 giugno, sulla grande stampa obbediente è sempre una e una soltanto: la lotta per diritti non nominati, vaporosi, surreali, di cui non è concesso sapere nulla se non che esistono nella comunicazione dominante. Al Gay Pride di Budapest è stata annessa idealmente un’Europa che si schiera accanto a quei diritti innominati, cosa che rivela con chiarezza come quella manifestazione avesse un fine assolutamente politico e propagandistico, quello appunto di accreditare una UE che sta dalla parte dei “diritti”, non importa quali, quanti, perché.
E il fatto che la sinistra italiana abbia organizzato un viaggio-vacanza a Budapest con tutto il suo stato maggiore di dirigenti, figuranti, amici, e addetti stampa è ugualmente significativo. Pensate alla frase stupidotta, da Bacio Perugina e senza alcun significato, prodotta dalla Schlein – “non si può vietare l’amore per legge”-, frase ripresa con mille richiami dalla stampa italiana e diventata il simbolo solare della vacuità di quella manifestazione e di tutto ciò che la sinistra italiana ed europea vi ha riversato e connesso.
E il povero omosessualismo?
Continuerà a vivere, a prosperare, a combattere l’omofobia, secondo un piano definito da tempo, sindacalizzando i desideri dell’universo LGBTQ+ (speriamo di aver scritto giusto…), ricoprendoci di obblighi linguistici, comportamentali, intellettuali, di rampogne e richieste, finché il mondo intero si stancherà e li manderà tutti a quel paese. Sarà il nostro 25 aprile e potremo finalmente cantare anche noi una Bella Ciao per festeggiare la nostra e vostra Liberazione.
E poi?
Poi finalmente chi vorrà vivere la propria vita sessuale in santa pace, nei modi e con le persone che vorrà, lo potrà fare senza problemi e, soprattutto, senza gente petulante che li tuteli e difenda per professione.
E sarà un gran bel giorno anche per chi riterrà, senza arroganza e senza moralismi, di poter esprimere serenamente, senza timore di essere insultato, un giudizio pubblico o privato, anche negativo, su quei comportamenti.
In fondo è un diritto anche quello. O no?

Concordo e condivido pienamente.
Analisi corretta e pertinente, equilibrata e composta.
Complimenti.