Il femminicidio è un fenomeno da stigmatizzare e deprecare. L’ingerenza di Coop e Fondazione Giulia Cecchettin non è però da prendere alla leggera.
In questo mese di settembre 2025 il “Mensile della Cooperazione di Consumatori”, in un articolo a firma del Direttore Responsabile, Paola Minoliti, a pagina 8, ha scritto che bisogna “insegnare l’amore per Giulia”, riferendosi, manco a dirlo, a Giulia Cecchettin.
Un articolo ben scritto, stilisticamente gradevole, grammaticalmente ineccepibile ma certamente discutibile.
La collega Minoliti parla del fatto che è partita “la collaborazione tra Coop e Fondazione Giulia Cecchettin per portare l’educazione alle relazioni nelle scuole come materia obbligatoria. Mentre Coop sostiene la raccolta di firme per la proposta di legge sul diritto al benessere psicologico, anche sui banchi”.
Va detto che la Coop può siglare collaborazioni con chiunque la aggradi, ci mancherebbe, ma “l’educazione alle relazioni nelle scuole come materia obbligatoria” non è affare della grande distribuzione né tanto meno della Fondazione GiuliaCecchettin.
Incredibile a dirsi ma a Sinistra non riescono a capire che l’educazione dei figli spetta ai genitori e non alle entità afferenti alle congreghe dei “compagni”.
Nel lungo ed approfondito articolo si dice che “Sono trascorsi quasi due anni da quando Giulia Cecchettin venne uccisa dall’ex fidanzato, il “bravo ragazzo” Filippo Turetta. Un delitto che ha sconvolto la sua famiglia e l’Italia intera, uno spartiacque che ha sollevato l’indignazione ma anche una profonda riflessione sul femminicidio in Italia”.
Il decesso di Giulia Cecchettin ha molto addolorato le persone perché una vita che viene soppressa fa sempre male e costringe sempre ad una riflessione.
Non si capisce, però, perché si è tanto parlato di Giulia Cecchettin e non, allo stesso modo, per esempio, di Pamela Mastropietro, 18enne stuprata ed assassinata da Innocent Oseghale, che poi fece a pezzi il cadavere della giovane e bella ragazza di Macerata.
Perché sollevare un tale polverone mediatico nel 2023 quando nel 2018 – e si sta facendo solo uno tra gli innumerevoli esempi possibili – è stato perpetrato un efferato omicidio, caso tremendo di cronaca nera, da parte di un nigeriano che era in Italia dal 2014 e che si era allontanato “da un programma di assistenza ai rifugiati” ed “era dedito allo spaccio di droga”?
Perché portare all’onore delle cronache, in tutti i canali televisivi e su tutti gli organi di informazione, il caso di Giulia Cecchettin e non quello di Pamela Mastropietro?
Forse Filippo Turetta è più colpevole di Innocent Oseghale? O l’omicidio Cecchettin è “più femminicidio” di quello di Pamela Mastropietro?
Sono domande che in tanti si sono posti, specialmente perché il papà di Giulia, Gino Cecchettin, gira ovunque a parlare di questa vicenda ed ha addirittura messo in piedi una Fondazione.
Una spiegazione la abbozza Paola Minoliti quando scrive: “A fare della vicenda di Giulia un simbolo è stata anche la reazione composta, lucida, coraggiosa e pubblica di suoi padre Gino e degli altri figli. Una famiglia che, straziata, ha rifiutato di additare l’assassino come “mostro” e “malato di mente”, cavalcando la gogna che di solito tratta i singoli responsabili delle violenze come un corpo estraneo in un mondo sano, e così assolve la presunta normalità di tutti gli altri. Presunta, perché la cultura della disparità tra uomini e donne e quindi della discriminazione, del sopruso che arriva fino alla violenza, resta diffusa, ed è il brodo di coltura del possesso, dello stalking, dello stupro, dei femminicidi”.
Su quest’ultima asserzione si può essere in disaccordo perché un simile discorso fa trasparire il fatto che tutti gli uomini sarebbero inclini allo stalking, allo stupro e, di conseguenza, ai femminicidi.
Vogliamo parlare degli uomini che sono stati uccisi dalle donne? Perché si parla di “femminicidio” e mai di “maschicidio”?
Taluni studiosi delle scienze sociali dicono che “il termine “maschicidio” si riferisce all’uccisione di un uomo, ma è considerato un termine controverso e spesso fuorviante, poiché non esiste un fenomeno sociale comparabile al femminicidio”.
Siccome le donne che uccidono gli uomini sarebbero meno degli uomini che uccidono le donne, il termine “maschicidio” non va utilizzato perché “le statistiche mostrano che le donne sono uccise prevalentemente da partner o ex partner, mentre la maggior parte degli omicidi volontari coinvolge uomini imputati”.
Dati importanti, concreti, degni di nota e di menzione. Chi si occupa di informazione ha il dovere di leggerli, studiarli e proporli ai suoi lettori. Negarli sarebbe disonesto, occultarli sarebbe sbagliato.
Com’è sbagliato – almeno a giudizio di chi scrive – sostenere che si deve “portare nella scuola italiana una nuova materia di studio obbligatoria – l’educazione alle relazioni -, che aiuti i più giovani a capire i rapporti d’amore, quelli con gli altri e la sessualità, prevenendo le degenerazioni nei rapporti interpersonali e di coppia”.
Questa cosiddetta “materia obbligatoria” sarebbe un’ingerenza nell’educazione dei minori che spetta assolutamente ed esclusivamente alle famiglie. Non sono le scuole, i supermercati Coop o la Fondazione Giulia Cecchettin a dover fare “educazione alle relazioni” che, tra l’altro, non significa assolutamente nulla.
Invece, a marzo 2025, la Coop ha lanciato la Campagna “Dire, fare, amare” come “nuova tappa del progetto contro le discriminazioni Close the gap – che ora si arricchisce di una importante collaborazione: Coop e Fondazione Giulia Cecchettin hanno siglato un accordo che unisce gli sforzi per promuovere l’educazione alle relazioni, contrastare ogni forma di violenza e sostenere la parità di genere”.
Conoscendo i “compagni” del terzo millennio, il dubbio che dietro al “sostenere la parità di genere” vi sia un desiderio di indottrinamento atto a sostenere ideologie è più che fondato.
Non c’è alcun bisogno – a giudizio di chi scrive – di insistere sulla “parità di genere” visto che nell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana il nostro Paese dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
Il dettame costituzionale è chiaro, limpido, conciso e cristallino. Che bisogno c’è che Coop e Fondazione Giulia Cecchettin mettano il loro piede all’interno delle Istituzioni Scolastiche? Nessuno.
Lo stesso discorso vale per la seconda proposta che la Coop vuole portare in Parlamento, ossia quella di una “legge per l’istituzione di un servizio pubblico nazionale di psicologia” che, a detta di Paola Minoliti, “vuol portare l’assistenza psicologica come diritto in diversi luoghi di vita e di lavoro, comprese le scuole, durante l’orario scolastico, per intercettare il disagio collettivo e personale dei più giovani, intervenire sul bullismo, sui disturbi alimentari, sul ritiro sociale, l’ansia da prestazione, l’abbandono scolastico”.
Queste argomentazioni sono serie, importanti, socialmente rilevanti ma, esattamente come l’“educazione alle relazioni” vanno affrontate dalle famiglie dei ragazzi, le sole che hanno il diritto/dovere di educare la prole e di imprimere in loro un piano valoriale.
Ci sono persone – e sono tante – che non hanno alcuna fiducia nella psicologia, una delle tante scienze sociali che negli ultimi cinquant’anni è stata idolatrata.
Se dovesse passare la proposta di Coop e Fondazione Giulia Cecchettin, infatti, “la presenza dello psicologo sarebbe obbligatoria in diversi contesti, inserendo l’educazione affettiva e sessuale in percorsi psicologici che seguono la persona dalla prima infanzia all’educazione di ogni ordine e grado, fino al mondo del lavoro e oltre”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità – a quanto dice il Vademecum “Informare sulla salute mentale” – accolto e sostenuto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e condiviso dall’ASL Roma 2 – dice che è essenziale “mettere al centro la persona, garantendo che chiunque si trovi in difficoltà possa sentirsi libero di chiedere aiuto senza timore di discriminazione”.
E’ un’asserzione molto chiara: il soggetto che ha bisogno deve “sentirsi libero” di andare dallo psicologo e non deve essere obbligato.
Il Parlamento, piuttosto, si preoccupi di mettere a disposizione di chi ha delle condizioni di “disagio psichico” dei “servizi adeguati in grado di rispondere efficacemente alle richieste di supporto e di implementare sistemi di prevenzione, sia a livello primario, per ridurre i fattori di rischio, sia a livello secondario e terziario per intervenire tempestivamente e sostenere chi è già colpito da un disturbo mentale”.
Obbligare un cittadino ad andare da uno psicologo, e ad essere infarcito di teorie psicologiche e sociali, non solo è un abuso ma è una chiara violazione della Legge 13 maggio 1978, n. 180, sugli “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, la cosiddetta legge 180 o legge Basaglia.
Il tema è scottante, complesso, articolato, ma in molti – anche fra i Soci Coop – non sono affatto d’accordo con queste proposte e, infatti, non hanno firmato, non firmano e non firmeranno l’opinabile proposta.
