Mi è capitato di seguire un’intervista a Diritto e Rovescio, condotto da Paolo Del Debbio, dove hanno intervistato una persona che vive in Italia: nato musulmano e dichiaratamente tale nelle sue leggi.
Alla domanda sul rapporto tra uomo e donna, l’intervistato ha risposto:
“È giusto picchiare la donna se non fa quello che dico.”
E ancora: “Davanti a Dio siamo uguali, ma io sento il diritto di picchiarla.”
“Se parla con altri uomini o fa cose fuori dal matrimonio è normale picchiarla.”
“Sto parlando di mia moglie e di mia figlia: fanno parte della mia vita, della mia anima. Questa è la nostra cultura.”
(Trasmessa il 26-03-2026)
Fossi stato l’intervistatore, avrei chiesto:
“E se un uomo si comportasse allo stesso modo, andrebbe punito?”
Mi sarebbe piaciuto sentire la risposta, e spero che non sarebbe stata:
“A noi uomini è permesso.”
La violenza non è cultura.
È violenza.
Nessuna tradizione, nessuna religione, nessuna identità può giustificare il maltrattamento di una donna, di un uomo, di un figlio.
In Italia — e in qualunque società che si fondi sulla dignità umana — picchiare una persona è un reato, punto.
Quando qualcuno dice “fa parte della mia cultura”, in realtà sta dicendo:
“Sono cresciuto in un contesto che mi ha insegnato questo, ma non significa che sia giusto.”
La cultura non è un destino.
La cultura può cambiare, e spesso cambia proprio quando qualcuno ha il coraggio di metterla in discussione.
Non è l’Islam a dire questo
L’insegnamento del sufismo invita a una relazione diretta, interiore e spirituale con Dio (Allah), fondata sull’amore, sulla purificazione dell’anima e sulla meditazione.
È una via che mette al centro l’essenza spirituale dell’Islam, non un insieme di regole rigide o di imposizioni.
Per questo non esiste alcuna giustificazione religiosa per la violenza domestica.
Lo affermano da anni molti studiosi musulmani — e moltissime donne musulmane che lottano per i propri diritti.
Ciò che ho sentito in TV non è “Islam”.
È patriarcato travestito da religione.
E il patriarcato, purtroppo, non appartiene a un solo popolo o a una sola fede:
lo abbiamo conosciuto anche noi, eccome.
E qui voglio essere onesto: non scrivo tutto questo per giudicare “l’altro”, ma per riconoscere che anche nella nostra cultura europea — e italiana — il retaggio di vecchi pregiudizi ha lasciato ferite profonde.
Quanti casi di maltrattamento avvengono ancora oggi nel nostro Paese?
Quante volte la donna è stata considerata un oggetto, una proprietà, una presenza subordinata?
Forse non siamo allo stesso livello di certe affermazioni, ma poco ci manca.
La differenza, oggi, è che finalmente qualcosa si muove: la donna non è più vista come un oggetto, ma come una persona pari a noi uomini.
E questo cambiamento è prezioso, fragile, da proteggere.
La domanda che smaschera tutto
Fossi stato io l’intervistatore, alla fine gli avrei chiesto:
“E se un uomo si comportasse allo stesso modo, andrebbe punito?”
Una domanda così — e l’eventuale risposta — avrebbe probabilmente smascherato tutto.
Perché chi giustifica la violenza non parla di morale, né di religione.
Parla di potere.
E il potere, quando è ingiusto, ha sempre due pesi e due misure.
Ora, di fronte a queste affermazioni, qual è la mia posizione?
In questi momenti mi tornano alla mente le parole del Vangelo:
“Chi è senza peccato scagli la prima pietra.”
“Non giudicare per non essere giudicato.”
Non sono frasi di buonismo.
Sono parole che rovesciano la logica del dominio, che spezzano l’idea del potere come diritto di punire, controllare, possedere.
Sono un’etica radicale, che mette al centro la dignità dell’altro, la sua fragilità, la sua libertà.
Io queste parole le ho prese sul serio.
Ed è proprio questo che mi permette di riconoscere l’ingiustizia quando si presenta, senza confonderla con la tradizione, la cultura o la religione.
La differenza? Non sta tra “noi” e “loro”
Sta tra due modi di stare al mondo:
La logica del dominio:
“L’altro mi appartiene – io comando, tu obbedisci – la forza decide – la donna vale meno.”
La logica della relazione:
“L’altro è un essere libero – io e te ci completiamo – il rispetto costruisce – la donna è pari, diversa, complementare.”
Conclusione
E allora, davanti a tutto questo, non voglio cadere nella tentazione facile di puntare il dito contro “gli altri”.
Perché la verità, se abbiamo il coraggio di guardarla, è che nessuna cultura è immune dal pregiudizio.
Anche nella nostra società europea — e italiana — esistono ancora ombre, retaggi antichi, modi di pensare che faticano a morire.
Forse non arriviamo alle parole crude ascoltate in quell’intervista, ma i fatti di cronaca ci ricordano che la violenza, il possesso, la svalutazione della donna non sono scomparsi.
La differenza, oggi, è che all’orizzonte si intravedono nuove prospettive.
La donna non è più considerata un oggetto, ma una persona libera, autonoma, pari.
È un cammino ancora fragile, certo, ma è un cammino aperto.
E qui sta il punto:
questa pretesa di superiorità — perché maschi, perché ricchi, perché appartenenti a una certa religione o cultura — non è un destino scritto nel sangue.
È solo il marchio dell’ego, dell’io che vuole dominare, possedere, affermarsi.
Ma l’essere umano può andare oltre.
Ricordiamoci che il sole sorge per tutti, che respiriamo la stessa aria, che il cuore pulsa allo stesso ritmo in ogni corpo, in ogni popolo, in ogni fede.
Non siamo infallibili, siamo mortali.
E proprio per questo ci è stata data la possibilità di evolverci, di cambiare, di imparare ad amare.
Non a caso ci è stato consegnato un comandamento semplice e immenso:
“Ama il prossimo tuo come te stesso.”
E nel “prossimo” è inclusa anche la donna.
Forse soprattutto la donna, perché troppo spesso è stata la prima a essere esclusa.
E allora la vera differenza non sta tra “noi” e “loro”.
Sta tra chi sceglie la logica del dominio e chi sceglie la logica della relazione.
Tra chi vuole possedere e chi vuole incontrare.
Tra chi usa la forza e chi costruisce con il rispetto.
Il futuro — se lo vogliamo — appartiene a questi ultimi.
