Cuneo, al Collegio dei Geometri e dei Geometri Laureati della Provincia di Cuneo, espone “Vite dure” di Mauro Vallinotto.
Presso la sala del “Collegio dei Geometri e dei Geometri Laureati della Provincia di Cuneo” vi è una mostra dal titolo “Vite dure. Dal Piemonte al Nord Europa, cronache di migrazioni, fatiche, solitudini” con fotografie di Mauro Vallinotto.
L’esposizione narra il viaggio compiuto dagli emigranti, perlopiù meridionali, in Piemonte e nel Nord Europa passando attraverso i racconti delle loro migrazioni, delle loro fatiche, delle loro solitudini.
Diverse tavole tematiche per narrare “la storia degli emigrati italiani alla Volkswagen di Wolfsburg“, “migliaia di lavoratori Giunti nella Germania Ovest dopo l’accordo bilaterale tra Roma e Bonn del 1955“.
Allo stesso modo viene raccontata la condizione dei lavoratori alla Mirafiori di Torino: “andare e tornare dalla Fiat significava tante cose: tram, pullman, treni, biciclette, con il tesserino di riconoscimento tra i denti da mostrare agli ingressi ai sorveglianti avvolti in cupe mantelline. E a fine turno, la corsa tra le pozzanghere del piazzale sterrato della vecchia stazione del Lingotto, dove, violando ogni regola di sicurezza, ci si arrampicava dalla massicciata dei binari sui vagoni per trovare uno spazio dove abbandonarsi al sonno“.
In modo peculiare viene spiegato come i lavoratori italiani del settore ferroviario erano “stipati” in Germania.
A detta dei curatori della mostra “le carrozze erano un’eredità delle ferrovie del Terzo Reich: vecchi vagoni con piccole piattaforme alle estremità che non permettevano facilmente il passaggio da un vagone all’altro. Ognuno aveva una funzione precisa: alcune erano dotate di letti a castello e cuccette, altre adibite a cucina o a spazio comune. In certi casi c’era persino un cuoco incaricato di preparare i pasti per chi non voleva arrangiarsi. Erano camper su rotaia, microcosmi mobili capaci di offrire tutto il necessario per vivere e lavorare“.
Una tavola ambientata a Torino, datata 1969, recita: “All’arrivo nella stazione di Porta Nuova, dove le pensiline non bastano a contenere tutti i vagoni, questi migranti in cerca di un futuro si trovano catapultati in un ambiente ostile, sconosciuto. Solo chi ha già un contatto – parenti e amici – sa dove andare. Gli altri, arrivati tra gli anni cinquanta e sessanta, si muovono spaesati in una città travolta dalla richiesta di manodopera delle fabbriche Fiat e dalla conseguente emergenza abitativa“.
La più toccante, perlomeno per gli italiani piemontesi, è quella datata 1973 che parla dei minatori in Belgio.

La tavola esplicativa dice: “nel cuore del Belgio industriale degli anni settanta, nella regione di Charleroi, la vita dei minatori italiani si consuma tra le gallerie del carbone e i villaggi operai. Il ricordo della tragedia di Marcinelle, dove nel 1956 persero la vita 136 connazionali, è una ferita lontana dal rimarginarsi. Le miniere restano luoghi segnati da incidenti e malattie professionali: l’asbestosi, la silicosi e le intossicazioni da gas sono presenze quotidiane e letali“.
La storia ci insegna che “l’emigrazione di massa di italiani verso il Belgio era il risultato di un accordo politico del 1948, che cercava manodopera per le miniere in cambio di carbone“.
A quei tempi, dopo la caduta del Fascismo, la democratica Italia barattava la vita degli esseri umani con le materie prime. Lo faceva ben conscia di quel che stava compiendo, nel silenzio generale dei “liberatori” e dei retorici narratori di un Regime che – a loro dire – non aveva rispetto per la vita umana.
Nel vedere queste tavole, queste fotografie, viene un leggero senso di magone perché si pensa alla vita dura, faticosa, dolorosa, patita dai cittadini italiani che sono andati a lavorare all’estero, rendendo grandi le Nazioni oggi industrializzate.

Tutta un’altra narrazione rispetto a quella odierna dove gli immigrati, per lo più irregolari, vengono accolti nelle Nazioni Europee, dotati di documenti, curati dal Servizio Sanitario Nazionale, alfabetizzati e messi in condizione di poter ottenere e conseguire titoli di studio, oltre a tutta un’altra serie di benefit che i nostri emigranti del secolo scorso non hanno avuto.
Quando la retorica Sinistra, latrice da sempre di un imbarazzante revisionismo storico, dice: “anche noi siamo stati emigranti” dovrebbe ricordare che gli italiani sono andati all’estero in cerca di fortuna ed hanno fatto vite indecenti, indecorose, talvolta inumane.
Quanti sbarcano oggi nel nostro Paese, invece, spesse volte, ottengono più attenzione, diritti, possibilità della popolazione autoctona.
Ricordare ciò che è stato permette di analizzare con maggiore lucidità ciò che sta accadendo nel nostro Paese.
La pregevole mostra è stata realizzata dall’Istituto storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo (ISRCN), diretta dal prof. Pierluigi Maria Garelli, che ha voluto valorizzare la figura di Mauro Vallinotto, nato a Torino nel 1946, fotografo che ha lavorato per “L’Espresso”, “Time”, “Fortune”, “Panorama”, “Famiglia Cristiana”, “Il Venerdì di Repubblica”, “Specchio”, “La Stampa”, “Agenzia ANSA”.
Le fotografie esposte sono state acquistate dall’ISRCN grazie al contributo del bando “Strategia fotografia 2022” del Ministero della Cultura.
Chi volesse visitare la Mostra “Vite dure” potrà farlo, sino al 30 novembre, il venerdì dalle 16:00 alle 19:00, il sabato e la domenica dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 16:00 alle 19:00, presso la Sala del “Collegio dei Geometri e dei Geometri Laureati della Provincia di Cuneo“, in Via San Giovanni Bosco, 7H,

Ottimo per avere parlato e ricordato per una volta i nostri migranti, che all’estero ci sono stati per “ lavorare, non scroccare !” Ovunque sono stati, gli italiani hanno favorito lo sviluppo degli Stati ospiti e non hanno fatto attentati e non hanno preteso di sconvolgere la cultura di questi. Mi si può far notare la mafia; vero, ma era in luoghi limitati, e, in ogni caso, non ha voluto imporre la cultura italiana. Se gli americani hanno assorbito la musica, la lirica, il cibo italiani è perché a loro piaceva. A noi invece è arrivata la feccia dell’umanità
Carissima Margherita, hai perfettamente compreso la questione. Gli italiani hanno fatto grandi le Nazioni in cui sono state. L’immigrazione che stiamo portando in casa, invece, è quantomeno pericolosa.