Il Comune di Cuneo si prodiga per informare i fruitori dell’Ufficio di Stato Civile sulle Disposizioni anticipate di trattamento. Quanta cortesia quando si tratta di contrastare la vita.
Compito dei giornalisti è quello di fare informazione, non solo diramando comunicazioni, ma facendo necessari e opportuni approfondimenti. Per questo motivo si va a parlare delle Disposizioni Anticipate di Trattamento – DAT.
Il Comune di Cuneo, retto dal Sindaco Patrizia Manassero, “Partito Democratico”, all’interno dei suoi uffici, in special modo dinanzi all’Ufficio di Stato Civile, sito in Via Roma n. 28, lascia in bella vista, a mo’ di invito, un foglietto con su scritto che “la Legge 219 del 22 dicembre 2017 “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” prevede la possibilità da parte del cittadino di redigere le proprie Disposizioni anticipate di trattamento (DAT), comunemente dette testamento biologico”.
Bene è che un palazzo municipale informi la cittadinanza circa questa possibilità prevista dalla legge ma è davvero necessario far volantini a colori – a spese di tutti i contribuenti – per sponsorizzare tale questione controversa dal punto di vista bioetico?

Cristiana Di Stefano, donna disabile delle Marche, militante del “Popolo della Famiglia” di Mario Adinolfi, ha scritto: “Apri gli occhi è un barbatrucco, non esiste alcuna libertà di scelta, è soltanto un’illusione! Da quando hanno fatto la legge sui suicidio assistito nel 2017 per me e per tutti i malati e disabili italiani sono cambiate tante cose”.
Abbiamo voluto affrontare il tema dando voce a chi non ne ha e, soprattutto, a chi porta sulla sua pelle, nella sua carne, all’interno del suo animo, tutta la sofferenza di chi è disabile, ammalato, colpito da patologie gravi, ed è spinto dallo Stato “a togliersi di mezzo”.
Cristiana Di Stefano continua: “Per prima cosa hanno cancellato un contributo importantissimo, voluto nel 2001 dal Governo Berlusconi, determinato “assistenza indiretta”, parecchi soldi che arrivavano una volta l’anno con i quali avevo assunto un’assistente per aiutarmi a gestire il quotidiano e la casa”.
Argomentazione molto precisa e puntuale di chi, va detto, queste cose le vive sulla sua pelle.
Ma l’eloquio va avanti: “Fino all’entrata in vigore della legge sul suicidio assistito, non avevo problemi a fare visite specialistiche per la sclerosi multipla ed altre cose causate dagli effetti collaterali dei farmaci che mi passava la sanità pubblica, non avevo problemi a fare regolari controlli e risonanza magnetica, addirittura il comune mi rimborsava il 20% sui farmaci non rimborsabili e le siringhe, mi mandava assistenza per pulire la casa ed altri bisogni 2 ore per 5 giorni a settimana”.
La signora, come si evince, soffre di Sclerosi Multipla, una patologia neurologica molto grave, altamente invalidante, parecchio dolorosa. Lo Stato, però, sino al 2017 la aiutava, la assisteva, la compativa e le andava incontro.
Cristiana Di Stefano dice chiaramente che “non era un problema ottenere un ausilio dalla sanità e venivano rimborsate le spese per abbattere le barriere architettoniche anche in bagno. Con l’avvento della legge sul suicidio assistito, per i disabili, già divisi in categorie pochi mesi prima, fu come uno tsunami, perché per i disabili gravi non ci fu più nessun aiuto e nessun contributo. Per disabili gravissimi solo briciole, al massimo 4.000 euro l’anno per pagare un’assistenza giornaliera H24”.
A leggere queste asserzioni viene male. Ma come può uno Stato civile e democratico fare una simile distinzione e destinare briciole imbarazzanti a chi soffre di patologie altamente invalidanti?
Ma non è finita qui perché Cristiana Di Stefano spiega nel dettaglio: “Solo coloro che stanno bene economicamente ed hanno famiglie facoltose, possono permettersi di accedere al programma denominato “Vita indipendente” ed avere un po’ di risarcimento delle spese”. Ma lo Stato Sociale che fine ha fatto? La Corte Costituzionale, che mette bocca su tutto, perché non interviene?
Cristiana Di Stefano, rispondendo ad una signora che esalta il suicidio assistito su Facebook, probabilmente una sostenitrice di “Radicali Italiani” e dell’Associazione “Luca Coscioni”, tuona: “Proprio non riesci a capire cosa succederà quando cancelleranno gli articolo 579 e 580 dal Codice Penale? Proprio non ci arrivi a capire cosa succederà quando verrà cancellato il reato di omicidio del consenziente, di istigazione al suicidio e tortura, reati ad oggi puniti grazie a quegli articoli di legge? Ci sarà la mattanza dei non autosufficienti, soprattutto di quelli incapaci di comunicare o con problemi psichici. I medici che vorranno opporsi all’uccisione di un paziente tramite eutanasia e dichiararsi obiettori di coscienza, saranno licenziati, come già previsto dalla proposta di legge”.

Credete che scrivere un articolo come questo mette seriamente alla prova il giornalista. Trattare temi di tanta e tale importanza fa tremare i polsi. Diventa difficile scrivere un pezzo senza provare dolore, sofferenza ed empatia con la persona che esprime questi concetti.
Se la politica della morte e la cultura dello scarto, tanto care alla Sinistra, troveranno una maggioranza nel Paese “tutti gli assassini da cui l’articolo 579 e 580 del Codice Penale, torneranno in libertà perché decade il reato”, chiosa Cristiana Di Stefano.
Il Comune di Cuneo, in modo molto più delicato, va detto, sostiene che le DAT “sono un documento scritto da persona maggiorenne e capace di intendere e volere per esprimere la propria volontà sui trattamenti sanitari che desidera ricevere o rifiutare in previsione di un’eventuale futura incapacità di decidere”.
Uno Stato che fa una legge simile spinge – anche se in modo “pulito e profumato” – il cittadino ammalato, disabile, in difficoltà, ad esprimere volontà di non esser curato.
Sul fitto e burocratico volantino, il Comune di Cuneo scrive ancora: “Dopo aver acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte, attraverso le DAT la persona (disponente) esprime le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici e scelte terapeute. La legge prevede che il disponente possa indicare un fiduciario, ovvero una persona di sua fiducia che lo rappresenterà nelle relazioni con il medico e le strutture sanitarie e avrà il compito di far rispettare le volontà espresse nelle DAT”.
Al Sindaco di Cuneo viene spontanea una domanda: “Come fa l’impiegato di Stato Civile a sapere se, come e quando il soggetto (disponente) ha “acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte”? Lo immagina, lo presume o chiederà delle prove certe che vanno al di là di ogni ragionevole dubbio?”.
E’ vero, per carità, che “le DAT possono essere modificate o revocate dal disponente in qualsiasi momento. In caso di persona impossibilitata a scrivere, le DAT possono essere espresse mediante videoregistrazione o con altre modalità idonee a comunicare le proprie volontà. Con il consenso del disponente le DAT vengono inviate alla Banca Dati Nazionale”.
I Comuni, lo Stato, la Pubblica Amministrazione, fanno sempre mille storie per aiutare il Cittadino nell’espressione del suo pensiero e della propria volontà, ma se questi chiede di morire, porre fine alla sua esistenza, si prodigano per aiutarlo e creano addirittura una “Banca Dati Nazionale”.
L’argomento è complesso, doloroso e scottante. Era giusto trattarlo perché compito del giornalista è non nascondere mai la realtà, anche quando questa è sofferta.
