Mentre Bruxelles ci chiede ulteriori sacrifici…
La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori non può essere liquidata come un problema di ordine pubblico, né ridotta ai disagi provocati sulle strade, per comprenderla bisogna partire dalle condizioni economiche di chi lavora, dai costi che deve sostenere e dalle scelte politiche che incidono direttamente sulla sua possibilità di andare avanti.
Il primo problema è concreto: il costo del carburante, dell’energia, dei mezzi, delle manutenzioni e dei finanziamenti pesa sempre di più sui bilanci delle imprese, mentre non sempre i prezzi di vendita e le tariffe di trasporto consentono di recuperare gli aumenti, per un autotrasportatore, il gasolio non è una spesa accessoria, è una componente essenziale del lavoro. Per un agricoltore, il costo dell’energia, del carburante, dei fertilizzanti e delle attrezzature può determinare se una stagione si chiuderà con un guadagno o con una perdita.
A questo si aggiunge una questione strutturale, gli agricoltori denunciano da tempo lo squilibrio tra i prezzi riconosciuti a chi produce e quelli pagati dai consumatori, in molti casi, chi coltiva sostiene i rischi legati al clima, ai raccolti e ai costi di produzione, ma dispone di un potere contrattuale limitato rispetto agli altri soggetti della filiera. Gli autotrasportatori, dal canto loro, devono confrontarsi con tariffe, tempi di pagamento, concorrenza e costi operativi che possono erodere rapidamente i margini.
Non si tratta di chiedere che ogni impresa venga protetta da qualsiasi difficoltà, né di negare la necessità di efficienza e innovazione, si tratta di riconoscere che non esiste un’economia sana se produrre e trasportare beni essenziali diventa un’attività sempre meno sostenibile per chi la svolge.
C’è poi una questione politica che merita di essere affrontata senza ipocrisie, la destinazione delle risorse pubbliche e il rapporto tra spese militari, sostegno internazionale ai conflitti e bisogni economici interni, una parte delle proteste e del dissenso sociale esprime anche una richiesta precisa: non si sottraggano risorse alle necessità del Paese per destinarle ulteriormente alla guerra e al riarmo.
Il silenzio e la distanza dell’informazione.
Un altro elemento che alimenta la sfiducia è la distanza percepita tra una parte del sistema dell’informazione e le preoccupazioni concrete di lavoratori, produttori e cittadini.
Quando una protesta viene raccontata prevalentemente attraverso code, rallentamenti, disagi e possibili interruzioni delle forniture, il pubblico riceve soltanto una parte della storia, i disagi esistono e meritano attenzione, ma non possono sostituire l’analisi delle cause, raccontare un blocco stradale senza spiegare perché sia stato proclamato significa descrivere l’effetto e lasciare sullo sfondo il problema.
Televisioni e giornali hanno il diritto e il dovere di verificare le rivendicazioni, controllare le dichiarazioni dei manifestanti e dare conto dei danni provocati dalle mobilitazioni, ma hanno anche la responsabilità di approfondire i costi sostenuti dalle categorie coinvolte, le richieste presentate alle istituzioni, le risposte ricevute e le alternative proposte.
La questione, dunque, non è pretendere che i media sostengano la protesta, è chiedere che la raccontino nella sua interezza, se l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sul traffico bloccato e molto meno sulle ragioni economiche e politiche della mobilitazione, il risultato è un’informazione incompleta, anche senza ipotizzare censure o intenzioni deliberate.
La distanza si misura proprio qui: nella capacità di entrare nei problemi reali, ascoltare chi ne è coinvolto e verificare le responsabilità di tutti, senza ridurre il conflitto sociale a una sequenza di immagini spettacolari.
Il punto centrale è semplice, agricoltura e autotrasporto non sono settori marginali, contribuiscono alla disponibilità degli alimenti, alla circolazione delle merci, alla tenuta delle filiere produttive e al funzionamento dell’economia, se le loro difficoltà diventano strutturali, le conseguenze non ricadono soltanto sugli imprenditori raggiungono lavoratori, consumatori e intere comunità.
Per questo le proteste meritano un esame serio, non la celebrazione acritica e nemmeno la condanna preventiva, le istituzioni devono rispondere con proposte concrete, i media devono garantire un’informazione completa, (così come vuole fare la nostra testata), i cittadini devono poter valutare le ragioni, i costi e le conseguenze delle diverse scelte.
Il vero banco di prova non è quanto una protesta riesca a disturbare il Paese, ma se il Paese sia disposto ad affrontare i problemi che l’hanno resa necessaria.
