Il tragico alterco di piazza Milano nel Carnevale del 1864
A Torino, capitale del Regno d’Italia, nella prima settimana di febbraio del 1864 si festeggia il Carnevale. Dal quotidiano L’Opinione del 9 febbraio apprendiamo che il giorno precedente «il corso con maschere fu oltremodo animato e brillante, sia per le molte belle ed eleganti comitive di maschere che lo percorrevano, sia per la infinità delle carrozze e dei gran carri carnevaleschi che piovevano sulla folla fiori, dolci, poesie e caricature.
S. A. R. il principe Amedeo assisteva al corso in carrozza scoperta alla Daumont, né si ritirò che quando il corso finiva; anche S.A.R. la duchessa di Genova prese parte al corso in carrozza scoperta. Dei molti carri furono particolarmente notevoli i seguenti: 1. Carro della fregata; 2. Carro dei cinesi; 3. Carro del giardino ambulante; 4. Carro degli orfeonisti; 5. Carro della fortezza; 6. Carro del restaurant: 7. Carro dei ciarlatani; 8. Carro delle confetture. Eranvi poi moltissime mascherate a cavallo, che per la ricchezza e l’eleganza non lasciavano nulla a desiderare. […]
Da S. M. il Re s’inviavano al Regio Ospedale di carità molti daini uccisi nelle ultime caccie reali, affinché venissero distribuiti ai molti poveri che si trovano in quello stabilimento. S. M. ha voluto che anche i poveri ammalati facessero carnevale».
I festeggiamenti così si concludono nella sera del 9 febbraio: «Alle undici […] mettevasi in marcia il carro funebre che accompagnava all’ultima dimora il Carnevale del 1864. Dieci dei gran carri carnevaleschi ed un migliaio di persone con lampade dipinte a colori precedevano il moribondo Carnevale, ch’era sparuto in volto come uomo al quale il medico abbia detto: Fate testamento, non avete più che un’ora di vita. Seguiva il carro del moribondo, un carrettone tetro tetro, e vedevasi la smunta Quaresima sbucare fuori da una botte di acciughe. La marcia era chiusa dalla confraternita dei beduini che intuonava comiche salmodie, nel mentre che dai carri suonavasi musica di circostanza, cioè semiseria. Arrivato il corteo in piazza Castello, a mezzanotte in punto, dopo aver fatto testamento fra canti e suoni, il Carnevale del 1864 spirava sul rogo precisamente come una vedova indiana dei tempi andati. Gianduia dall’alto del suo campanile di San Giovanni dava il segnale della fiammata e dei fuochi d’artifizii. La fiammata fa veramente bellissima, ed anche i RR. Principi vi assistevano da un balcone di piazza Castello».
Questa la descrizione de L’Opinione del 10 febbraio. Nella stessa pagina il giornale pubblica anche l’elenco delle Morti avvenute a Torino tra l’8 e il 9 febbraio 1864 e tra queste troviamo enumerato «Cinotto Domenico, 25 anni, di Canischio, operaio alla Ferrovia dello Stato». Non viene precisato che Cinotto è stato vittima di un tragico alterco scoppiato in un caffè torinese nel corso dei festeggiamenti carnevaleschi.
Come si sia svolta questa vicenda lo apprendiamo dalla Cronaca Giudiziaria dello stesso quotidiano del 21 luglio 1864 che narra il processo e la condanna del responsabile dell’omicidio.
L’anonimo cronista narra, con distaccato sussiego, che «Correva il carnevale di quest’anno, quando una sera ad ora molto inoltrata, nel Caffè Milanese, sito in piazza Milano, avveniva uno di quei soliti alterchi che frequentemente si chiudono con una scena di sangue». Piazza Milano è la parte porticata dell’attuale piazza della Repubblica e il Caffè Milanese è collocato al civico 1, sotto i portici alla sinistra di chi giunge da via Milano.

Conosciamo ora i protagonisti della storia, appartenenti a due diverse comitive che nel Caffè Milanese siedono a due tavoli separati. La prima è formata da Domenico Cinotto, la vittima, da Spirito Roda, Carlo Arduino e Margherita Cibrario, fidanzata o convivente di Cinotto.
La seconda combriccola, più numerosa, annovera i tre fratelli Baima, Luigi, Michele e Vincenzo, quest’ultimo con la moglie Cristina Ballesio, e poi Giambattista Massoia, in compagnia della moglie e dei tre figli, Raffaele Basiletti, Teresa Simonetti e Carolina Baima, sorella dei tre fratelli Baima e vedova di un certo Goffi. Non risulta che i componenti delle due comitive si conoscano fra loro e il cronista non si preoccupa di fornire l’età e la professione di tutti costoro, ma certo sono di modesta condizione sociale.
Domenico Cinotto ha bevuto molto e così, ben carburato, si mette a fare il buffone: si siede a cavalcioni di una sedia, momentaneamente abbandonata da un componente dell’altra brigata, e si mette a saltellare intorno al loro tavolo.
In questi esercizi di volteggio, decisamente poco adatti per chi come lui «aveva perduto l’equilibrio del corpo e insieme quello della mente», finisce per calpestare il vestito di Carolina Baima.
La donna lo rimprovera, mentre suo fratello Luigi, particolarmente offeso dal comportamento di Cinotto, si alza, fa la voce grossa verso l’importuno e, forse, lo afferra per la cravatta e gli grida di non far il gianduia.
Cinotto si sente offeso a sua volta e replica con vivacità, ma i rispettivi compagni s’interpongono finché il dissidio pare ricomposto. Non appena la calma è ristabilita, Cinotto si permette qualche altra famigliarità e così gli animi si riaccendono, in particolare quando lui dice a uno di quelli che lo affrontano, che se fosse stato solo, sarebbe stato capace di insegnargli il modo di comportarsi.
Il proprietario del caffè intuisce che le cose volgono al peggio e mette Cinotto alla porta.
Nel frattempo, le due comitive sono già diminuite di alcuni componenti. Carlo Arduino si è diretto a casa e Cinotto ha mandato Margherita Cibrario ad attenderlo sotto i portici della piazza, dopo che la donna ha tentato di fare da paciere nella baruffa.
Dell’altra brigata sono tornati a casa Raffaele Basiletti e la moglie di Giambattista Massoia col figlio più piccolo, mentre Teresa Simonetti è passata in un’altra sala del locale.
Cinotto, uscito a forza, raggiunge Margherita Cibrario e le consegna il proprio soprabito, poi mentre lei si allontana, si mette in agguato nei pressi del caffè.
Di lì a poco escono allo stesso tempo Giambattista Massoia e Spirito Roda che è zoppo e cammina appoggiandosi a un bastone. Roda sostiene che Massoia si è diretto in modo amichevole verso Cinotto, ma questi, insospettito gli ha preso il bastone per colpire Massoia.
A quel punto, quelli ancora nel caffè, sentono Massoia che grida: fuori, fuori! Tutta la comitiva esce a precipizio, senza pagare le consumazioni. Forma un’onda che urta Cinotto, lo spinge, lo getta a terra, lo rialza fino a trascinarlo al centro della piazza, dove viene lasciato solo, perché tutti fuggono. Sono piuttosto lontani, quando Cinotto, si accorge di essere ferito e grida: «Ahimè, son morto!» poi stramazza a terra.
Margherita Cibrario e lo zoppo Roda, che fino a quel momento si sono tenuti a prudente distanza, e Giuseppe Ferrero, che passa di là per caso, accorrono a sorreggerlo e lo fanno distendere su una panca mentre ha già perso l’uso della parola.
Margherita Cibrario descrive gli aggressori in fuga ai Bersaglieri di un vicino corpo di guardia e due militari provano inutilmente a inseguirli. Nel frattempo, due Carabinieri sono accorsi alle grida di Cinotto e arrestano un uomo senza cappello: è Giambattista Massoia, il quale si è separato dagli altri e stava fuggendo seguito dai suoi due figli. Gli stessi Carabinieri, si avvicinano poi al ferito e sequestrano un soprabito, un portafogli, una cravatta, una pipa e due cappelli che si trovano accanto a lui. Il soprabito e un cappello appartengono a Cinotto, l’altro cappello all’arrestato Massoia.
Cinotto decede appena giunto all’Ospedale Mauriziano e l’autopsia constata che la morte consegue a una forte emorragia causata da una profonda ferita di coltello all’addome, che ha reciso l’arteria epigastrica, l’intestino tenue in tre punti e la vena iliaca interna.
Anche Giambattista Massoia presenta una ferita alla testa, di lieve entità, causata da arma contundente.
Giuseppe Ferrero e Margherita Cibrario vengono inizialmente arrestati, poi si riconosce che sono estranei alla rissa, della quale la donna è stata semplice testimone, e sono rimessi in libertà.
Il 21 febbraio vengono arrestati i tre fratelli Baima e Cristina Ballesio, moglie di Vincenzo, accusati di omicidio volontario insieme a Giovanni Massoia, del quale si è trovato il cappello vicino al ferito.
Nell’abitazione dei fratelli Michele e Vincenzo Baima e di sua moglie Cristina Ballesio viene sequestrato il soprabito di Michele che ha una falda macchiata da spruzzi di sangue. Nella sera dell’omicidio Cristina lo ha indossato per travestirsi da uomo, secondo un’abitudine al tempo in voga tra le donne di più modesta condizione che non possono permettersi la spesa di un vero costume di Carnevale.
Cristina Ballesio ha una ferita alla prima falange del pollice della mano destra: lei sostiene che è causata da una caduta, ma i periti giudicano che non sia possibile e sia stata prodotta da un coltello e che, forse, sia la causa degli spruzzi sanguigni osservati sul soprabito.
Viene inoltre sequestrata una lettera proveniente da San Maurizio, scritta da un’altra sorella dei Baima che abita in quel paese col fratello Luigi, indirizzata alla cognata e ai fratelli residenti a Torino, per informarli che Luigi avrebbe detto tutto come si erano accordati con Vincenzo e Michele. In caso di qualche novità, dovevano informarla, per potersi regolare sul da farsi.
L’atto d’accusa aggiunge che questa lettera è stata scritta in risposta ad un’altra di Cristina Ballesio, dove si diceva, fra l’altro, di avvertire Luigi che, se interrogato, doveva dire che tutti loro quando erano usciti dal caffè, non avevano più visto Cinotto.
Il 7 e l’8 luglio Cristina Ballesio, Giovanni Massoia, Michele, Vincenzo e Luigi Baima sono processati dalla Corte d’Assise di Torino per l’omicidio di Domenico Cinotto.
Tutti gli accusati si dichiarano innocenti. Giambattista Massoia e Cristina Ballesio ammettono che il cappello e il soprabito, che costituiscono corpi di reato, sono di loro proprietà.
Dopo l’interrogatorio di alcuni testimoni, il colpo di scena.
Luigi Baima si alza e dichiara che quando ha sentito Massoia a gridare fuori, fuori, è accorso con gli altri fuori dal Caffè Milanese. Massoia giaceva a terra ferito al capo e tenuto fermo da Cinotto, il quale lo aveva subito lasciato andare per afferrare Luigi fortemente per la gola, mentre lo percuoteva più volte col bastone.
«Io mi sentivo assai soffocato al punto di non potere che con istento respirare. Accorsero i miei fratelli e mia cognata Cristina; la quale tentando far buoni uffizi, Cinotto colla bocca le prese un dito morsicandoglielo fortemente. – così afferma Luigi – Io udendo le grida di dolore della cognata, sentendomi venir meno, onde liberare me e lei, estrassi di tasca un coltello e menai un colpo a Cinotto a legittima nostra difesa. Io solo quindi sono il colpevole».
Gli altri imputati confermano queste dichiarazioni.
Luigi è davvero il solo responsabile dell’omicidio conseguente al tentativo di difendersi dall’aggressivo Cinotto? Oppure si è sacrificato per salvare i fratelli e Giambattista Massoia, padre di famiglia? La cronaca è troppo asettica e distaccata per permetterci di approfondire la psicologia dei protagonisti.
La confessione di Luigi appare comunque convincente per il Pubblico Ministero, il quale nella sua requisitoria abbandona l’accusa verso tutti gli accusati, tranne che per Luigi Baima, per il quale chiede ai giurati un verdetto di colpevolezza.
L’avvocato difensore di Luigi chiede che il suo difeso venga dichiarato dai giurati colpevole di omicidio per legittima difesa e, in subordine, colpevole per eccesso di legittima difesa, in rissa, in seguito a grave provocazione, quando le conseguenze della sua difesa sono andate oltre le intenzioni di Luigi, senza che lui potesse facilmente prevederle.
I giurati dichiarano Cristina Ballesio, Giovanni Massoia, Michele e Vincenzo Baima non colpevoli e la Corte d’Assise li assolve.
Luigi Baima, secondo i giurati, è colpevole dell’omicidio volontario di Cinotto con le attenuanti invocate dal difensore. La Corte considera anche la natura dei fatti e le qualità delle persone provocanti e provocate, e lo condanna al carcere per un anno dal giorno dell’arresto.
Si può ritenere che i giudici abbiano tenuto conto del carattere aggressivo e litigioso di Cinotto, emerso con l’ubriacatura, e delle buone qualità morali della famiglia Baima. Ma, come già detto, ne sappiamo troppo poco per considerazioni definitive. I protagonisti sono proposti dal cronista come pedine di un meccanismo fin troppo abituale, come emerge dalle sue considerazioni introduttive: «[…] abbiamo deplorato la facilità con sui i nostri popolani ricorrono alla ragion del coltello senza tanti preamboli, anche per le più futili cause. Certamente la rozzezza dell’animo e la sfrenatezza della passione dà esca alle brutali vendette; ma ciò che poi vi porge occasione si è la disoccupazione dei dì festivi e l’abuso dei vini e dei liquori».
A questa diagnosi corrisponde un commento decisamente semplicistico: «Laonde non possiamo non approvare, anche sotto il riguardo morale, oltre sotto quello economico, e la restrizione del numero dei dì festivi» per concludere con un generico apprezzamento per «gli sforzi comunque degni di migliore successo di coloro che cercano di ridurre a temperanza e gentilezza i costumi ed i sentimenti delle plebi».
Sono commenti moralistici e classisti che evidenziano una visione paternalistica e una certa incapacità di analisi delle radici più profonde del disagio sociale.
L’immagine di apertura è stata generata dall’A.I.
