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Il caso di Gallarate riapre il dibattito: mostrare il volto per l’identificazione non è una discriminazione, ma una procedura prevista dalla legge. Come garantire che la norma resti uguale per tutti senza ignorare le differenze culturali e religiose.
Il caso, riportato dalla stampa, riguarda una cittadina italiana di origine bengalese che si sarebbe presentata con il niqab in un ufficio di Poste Italiane a Gallarate per ritirare un pacco ed effettuare una ricarica. Il personale le avrebbe chiesto di rendere temporaneamente visibile il volto per verificarne l’identità. La donna avrebbe successivamente denunciato Poste Italiane, ritenendo discriminatoria la richiesta. Secondo quanto riferito dagli organi di informazione, l’azienda ha sostenuto di avere applicato le procedure previste per l’identificazione della clientela e ha precisato che, una volta effettuato il riconoscimento, l’operazione sarebbe stata regolarmente completata.
Non si deve cadere in una trappola politica discriminatoria
L’identificazione non è discriminazione. La legge 152/1975 e la giurisprudenza del Consiglio di Stato (sentenza 3076/2008) sono chiare: il velo integrale può essere indossato per motivi religiosi o culturali, ma non può diventare un ostacolo all’identificazione quando questa è richiesta da una procedura legittima e generale. Mostrare il volto per pochi secondi non equivale a rinunciare alla fede.
La libertà religiosa non è assoluta. L’art. 19 Cost. protegge la professione del culto, ma non crea zone franche rispetto alle regole che valgono per tutti (sicurezza, certezza dei rapporti giuridici, prevenzione di frodi).
Poste Italiane ha dichiarato di aver applicato le procedure previste e di aver completato l’operazione dopo il riconoscimento. La denuncia della donna è un diritto, e spetterà alle sedi competenti verificare se vi siano stati toni, modalità o esclusioni non giustificate. Anticipare il giudizio — “è razzismo” oppure “ha fatto benissimo a cacciarla” — è esattamente ciò che dobbiamo evitare.
Il vero pericolo non è il niqab in sé, né la richiesta di mostrare il volto. È la velocità con cui un episodio allo sportello viene trasformato in guerra culturale: “l’Islam contro l’Occidente”, “l’Italia che si arrende”, “i diritti delle minoranze calpestati”. In questo meccanismo entrambi gli schieramenti perdono di vista la persona concreta e le circostanze concrete.
Una società liberale e democratica non chiede a nessuno di diventare “culturalmente irriconoscibile”. Chiede però di essere riconoscibile quando le regole comuni lo richiedono. L’integrazione non è assimilazione forzata, ma neppure esenzione dalle regole condivise. È reciprocità: lo Stato non discrimina per religione o origine; il cittadino non pretende che la propria appartenenza lo sottragga alle norme necessarie alla convivenza.
Quanto della nostra cultura democratica sapremo rendere visibile quando applichiamo una regola a chi è diverso da noi?
La riflessione è legittima, ed è possibile integrarla nel quadro giuridico e culturale senza scivolare né nel giudizio sulle persone né nella semplificazione del problema. Quello che stiamo dicendo, in sostanza, è che la richiesta di mostrare il volto per l’identificazione non è un atto discriminatorio, ma l’applicazione di una norma che tutela tutti — indipendentemente da religione, cultura o abitudini personali.
Un punto di equilibrio: identità, legge e libertà religiosa
È ragionevole ritenere che la richiesta di mostrare temporaneamente il volto, avanzata dal personale di Poste Italiane, rientri nella normale procedura di identificazione prevista dalla legge. In qualunque operazione che comporti il riconoscimento della persona — dal ritiro di un pacco alla ricarica di una carta — l’operatore deve poter verificare che chi si presenta allo sportello sia effettivamente il titolare del documento esibito. Non si tratta di mettere in discussione una motivazione religiosa, né di chiedere alla persona di rinunciare alla propria identità culturale: si tratta di applicare una regola che vale per tutti e che garantisce la correttezza delle operazioni e la tutela dei cittadini.
Del resto, la domanda è inevitabile: come si presenta un documento d’identità quando il volto è coperto? La fotografia è parte integrante dell’identificazione e la verifica visiva è un passaggio necessario. È un obbligo civile, non un giudizio sulla fede.
La legge non vieta il niqab, ma richiede l’identificabilità
L’articolo 5 della legge 152/1975 vieta l’uso di mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento della persona senza giustificato motivo. Il niqab, come tale, non è vietato: la norma non può essere trasformata in un divieto generalizzato del velo integrale. Ma la stessa norma consente — e in certi casi impone — che il volto sia reso visibile quando è necessario accertare l’identità.
È qui che si colloca il punto di equilibrio: la libertà religiosa non esonera dall’adempimento degli obblighi civili, e l’adempimento degli obblighi civili non costituisce una violazione della libertà religiosa.
Perché alcune donne indossano il niqab?
Le motivazioni che hai elencato sono corrette e riconosciute dagli studi antropologici:
- Spiritualità e modestia: vivere la fede con riservatezza.
- Tradizione culturale: in alcuni Paesi è un costume sociale più che religioso.
- Identità e appartenenza: continuità familiare o comunitaria.
- Scelta personale: autonomia e controllo sulla propria immagine.
Queste motivazioni meritano rispetto. Ma non sono incompatibili con la richiesta di mostrare il volto per pochi secondi quando la legge lo richiede.
Non è un peccato, non è una violazione della fede, non è un’imposizione culturale: è una procedura di sicurezza che vale per chiunque, indipendentemente dal modo in cui si veste.
Conclusione
La questione non è “niqab sì o niqab no”, né “religione contro legge”. La questione è come garantire che la legge resti uguale per tutti senza diventare indifferente alle differenze. E il modo è semplice: riconoscere che la libertà religiosa è tutelata, ma che essa convive con obblighi civili che non possono essere elusi. Mostrare il volto per l’identificazione non è discriminazione: è una condizione minima per la fiducia reciproca e per il funzionamento dei servizi pubblici.
Su questo punto la scuola e la società civile hanno un compito preciso. Non quello di decidere se il niqab sia “bello” o “brutto”, ma di formare cittadini capaci di distinguere tra:
– una regola generale applicata a tutti,
– e una regola usata come strumento di esclusione o di umiliazione.
Finché riusciremo a tenere ferma questa distinzione, l’episodio di Gallarate resterà quello che dovrebbe essere: un caso concreto da valutare con gli strumenti del diritto e del buon senso, non un pretesto per un nuovo capitolo dello scontro.
