Uffa, che caldo… Un caldo che forse ci sta lasciando, dopo settimane e settimane di tormentosa presenza, stress da sudore, notti insonni, insofferenza termica. Ma quello che non ci lascia è il complesso di considerazioni, fantasie, stupidaggini, paranoie che la comunicazione dominante ci ha inflitto e ancora ci infligge, con tutto il suo corredo di intimidazione e di arroganza informativa. Vediamone qualche frammento.
“Penitenziàgite”. Per molti siamo agli ultimi giorni dell’umanità: l’apocalisse climatica incombe e, come per i millenaristi medievali, ci avviamo alla fine dei tempi, almeno per quanto riguarda la razza umana che brucerà non all’inferno ma nell’atmosfera infuocata oppure, a scelta, bollirà come un branzino nei mari surriscaldati. Un gruppo di vivaci giovanotti si è addirittura definito “Ultima generazione”; così, tanto per stare un po’ assieme in allegria, imbrattare monumenti e bloccare il traffico in autostrada, e urlando a tutti la loro depressione sperando di fare proseliti.
Tratto comune di tutta la compagnia è la convinzione che sia l’uomo a distruggere il pianeta con le emissioni di gas serra e che quindi è l’uomo a dover fare penitenza -il “penitenziàgite” degli Apostolici trecenteschi rimesso a nuovo- e porre rimedio alle malefatte climatiche dell’umanità. La faccia di Greta Thumberg, così empatica ed espressiva, è un’icona perfetta del loro stato d’animo, un mood che cercano di trasmettere all’umanità intera assieme a un profondo e torbido senso di colpa. In fondo, quest’ultimo è sempre stato l’ingrediente base di ogni pietanza catartica e rivoluzionaria.
Scienzology. Naturalmente tutto questo si fonda su una certa scienza brandita come un martello sulla testa dell’opinione pubblica. Una scienza che non ammette contraddittorio, intollerante, aggressiva, fondamentalmente razzista: da un lato chi sa, dall’altro l’esercito dell’ignoranza. Una concezione che oscilla tra gnosticismo e illuminismo, tra luce e tenebra, tra iniziati e babbani. E qui la pubblicistica di Scienzology ha creato la figura del “negazionista” che è quel che l’ebreo era per il nazismo, l’eretico per Bernardo Gui, l’omofobo per il popolo gaio, l’untore per il popolo appestato.
Non si considera neppure l’ipotesi che la scienza, quella vera, procede attraverso “riprovazioni”, per usare un termine prima dantesco e poi galileiano, o attraverso “confutazioni” per usare la più moderna terminologia di Popper, cioè attraverso un perenne e deciso negazionismo delle idee correnti, o ancora attraverso continui cambi di “paradigma” come nell’anarchismo metodologico di Feyerabend.
Quella di Scienzology è invece una visione e, purtroppo, una prassi che criminalizza il dissenso anziché confrontarsi con esso. Quando poi essa penetra nelle istituzioni diviene potere politico, un potere in caccia di dissidenti e negazionisti, per annientarli. L’epoca del Covid insegna: Burioni è vivo e lotta con loro, anche se la sua famosa affermazione “la scienza non è democratica” sembra contraddire i narratori del 97% di consenso scientifico, narrazione dove nessuno si chiede se conti più la prevalenza delle opinioni o quella dei fatti.
Il 97%. Appunto, una delle storie più diffuse e divertenti, se non avesse dei risvolti drammatici, è quella del consenso sul riscaldamento antropogenico condivisa dal 97% degli scienziati (alcuni sbracano e parlano del 99%, altri, per non sbagliarsi, dicono semplicemente “tutti”); storia che circola ormai da anni ed è l’arma finale e definitiva dei millenaristi climatici, quella che “chiude il dibattito”, come dicono loro.
La storia, o storiella che dir si voglia, parte da uno studio condotto da John Cook dal titolo “Quantificare il consenso sul riscaldamento globale antropogenico nella letteratura scientifica” e pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters nel 2013. Lo studio ha preso in esame 11.944 articoli scientifici sul cambiamento climatico o il riscaldamento globale pubblicati tra il 1991 e il 2011. Come ammettono gli autori stessi nell’abstract, nel 66,4 per cento di essi non si parla nemmeno di “riscaldamento globale antropogenico”. Il 32,6 per cento degli articoli sostiene invece l’origine antropica, lo 0,7 la nega e lo 0,3 per cento è incerto. È tra questi ultimi articoli, che esprimono una posizione sul “riscaldamento globale antropogenico”, dunque, che si ottiene il numero del 97,1 per cento. Ma è il 97,1 per cento del 33,6 per cento, quindi in realtà solo un 32,6 per cento degli 11.944 articoli esaminati prende esplicitamente posizione a favore della teoria dell’origine antropica del riscaldamento globale o del cambiamento climatico.
Le opinioni dissenzienti raccolte dal CLINTEL (Climate intelligence) che raccoglie oltre 1500 scienziati a livello mondiale, oppure, in Italia, le prese di posizione di Antonino Zichichi, Franco Prodi, Carlo Rubbia evidentemente non esistono, essendo appunto “negazioniste”, o quantomeno “revisioniste”, e dunque non degne di attenzione.
TV e giornali bollenti. Ma il meglio l’hanno dato giornali e televisioni con articoli e servizi che, da soli, hanno innalzato le temperature globali di molti gradi. Complice la tradizionale scarsità di notizie del periodo pre-ferragostano, giornalisti, annunciatori, conduttori, telescienziati, meteo-signorine e meteo-colonnelli dell’Aeronautica hanno giocato al rialzo e hanno riversato dati più o meno attendibili nelle nostre teste: temperature minime, massime, reali, percepite, assolute, medie, al suolo, per aria e così via. Ogni giorno era il più caldo “da sempre”, qualunque cosa quest’ultima espressione volesse dire (da cinquant’anni, cent’anni, mille anni, centomila anni, dal big bang?)
Seguivano immagini di gente accaldata, sull’orlo dello svenimento e dello scioglimento fisico: la drammaturgia dell’afa al massimo livello e con migliaia di povere comparse, creature selezionate nelle strade, nelle piazze, sulle spiagge e buttate sugli schermi come esempi della condizione umana d’estate. Proponiamo a qualche studioso di buona volontà una nuova ricerca, sulla scia di quella di John Cook, dal titolo “Quantificare il riscaldamento globale media-tele-genico nella percezione collettiva” …
Il cacio sui maccheroni. Certo, l’estate è stata anomala, più calda di molte altre, e questo nessuno lo nega, soprattutto chi ha qualche decennio sulle spalle; ma ha rappresentato anche il cacio sui maccheroni per chi propaganda il riscaldamento globale e lo attribuisce all’uomo. Un’estate come quella attuale era la cornice perfetta per rilanciare la battaglia ambientalista con tutte le sue congetture, con i suoi spauracchi, i suoi fantasmi, e soprattutto con il senso di colpa di cui dicevamo sopra: l’uomo nemico e assassino dell’atmosfera con le sue emissioni e i fumi della civiltà industriale. Nessuna risposta a due piccole domande maliziose ma fondamentali: perché ci sono stati periodi di riscaldamento estremo anche prima della rivoluzione industriale (e questo lo dicono “gli scienziati”)? A che serve ridurre le nostre emissioni “occidentali” quando “gli altri”, le grandi economie rampanti del mondo, non lo fanno e non lo faranno per non rinunciare al loro diritto alla crescita?
Follow the money. E infine un’ultima domanda, altrettanto maliziosa e altrettanto fondamentale: chi c’è dietro questa enorme propaganda globale sul riscaldamento antropogenico? Quali sono gli enormi interessi che muovono governi, centri di ricerca, influencer singoli e organizzati, mezzi di comunicazione e, al seguito, le tante anime belle e green che sinceramente credono in questa potente e prepotente narrazione?
Anche qui, come quasi sempre, vale la vecchia indicazione follow the money (segui il denaro). Qualcuno ricorda ancora Climate Action 100+ ? l’iniziativa nata nel 2017 che è riuscita a riunire una corposa serie di colossali investitori (fra cui i soliti nomi; Invesco, JPMorgan Asset Management, Blackrock, State Street Global Advisors, Pimco), gente che muove migliaia di miliardi di dollari ogni giorno, e che ha preso di mira i maggiori emettitori di gas serra al mondo, dialogando con loro per convincerli – finanziandoli- a decarbonizzare le loro produzioni al fine di preservare la redditività dei loro investimenti. Solo una politica di immagine? Naturalmente no: giocava e gioca soprattutto la percezione, sviluppatasi nel corso degli ultimi decenni, che siamo di fronte a un pericoloso declino a livello mondiale dell’industria manifatturiera, da compensare -da parte del grande capitale internazionale- attraverso un a riconversione green del sistema produttivo mondiale che garantisca nuovi e cospicui profitti per i signori del denaro. La recente riconversione militare dell’economia europea non sarà per caso un complemento, e un completamento, di quella scelta?
Un’ultima domanda alla gente stremata nelle nostre case e nelle nostre strade: non sarà che chi governa quelle scelte di investimento è lo stesso che governa l’informazione -e quindi la narrazione del riscaldamento antropico- a livello mondiale?
E scusate se pensare fa sudare.
