Tra tristi realtà e utopiche soluzioni
L’attuale momento storico, segnato da profondissime tensioni sociali, economiche e geopolitiche, sembra porre le basi per un modello di vita radicalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi.
La nostra Weltanschauung, ovvero la visione del mondo attraverso cui interpretiamo la realtà, appare ancora fondata su un paradigma di competizione esasperata che si manifesta a ogni livello della società: nei rapporti familiari, nel mondo del lavoro, nelle dinamiche economiche e persino nei conflitti tra gli Stati.
Tale modello sembra aver interiorizzato una lettura estremamente semplificata del pensiero darwiniano: la vita come lotta permanente per l’esistenza, nella quale l’altro viene percepito come rivale, nemico o ostacolo all’acquisizione delle risorse.
Questa concezione arcaica dell’esistenza ha accompagnato l’umanità per secoli, generando ciò che Giambattista Vico definiva i celebri corsi e ricorsi storici.
Nella sua opera La Scienza Nuova (1725), Giambattista Vico descrive la storia come un processo ciclico: ogni civiltà nasce, cresce, decade e infine rinasce.
Secondo Vico, dopo l’età degli dei e quella degli eroi si manifesta l’età degli uomini, caratterizzata dalla razionalità, dalla legge e dalla democrazia. Tuttavia, a questa fase non segue un progresso infinito, bensì un possibile declino che conduce a nuove forme di barbarie.
Osservando il presente, molti hanno l’impressione che la nostra civiltà si trovi proprio in questa fase critica.
I leader mondiali appaiono spesso incapaci di fornire risposte rassicuranti, mentre guerre, tensioni economiche e instabilità sociale alimentano un diffuso senso di smarrimento.
Sorge allora una domanda inevitabile: il modello culturale dominante presenta forse limiti strutturali?
Federico Faggin, celebre inventore italiano e autore di Irriducibile, sostiene che l’attuale paradigma fondato sulla competizione potrebbe essere sostituito da uno basato sulla collaborazione.
Un simile cambiamento richiederebbe però una trasformazione radicale della coscienza umana.
Un’ipotesi apparentemente utopica, ma forse necessaria.
Molti filosofi, scienziati, spiritualisti e maestri di differenti tradizioni hanno affrontato questo problema da prospettive diverse.
Tra i concetti più interessanti emerge quello del testimone.
Nella tradizione Vedānta e nello Yoga viene chiamato Sākṣin: è quella parte della coscienza che osserva pensieri, emozioni e sensazioni senza identificarsi con essi.
È la dimensione silenziosa e stabile che resta presente mentre tutto cambia.
Se proviamo rabbia, ad esempio, una parte di noi vive quell’emozione, ma un’altra parte è consapevole del fatto che stiamo provando rabbia.
Quella consapevolezza è il testimone.
Nel Buddhismo si parla di consapevolezza osservante; in Occidente viene talvolta definito “osservatore interiore”; in George Gurdjieff assume la forma dell’auto-osservazione.
Applicare questo principio alla realtà contemporanea significa imparare a osservare con maggiore lucidità il flusso continuo di informazioni, paure e tensioni che attraversano la società.
Molte narrazioni mediatiche alimentano reazioni impulsive e polarizzazione.
L’osservazione distaccata permette invece maggiore chiarezza mentale, equilibrio emotivo e libertà interiore.
Una metafora efficace è quella del cielo e delle nuvole:
le nuvole rappresentano pensieri ed emozioni; il cielo rappresenta il testimone.
Le nuvole passano. Il cielo rimane.
La crisi contemporanea appare anche legata a una visione esclusivamente materialistica dell’essere umano.
In questa prospettiva la coscienza viene spesso ridotta a semplice prodotto dell’attività cerebrale.
Nel 1995 il filosofo australiano David Chalmers coniò l’espressione hard problem of consciousness, interrogandosi sul motivo per cui esista un’esperienza soggettiva.
Perché proviamo sensazioni?
Perché esiste la coscienza?
A queste domande Federico Faggin propone risposte alternative, sostenendo l’irriducibilità della coscienza.
Anche Konrad Lorenz, nel suo libro Il declino dell’uomo, aveva individuato con largo anticipo i rischi di una società sempre più incline al conformismo e all’indottrinamento.
Parallelamente, Richard Dawkins, nel celebre Il gene egoista, introdusse il concetto di meme: unità culturali che si diffondono da mente a mente analogamente ai geni.
Se i meme dominanti hanno contribuito a costruire una civiltà orientata verso il conflitto, allora forse è proprio da lì che dovrebbe iniziare il cambiamento.
Occorre sostituire i vecchi paradigmi basati sulla paura, sulla competizione e sulla separazione con nuovi modelli fondati su cooperazione, consapevolezza e responsabilità.
Forse la vera rivoluzione non sarà tecnologica, economica o militare.
Potrebbe essere interiore.
E forse proprio da questa trasformazione individuale potrebbe nascere una nuova civiltà.

Civico20News
Giancarlo Guerreri
Editorialista

Caro Giancarlo,
Mi chiedo se ci sia da aggiungere che, a fronte delle umane vicende, ci sia una Fonte che ci faccia da Testimone e che sorrida dei nostri drammi storici esattamente come un nostro Io osservante interno possa sorridere delle banalità dei nostri litigi o attaccamenti infantili. Concordo che un’evoluzione spirituale dovrebbe andare verso uno sviluppo coscienziale che ci porti sempre più in direzione della consapevolezza “testimoniale” di essere Uno con quella Fonte; questo dovrebbe portare, dal punto di vista dell’autocoscienza, a una riduzione degli appetiti individualistici; e sul fronte sociale all’agognata sostituzione del paradigma competitivo con quello cooperativo. Purtroppo nel breve termine temo sia una prospettiva difficilmente realizzabile, poiché non porta a guadagni immediati. Però nel lungo periodo, ho paura che l’unica alternativa a questo salto coscienziale sarà l’autodistruzione. Ma poi, certo, resterà l’AI a diffondere nell’universo una logica priva di etica e forse anche di competitività…
Concordo carissimo Andrea, nessuno possiede la cosiddetta sfera di cristallo, abbiamo a che fare con delle variabili riconosciute dalla dimensione deterministico-materialistica, sovrappopolazione, risorse al limite competizione esasperata… altre variabili sono accettate solo solo se si comprende l’esistenza di una Dimensione spirituale, altrimenti non servirebbe neppure parlarne. In questa Dimensione, che NON considero assolutamente astratta o parto di pura fantasia, prevalgono valori sapienziali che potrebbero, se compresi, fare la differenza. Non abbiamo più tempo? Chi lo sa… secondo me vale la pena considerare ogni possibile aspetto del problema… fosse mai che possa essere trasformato in opportunità…