A Torino l’esempio dimenticato di Giovanna Ferlina Marengo, una donna “reclusa” alla Corte di Vittorio Amedeo II
Il termine “suore murate” fa riferimento alle esperienze della clausura, praticate da come esempio più vicino alla vita di autentica di clausura, contemplazione e vita meditativa; si tratta di una pratica molto lontana, non solo nel tempo, dal nostro modello sociale improntato all’essere e all’apparire.
Andiamo alle origini del fenomeno, almeno in Italia. A Firenze, un intero quartiere è stato chiamato “Murate” dal nome del complesso monastico che vi sorgeva nel Medioevo. Nel 1390 il Comune concede a una giovane donna di nome Apollonia, già compagna di S. Caterina di Siena, di vivere in una casupola in legno a ridosso del secondo pilone del “Ponte Rubaconte”, l’attuale Ponte alle Grazie. Dopo sei anni di totale solitudine, Apollonia accoglie con sé un’altra donna, Agata. Nel 1400 avvertono il bisogno di staccarsi totalmente dal mondo e si fanno murare all’interno della casina: vivranno di elemosine, in condizioni di estremo disagio, in balia di ogni piena dell’Arno. In breve, altre donne seguono il loro esempio e occupano la casina di un altro pilone; la popolazione, colpita da una scelta così radicale, nei confronti di queste donne usa l’appellativo di “murate”. Per evitare che la reclusione volontaria non le privi dei sacramenti e della Messa, all’interno di una delle casupole fanno costruire una piccola cappella, appena capiente per un altarino, dove un sacerdote e un chierico possono celebrare le funzioni.
Isabetta da Ardesio è un esempio storico di questa vita claustrale estrema.
In una recente pubblicazione, Daniele Bolognini, Massimo Lorena e a Gianpietro Olivari rievocano la vicenda storica di Isabetta, claustrale agostiniana, nata verso il 1480 ad Ardesio, piccolo borgo della Val Seriana Superiore, nella Diocesi di Bergamo, noto per il Santuario della Madonna delle Grazie.
Poche sono le notizie biografiche note. Gli autori, tuttavia, attingendo alla scarsa documentazione esistente, riescono a ricostruire la biografia di questa donna straordinaria, nata intorno al 1480, che si converte da una vita dissoluta e si consacra totalmente a Dio, ritirata e in solitudine. A Brescia fonda un monastero, dove si fa letteralmente murare in una cella per vivere in ascesi la sua rigida clausura, e per fare al contempo perpetua e spontanea penitenza. Isabetta muore nel 1525 in concetto di santità.
Entriamo nella nuova storia della sua vita. Qui leggiamo che, prima di convertirsi, «La giovane Isabetta, in Brescia, visse una vita lasciva, “certamente i suoi costumi erano sregolati; mentre sciolto il freno al senso, attendeva allo sfogo di sue impure voglie, vivendo da pubblica prostituta”.»
(Daniele Bolognini – Massimo Lorena – Gianpietro Olivari, Isabetta da Ardesio, VELAR, 2024).
A Torino, studi e ritrovamenti documentari casuali di Maria Teresa Reineri hanno permesso di riscoprire e raccontare la figura di Giovanna Ferlina Marenga, morta il 6 marzo 1714, che presenta forti somiglianze con l’esperienza della “reclusa” lombarda, in un luogo e un’epoca diversi.
Una lettera del 7 marzo 1714, firmata da Carlo Emanuele di Savoia, afferma che « Gioana, è morta, ieri a un ora dopo meso giorno ».
Inoltre, Vittorio Amedeo scrive che ella « a mandato tutti i suoi pape a susa per mostrargli a duomi sapienti ».
Carlo Emanuele, a sostanziale conferma, scrive che « a rimesso a Susa tutte le sue scriture per farle visitate da un uomo dotto ».
“Susa” era il nome con cui i due fratelli chiamavano, per brevità, il fratellastro Vittorio Francesco, Marchese di Susa, figlio di Vittorio Amedeo II e della Contessa di Verrua, nato nel 1694 e legittimato dopo la fuga della madre a Parigi.
La defunta, quindi, non è persona illetterata, anche se anonimoa e sconosciuta: scrive, e le sue carte (pape) possono essere fatte visionare a persona di cultura.
I Savoia rimangono meravigliati dall’accorrere di tante persone a rendere omaggio alla salma della defunta e dell’isteria che si propaga per avere un contatto con il suo corpo o un oggetto a lei appartenuto. Carlo Emanuele, con stupore, aggiunge « mi anno deto che la chiamano la Santa ».
In seguito, di questa “Gioana” si perde ogni traccia.
Un casuale ritrovamento, come detto, della Reineri nel Liber Mortuorum della parrocchia di San Giovanni in Torino emerge l’atto di morte di questa “Gioana”, redatto dal parroco e Vicario della Metropolitana torinese, don Carlo Francesco Boggio.
L’atto di morte è lungo una pagina, curato e dettagliato, per non omettere nulla della vita di questa persona. Si tratta di una persona consacrata, suor Marenga, forse una mistica, che affida alla carta i suoi colloqui segreti con Dio.
La donna non abbandona mai le stanze a lei assegnate dai Savoia, che don Boggio identifica trovarsi “al disopra della Reggia Tribuna”. Da quel rifugio, la Marenga si allontana solo per comunicarsi, trascorrendo la maggior parte delle sue giornate e notti in adorazione del Santissimo Sacramento.
Una vita santa, la sua, confermata dall’affetto dei torinesi che ale rendono omaggio da morta. Le guardie devono spostare il cadavere in luogo protetto, per evitare che la defunta venga spogliata dei suoi abiti.
Il Boggio specifica anche il luogo della sepoltura: « un deposito a parte sotto l’altare del santissimo Crocefisso. »
Sulla sua tomba non viene apposta alcuna lapide e il ricordo di lei si perde con il passare del tempo.
Sarà il Canonico Antonio Bosio, in una memoria del 1875, a parlare di nuovo della Marenga. Egli racconta gli abbellimenti apportati nel 1874 alla Cappella del Crocifisso, posta a chiusura del transetto destro del Duomo di Torino. Tali lavori devono sistemare la lapide del Cardinale Della Rovere, con essi si chiude l’antica porta “in cornu epistolae” della cappella, che dava sull’antico cimitero posto lungo il fianco sinistro dell’edificio sacro. (1)
Il Bosio aggiunge che nel vano della porta si è trovata murata una grande cassa in legno, contenente ossa miste a terra. Svolge ricerche, ritrova l’atto di morte della Marenga, che ricopia, e ne deduca che, fra quei resti, potrebbero esserci anche quelli della “murata” torinese. Non aggiunge altro, se non che i resti hanno trovato definitiva sistemazione in un deposito aperto sotto l’altare del Crocifisso.
Questa vicenda lascia aperti alcuni misteri.
I resti di “Gioana” sono ancora lì? In questo caso, meriterebbero una lapide a perpetua memoria.
Per quale motivo i Savoia le danno ospitalità nelle loro stanze? Quali rapporti che non sappiamo avevano con questa suora?
Che fine hanno fatto le sue carte (pape)?
Note
(1) Mons. Silvio Solero, nel suo libro Il Duomo di Torino e la R. Cappella della Sindone, Pinerolo, Alzani, 1956, p. 47, pubblica un particolare di un disegno del pittore Giovanni Carracha dove è visibile l’area dell’antico cimitero scomparso.
Daniele Bolognini – Massimo Lorena – Gianpietro Olivari
Isabetta da Ardesio
Velar, 2024
ISBN 9791255081890
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