Letture natalizie recensite
La prima stesura del racconto uscì nel periodo natalizio del 1845, su un quotidiano viennese, con il titolo «La santa sera» (o «La notte di Natale»). Fu in seguito rivisto dall’autore e inserito in una raccolta di novelle intitolata «Pietre colorate» e pubblicata nel 1853.
Fin dalla prima pagina si avverte l’atmosfera natalizia: la narrazione delle usanze del paese in occasione della nascita del Redentore, la trepidazione di tutti i bimbi che attendono i doni portati da Gesù Bambino, la gioia degli abitanti, grandi e piccoli, nel ripetere riti religiosi e sociali che scandiscono da sempre il trascorrere di questo giorno.
Segue poi la descrizione di Gschaid, il paesino in cui si svolgerà la vicenda, con la popolazione che da generazioni vi abita, senza nulla cambiare: i colori delle case sono immutati, così come la razza dei vitelli che vi sono allevati.
Sulla vita del paese veglia la montagna, che si eleva, più alta di tutte, a mezzogiorno: essa è l’orgoglio del piccolo centro abitato, ispiratrice di tanti racconti e anche fonte di guadagno grazie ai numerosi alpinisti che vi si recano per scalarla.
Lirico e fiabesco il linguaggio di questa prima parte con la descrizione della natura, quasi nume tutelare, dei suoi cambiamenti e della sua immutabile ciclicità: “Così, con poche variazioni, si avvicendano gli anni, e così continuerà sempre, fino a che la natura rimarrà com’è e ci sarà neve ai monti e uomini nelle valli”.
Alle pendici della montagna, il cui nome è Gars, vi è un colle che mette in comunicazione due valli e i due rispettivi principali centri abitati con un cammino di sole tre ore. Molto diversi sono i due villaggi, così come gli abitanti, ma “in una cosa concordano tutti, nel loro attaccamento alle tradizioni e agli usi dei padri”.
Come il volo dei rapaci a cerchi concentrici sempre più stretti converge infine sulla preda, così il narrare di Stifter si stringe sul borgo di Gschaid e poi sul calzolaio della piazza: costui, dopo un silenzioso ma insistente corteggiamento, riesce a sposare la bella figlia di un ricco artigiano del paese vicino, oltre il colle. La giovane sposa non appartenendo al paese in cui ora risiede, è considerata una forestiera, così come i due figli.
Dopo i primi anni in cui sono accompagnati dalla mamma o da una domestica a Millsdorf, il paese d’origine della madre per visitare i nonni, Corrado e Sanna imparano ad andare da soli attraverso il colle.
Una vigilia di Natale, approfittando del bel tempo, i due bambini ottengono il permesso di andare a pranzo dai nonni, ma sulla strada del ritorno sono sorpresi da un’improvvisa e copiosa nevicata, con i fiocchi che divengono via via più fitti, cadendo instancabili. Nel cielo non vi è “il più lieve soffio d’aria”, e la neve continua a cadere secca e a piombo.
La descrizione del paesaggio e della natura, persino dei singoli elementi quali i fili di erba, i rami degli alberi, i fossi, è nello stesso tempo precisa e poetica. È così evocativa che il lettore riesce a vedere la nevicata, a immaginarsi in quel paesaggio, a sentire i fiocchi di neve che cadono e si fermano sugli abiti.
I bambini perdono il sentiero e iniziano a vagare “nella tenebra bianca” e lattiginosa che impedisce loro di ritrovare i familiari punti di orientamento.
Il ritmo della narrazione, all’inizio del racconto, calmo e tranquillo, fiabesco come gli avvenimenti narrati, si fa concitato come la loro ricerca della via e oppressivo, come l’ambiente che li circonda.
Calato il buio trovano rifugio in una capanna di pietre e lì trascorrono la notte, sforzandosi di non addormentarsi e attendendo il sorgere del sole per poter riconoscere la via di casa.
Arriva il giorno ma la luce non è d’aiuto. Il bambino non vede le valli, l’ambiente è sconosciuto; il paesaggio, il giorno precedente familiare, è improvvisamente estraneo e inquietante.
Si leva il sole. I due bambini riprendono a camminare. Procedono gagliardamente: salgono e scendono ma non trovano la strada e continuano a vagare sul ghiacciaio.
Tutto è innevato, tutto è bianco, nulla è più come prima e non è riconoscibile: “Neve, null’altro che neve.” A nevaio segue un altro nevaio, e al termine di ciascuno c’è di nuovo e immancabilmente il cielo. Non ci sono riferimenti.
La descrizione dei luoghi e della natura trasmette efficacemente il senso di disorientamento dei bambini, la loro frustrazione nel non riuscire a ritrovare i segnali naturali che li aiuterebbero a riconoscere di essere sulla buona strada.
A un certo punto appare un fuoco in lontananza che guizza – in realtà è una bandiera rossa – e si ode il suono insistente di un corno da pastore. I bambini gridano forte.
Un gruppo di soccorritori li raggiunge e li riporta a casa. E finalmente, da quel giorno, dagli abitanti di Gschaid sono considerati, insieme con la madre, non più forestieri ma compaesani che “si era andati a riprendere dalla montagna”.
È commovente la descrizione del rapporto tra i due bambini: Corrado si sente responsabile della sorellina e la protegge, la rincuora, la tranquillizza; Sanna lo ripaga con una fiducia cieca che la porta a rispondere sempre “Sì, Corrado” a tutti i propositi del fratello maggiore, evidenziando così la sua innocenza.
Il racconto ha la struttura e la cadenza narrativa delle fiabe, anche nel suo felice epilogo. È una fiaba senza fate o altre creature fantastiche, buone o maligne. Qui la magia, la meraviglia è nella natura: accogliente e minacciosa, rassicurante e paurosa.
L’universo bianco, che nella simbologia dei colori rappresenta la purezza, qui è simbolo dell’innocenza dei bambini che, spersi in questo mondo monocromo e pericoloso, mantengono la fiducia nella salvezza e non percepiscono la montagna innevata come una mortale minaccia. La bambina, anzi, rivela alla madre che “stanotte, quando eravamo sulla montagna, ho visto Gesù”: tale era la loro attesa del Natale che, pur in condizioni molto difficili, riescono a vivere la magia dell’attesa.
Ispirato alla novella di Stifter, il 14 dicembre 1999 Canale 5 trasmise un tv movie diretto da Maurizio Zaccaro «Cristallo di rocca – Una storia di Natale». Tra gli interpreti Tobias Moretti, Virna Lisi, Omero Antonutti e Franco Castellano.

Semplicemente commovente e che mi riporta indietro ai miei Natali trascorsi tra le valli dove sono cresciuta, dove le abbondanti nevicate sommergevano il paese… e leggendo la tua descrizione così profonda e dettagliata non può che portarmi ad acquistare questa meravigliosa fiaba che termina felicemente
Si avverte,nelle righe della recensione,molta. “Attenzione” alla vicenda narrata da Stifter. Mi pare di capire da ciò che scrive Russo che non si tratta di una melensa fiaba Natalizia Caterina
Non ho letto la novella, ma la lettura della recensione mi ha reso simpatici, Corrado e Sanna, i bambini protagonisti della storia.
La parte finale della recensione mi è parsa un racconto del racconto.
Beatrice
Fiato sospeso fino a quando i fratellini sono stati soccorsi e salvati
Mi sentivo “dentro” il racconto
La natura non si può dominare. I due bambini dimostrano fede, saggezza e tanto coraggio.
Rosa Lastella
Non c’è terrore più ancestrale del perdersi. E’ la paura atavica di ogni bambino. E’ timore più inconscio nell’adulto. Non c’è rinascita più autentica del ritrovarsi. E’ una presa di coscienza. E’ dare senso al dipanarsi della vita. La recensione di Francesco Rodolfo Russo ci svela che nessuna perdita e nessuna rinascita possono avvenire al di fuori di un nucleo sociale. Non è l’individuo da solo che si perde e si ritrova, ma è attraverso il riconoscimento sociale che avviene questo “incantesimo”. E’ forse questa la rivelazione del Natale? La rinascita ciclica della luce, purezza chiarificatrice, vivificazione del sé, testimoniata attraverso gli occhi del mondo. Grazie Francesco Rodolfo Russo per la bellissima recensione di questo racconto che ci stimola verso la ricerca di una dimensione di autenticità ed armonia.
Lettura natalizia interessante! A tratti malinconica, ma cattura l’attenzione.
Un viaggio quasi introspettivo. Bello. Consigliato!
Un libro, una fiaba, grande commozione. Grazie della bella presentazione.
Bella recensione. Il libro sicuramente tocca le corde della nostalgia, dei ricordi. Mi affascina.