Un contributo del Prof. Antonio Binni Gran Maestro Emerito della GLDI
La tolleranza è un argomento ostico, spinoso, oggetto di continua riflessione e approfondimento, inevitabile tuttavia, a ragione che, per il massone, quello della tolleranza è un abito consustanziale e, perciò, irrinunciabile. Da qui il rovello di un pensare continuo al tema, che ritorna, però, in momenti diversi, neppure consequenziali, sempre improvvisi. Come foglie che, dopo aver vagato ondeggiando nell’aria, vanno poi a depositarsi in un tappeto uniforme ai piedi dell’albero. Questo spiega il mio odierno scritto, con la sua duplice novità. Piccole schegge di un impegnativo ripensamento.
Sul tema della tolleranza, mi sono invero già a suo tempo soffermato (Su alcuni nuovi profili della tolleranza comparso sulla rivista Officinae dell’aprile 2020.) Se, oggi, a distanza di cinque anni da quell’esame ritorno ad affrontare l’argomento è unicamente perché, a seguito di una ulteriore riflessione sul tema, credo di aver individuato un primo aspetto del tutto inedito, che merita, invece, di essere sicuramente messo in luce. Non solo perché nuovo. Ma anche, e soprattutto, perché questo profilo si presenta con una caratteristica perfino inquietante.
Per cogliere la novità, diventa allora inevitabile ritornare all’essere umano e, più precisamente, alla sua radice più intima e profonda, che è una matrice sicuramente prevaricante. A voler essere realisti, così come pur si deve, non si può infatti non riconoscere all’uomo l’impulso – violento – di voler imporre agli altri le proprie credenze religiose, le proprie convinzioni intellettuali e morali, la personale condotta di vita, nella illusoria pretesa che siano le sole ad avere valore, a essere legittime: pulsione naturale di sopraffazione che è appunto la propensione alla intolleranza proprio perché la prevaricazione è parte costitutiva della natura dell’uomo.
Se si accetta il presupposto assunto – istinto di sopraffazione proprio dell’essere umano – ne consegue che la tolleranza non può dunque essere pensata se non in relazione e in conseguenza della intolleranza che naturaliter abita il cuore dell’uomo. Il che spiega, ad esempio, perché la tolleranza si è rivelata come un fenomeno tardivo della storia. Se è vero, come è vero, che la tolleranza è riuscita ad affermarsi solo su impulso della dottrina dei Lumi con giganti del pensiero, quali, per citarne qui solo alcuni, Spinoza, Locke, Hume, Voltaire, Rousseau, e come approdo finale nel pensiero liberal-democratico di cui la tolleranza religiosa e politica e culturale è un cardine essenziale.
Un così lungo travaglio – a mio ponderato giudizio – può infatti spiegarsi solo se si considera, come pur si deve, che la tolleranza costituisce e implica una rinuncia, che, sul piano istituzionale, è astensione dal proibire, libertà pubbliche, e su quello individuale, è accettazione di un modo di pensare e di agire differente dal proprio. Il che equivale poi a riconoscere il diritto di esistere a tutti gli altri.
La rinuncia richiede infatti un sacrificio difficile da accettare, comportando un alto prezzo da corrispondere, quale è appunto quello di andare contro natura. Accettare la tolleranza – come si impone di ripetere – significa infatti contraddire la propria essenza più intima e profonda. Sostanziata da credenze e convinzioni profonde perché consolidate quasi sempre dal tempo.
Convinti poi, come siamo, che le istituzioni non sono altro che gli uomini che le incarnano insistiamo sulla necessità per l’uomo di maturare esperienze relazionali significative, considerato che le stesse sono il fondamento per un atteggiamento aperto verso il mondo e gli altri con le loro diversità. Da qui, sul piano soggettivo, il doppio movimento che implica la tolleranza. Dapprima, verso il proprio interno, con l’accettazione di un atteggiamento mentale disposto a superare la diversità da sé. Di poi, verso l’esterno, senza però negare la propria identità, accettando tuttavia di trasformare i propri confini personali in luoghi di scambio aperti ad altri differenti.
In senso lato, la tolleranza, che è appunto rinuncia all’umano interno sentire, può allora conclusivamente definirsi come un atteggiamento disposto a riconoscere legittimità alle idee degli altri e ai comportamenti altrui.
Posto che, a questo risultato, come si è detto, si è addivenuti superando l’ostacolo naturale della intolleranza, si deve allora affermare che la tolleranza ha un valore del tutto positivo in quanto segna una autentica conquista. Per questo, dovuto è il riconoscimento alla stessa di autentica virtù. Al pari di ogni altra conquista idonea a rendere l’uomo sempre più aperto a sempre più vasti orizzonti.
Un’analisi ora di un diverso profilo importante per guadagnare una seconda, ulteriore novità.
Si è dianzi ricordato che il tema della tolleranza si è sviluppato agli inizi dell’età moderna. Si farebbe tuttavia torto alla storia se non si facesse anche ricordo di alcuni significativi antecedenti nel mondo antico. E qui il richiamo a Protagora si impone per avere questi osservato che quel che è giusto e morale a un popolo appare invece ingiusto e immorale a un altro. A significare, appunto, l’inesistenza di una supremazia di un giudizio valutativo su altro, posto che una verità incontrovertibile è umanamente impossibile. Tesi, come è noto, sostenuta in principalità dalla dottrina scettica che, sostenendo la parimenti uguale legittimità di opinione – una opinione fra le altre – ha spalancato la porta al riconoscimento di una tolleranza obbligata. Da qui – si assume e sostiene – il fondamento della tolleranza. Prospettazione a suo tempo anche da noi accolta nello scritto sopra richiamato: tesi, invece, oggi da noi confutata e respinta perché, a ben considerare – ecco la novità! – non è in nome della verità che si accetta la tolleranza, considerato che, dopotutto, nessuno ha la verità, quanto, invece, della uguaglianza, ossia, dell’uguale diritto al “mio“ che ha ciascuno di condurre la propria vita secondo il proprio convincimento. Nel riconoscimento dell’uguale diritto a pensare e a vivere secondo il proprio convincimento va, dunque, ravvisato l’effettivo – ed unico! – fondamento di una conquista inestimabile.
Questo processo di uguaglianza – base della tolleranza – costituisce infatti una conquista inestimabile perché, oltre a fare discendere il vasto elenco delle libertà fondamentali, rafforza, nel contempo, anche la sua natura di sofferta conquista e di autentica virtù. Non solo in ambito personale; ma anche di tutte le istituzioni, comprese quelle intermedie non statali, quali le associazioni e le società di pensiero, Massoneria, ovviamente, compresa.
Dove le convinzioni sono fra loro in competizione la tolleranza si mostrerà, dunque, come una virtù positiva. Tuttavia segnata da un limite invalicabile. Il contegno giudicabile sul metro della tolleranza non può infatti arrecare danno agli altri. Pena lo scadimento nella intolleranza. A nessuno è infatti consentito di compiere il torto di impedire ad un altro il diritto di esistere dal profilo, tanto del pensiero, quanto dell’azione.
L’indagine si sposta così alla tematica della intolleranza definita come la violenza delle nostre convinzioni, e al suo effetto, l’intollerabilità.
A fini ricostruttivi del fenomeno, va sottolineato che l’intollerabile – sempre da temere! – nasce dalla collera morale, dalla rabbia virtuosa, dal disgusto, da tutto ciò, in estrema sintesi, che non merita rispetto perché l’intolleranza si fonda proprio sulla mancanza di rispetto.
L’intollerabile origina indignazione. Dove il termine è di necessità generico perché l’intollerabile non ha un oggetto specifico comune in quanto connotato da una ricca fenomenologia. Le occasioni, che determinano l’indignazione, sono infatti le più svariate. Dal disgusto suscitato dall’antisemitismo, dal razzismo, dall’orrore che continuano a suscitare le storie dei campi di deportazione e di sterminio, alla ripugnanza verso lo sfruttamento sessuale dei bambini, verso il crimine del pedofilo, eccetera.
L’indignazione può rivelarsi come del tutto positiva. Come accade, ad esempio, quando crea energia al fine di una rifondazione morale della democrazia, oggi, così profondamente avvertita. L’indignazione, a conferma della sua intrinseca varietà, può invece manifestarsi in termini anche del tutto negativi. Come si verifica quando si sfocia in un comportamento repressivo con sottrazione della libertà di espressione o anche semplicemente in una sua marcata limitazione. Come avviene, ad esempio, in quegli ordinamenti giuridici, dove il potere detta la sola morale consentita.
Stante la comprovata variabilità degli eventi, che possono originare l’indignazione nella sua manifestazione, è indispensabile la necessità di un ponderato equilibrio proprio perché lo stesso pesa i pro e contro di una saggezza pratica che gli Scolastici chiamavano prudenza – si insiste – doverosa. Soprattutto perché bisogna riconoscere la natura mobile dei confini fra tolleranza e intolleranza. Per concludere sul punto. Alla indignazione occorre porre dei limiti facendo propria quella saggezza che i Greci avevano già proclamato con la massima “Niente di troppo“.
Mi congedo dal cortese lettore con una affermazione pacifica e con due interrogativi problematici, a conferma della natura difficile e complessa dell’argomento trattato.
L’affermazione pacifica è che l’unica intolleranza ammessa, anzi doverosa, è quella nei confronti degli intolleranti. Trattandosi di un asserto unanimemente condiviso, è stato doverosamente posto in coda.
Quanto ai secondi, l’abuso della tolleranza causa la perdita della identità? Può comunque comprometterla?
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