Mosca alza il livello della retorica sulla difesa dell’enclave russa, l’Alleanza rafforza la propria presenza sul fianco orientale, nessuna delle due parti dichiara di volere una guerra, ma la distanza tra prepararsi al conflitto e contribuire alla sua escalation può diventare sempre più sottile.
Nel linguaggio della politica internazionale esistono parole che non possono essere trattate come semplici formule diplomatiche, «Arsenale», «risposta», «minaccia», «nucleare» quando compaiono nella stessa frase, il loro peso supera quello della dichiarazione che le contiene.
È questo il motivo per cui le ultime dichiarazioni russe su Kaliningrad meritano attenzione, Mosca ha avvertito che, qualora l’enclave venisse minacciata, la risposta potrebbe coinvolgere l’intero arsenale disponibile, è una dichiarazione di deterrenza, non la prova che sia stata presa la decisione di utilizzare armi nucleari, ma è comunque un segnale che mostra quanto sia diventata sensibile la questione.
Kaliningrad è una delle anomalie geografiche più importanti della sicurezza europea, territorio russo, ma separato dalla Russia continentale, si trova tra Polonia e Lituania, mentre poco più a sud il corridoio di Suwałki costituisce il collegamento terrestre tra la Polonia e i Paesi baltici.
Da una parte c’è dunque la necessità della NATO di poter difendere i propri membri orientali e garantirne i collegamenti, dall’altra c’è la volontà russa di impedire che un territorio considerato parte integrante della Federazione possa essere isolato o sottoposto a una minaccia militare.
Sono due esigenze di sicurezza che si incontrano nello stesso spazio geografico, ed è proprio questa sovrapposizione a rendere la situazione pericolosa.
Per la NATO, un’esercitazione o un rafforzamento militare può avere una funzione essenzialmente difensiva: dimostrare che un eventuale attacco contro un Paese membro non potrebbe essere affrontato separatamente, per Mosca, lo stesso movimento può essere letto come la costruzione delle capacità necessarie a mettere sotto pressione Kaliningrad.
Non è necessario stabilire quale delle due interpretazioni sia corretta per comprendere il problema, è sufficiente osservare che le percezioni reciproche possono diventare fattori di escalation anche quando le intenzioni dichiarate rimangono difensive.
È una delle dinamiche più classiche della competizione tra potenze.
Una parte aumenta le proprie capacità perché teme l’altra, l’altra interpreta quell’aumento come una conferma dei propri timori e reagisce a sua volta, il risultato è che entrambe possono ritrovarsi con più armi, più truppe e meno fiducia di prima, senza che nessuna abbia formalmente deciso di iniziare una guerra ma, nel Baltico, il problema è amplificato dalla presenza dell’arma nucleare.
Non è più soltanto il rischio che qualcuno voglia deliberatamente iniziare una guerra, è il rischio che un incidente, una valutazione errata o una risposta sproporzionata facciano precipitare una crisi che nessuno aveva inizialmente intenzione di provocare.
È questo il vero nodo di Kaliningrad.
Un confronto Russia-NATO non dovrebbe necessariamente cominciare con un attacco terrestre, potrebbe essere preceduto da incidenti aerei o navali, attacchi informatici, sabotaggi, interferenze nelle comunicazioni o altre forme di pressione, in un ambiente già caratterizzato da una forte presenza militare, stabilire rapidamente se un episodio sia accidentale, provocato o deliberatamente ostile diventerebbe una questione decisiva.
Ed è qui che la diplomazia non rappresenta l’alternativa alla sicurezza militare, ma una sua componente.
Linee dirette di comunicazione, trasparenza sulle esercitazioni, meccanismi per evitare incidenti e una chiara distinzione tra deterrenza e preparazione offensiva possono contribuire a ridurre il rischio di una spirale incontrollata.
Non significa chiedere a una delle parti di rinunciare alle proprie esigenze di sicurezza. Significa riconoscere che, in una regione dove si confrontano capacità militari russe e NATO e dove esiste una dimensione nucleare, anche la gestione della crisi è parte della sicurezza.
La questione di Kaliningrad, quindi, non può essere ridotta alla domanda su chi abbia ragione.
La Russia considera la propria enclave un territorio nazionale da difendere, la NATO considera la sicurezza dei propri membri orientali un impegno collettivo, queste due posizioni possono essere descritte senza necessariamente trasformare l’una in una giustificazione dell’altra.
Il punto decisivo è un altro: quanto spazio rimane tra la deterrenza e l’escalation?
Più quel margine si restringe, più diventa importante che le dichiarazioni pubbliche non sostituiscano la comunicazione diplomatica e militare riservata, perché la storia delle crisi internazionali insegna una lezione semplice, anche se spesso dimenticata: le guerre possono essere il risultato di decisioni deliberate, ma possono anche nascere da una successione di decisioni che, prese singolarmente, sembravano tutte ragionevoli.
Kaliningrad è oggi uno dei luoghi nei quali questa possibilità deve essere presa sul serio, non perché la guerra sia inevitabile, ma proprio perché non lo è.
Se esiste ancora la possibilità di evitare l’escalation, essa passa dalla capacità di mantenere credibili le rispettive difese senza trasformare ogni iniziativa dell’altra parte nella prova di un’intenzione offensiva.
Nel Baltico, la forza della deterrenza dipenderà anche dalla capacità di non perdere il controllo della crisi.
E, in ultima analisi, dalla capacità di ricordare che dietro ogni linea sulla carta geografica ci sono decisioni politiche, interessi strategici e persone che dovranno convivere con le conseguenze di quelle decisioni.
