Mario Adinolfi passa dagli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, al carcere. La Guardia di Finanza ha notificato numerose violazioni al Pubblico Ministero.

Notizia di stamane che “va in carcere Mario Adinolfi che si trovava ai domiciliari da luglio per l’accusa di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario ed omessa dichiarazione dei redditi”.
Il Tribunale Ordinario di Roma, Sezione del Giudice per le Indagini Preliminari, Ufficio n.3 ha emesso un’Ordinanza di applicazione della misura cautelare in carcere, in aggravamento, ex artt. 276 e 299 c.p.p. con la quale ha mandato la Guardia di Finanza a tradurre il fondatore de “Il Popolo della Famiglia” in carcere.
Mario Adinolfi ha immediatamente commentato su Facebook: “Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto”.
Il Tribunale Ordinario di Roma ha notificato che nelle “annotazioni della Guardia di Finanza presso la Procura, del 4.8.2026, 5.8.2026, 12.8.2026, 19.8.2026, 26.8.2026, 9.9.2026 – richiamate dal p.m. – emergono in effetti violazioni specificate nei dettagli di date e contenuti”.
A detta della Sezione del Giudice per le Indagini Preliminari Adinolfi non viene portato in carcere “perché scrive su Facebook” ma perché ha violato le prescrizioni che gli erano state fornite quando era stato posto agli arresti domiciliari”.
Giustizia è stata fatta? Non sta ai giornalisti dirlo.
Una cosa è sicura: se i quattro reati penali che sono contestati ad Adinolfi risulteranno realmente commessi è ben giusto che sconti la pena prevista per gli stessi.
Al momento – non essendo stata emessa sentenza passata in giudicato – gli va riconosciuta la presunzione di non colpevolezza, come a qualunque altro arrestato.
