PRIMA PARTE
L’intervista in due parti, che proponiamo in questo articolo affronta un tema particolarmente delicato e attuale: la responsabilità degli adulti nei confronti delle nuove generazioni.
Con il professor Lino Grandi approfondiremo alcuni aspetti fondamentali del rapporto tra genitori e figli, del ruolo educativo della scuola e delle dinamiche relazionali che caratterizzano il mondo giovanile. L’obiettivo è comprendere le cause di un disagio sempre più diffuso e individuare possibili percorsi di miglioramento per una generazione che si trova ad affrontare sfide senza precedenti.
Giancarlo Guerreri: Professor Grandi, nella sua intervista affronta il tema del dialogo tra genitori e figli. Potrebbe descriverci quali sono le principali difficoltà che oggi i genitori incontrano nel rapporto con i propri figli e quali fattori contribuiscono a rendere così complessa la comunicazione tra le generazioni?
Lino Grandi: antica quaestio è la comunicazione nell’ambito dei nuclei familiari ed in particolare l’avviare e il sostenere una efficace dialettica fra genitori e figli; il trascorrere dei tempi ha riguardato soprattutto le modalità, non il fatto in sé, poiché, come d’altronde è stato rilevato da diversi illustri studiosi, il dialogo fra genitori e figli impatta con il diversificarsi delle modalità connesse ai mutamenti sociali. L’ambito razionale non ha la prevalenza né dobbiamo pensare che le discrasie maggiori siano da connettersi esclusivamente al tipo di rapporto esistente in famiglia. Con questo non affermo che un buon clima familiare favorisca l’interrelazione; è bene fare i conti col mondo inconscio delle pulsioni: progressivamente sono venuti meno l’alfabetizzazione e il dialogo, alfabetizzazione che va avviata con cautela, spesso proponendo temi molto leggeri, il cui obiettivo principale è quello di abituare i figli a parlare di tutto con i genitori. Un gradevole riferimento viene offerto da una nota canzone di Celentano; riferendosi alla figlia che sta diventando adolescente la sente parlare al telefono sottovoce perché è come se avesse timore di quel che può pensare del suo comunicare un padre che la ascolta, e che forse giudica o commenta quello che sta avvenendo in un ambito ed uno spazio che considera intimo e confidenziale. Possono sovrapporsi due fattori: l’uno assume l’habitus dell’assioma; è convinzione che il genitore parla col figlio solo di cose serie, di impegni, di doveri di ciò che va fatto ecc.; l’altro è riconoscere l’ottica del giovane o della giovane in crescita, è l’avviarsi di una ricerca di autonomia ma anche di intimità che non necessariamente pregiudica il buon rapporto con i genitori; prevale però il bisogno dell’adolescente che venga mantenuta -detta intimità in un ambito circoscritto poiché sembrerebbe necessario salvaguardare appunto “ciò che ha da essere solo mio”.
Il timore di fondo è in alcuni casi reale, in altri casi fantasmizzato; il tema del giudizio, rinforzato dal fatto che l’adolescente spesso si autoconvince che essendo i genitori di altra generazione non siano predisposti a condividere il mondo emozionale che avvolge l’animo del giovane. È il tema appunto del confronto generazionale. A rendere tutto più complesso è anche il fatto che è assai poco coltivata, dalle agenzie formative, la tendenza al dialogo, favorita anche – ma non solo – dalla mancanza di tempo. Sovente, genitori e figli sono attratti da forme di comunicazione che distraggono, sommersi dall’incombere dei mass media. L’adolescente può così convincersi che le indicazioni dei genitori potevano essere valide un tempo ma che non rispondono più ai bisogni di oggi.
GG: Si afferma spesso che ogni generazione fatichi a comprendere quella successiva. Da un lato i figli tendono a considerare superati o poco significativi i suggerimenti dei genitori, dall’altro gli adulti sembrano sempre più in difficoltà nel relazionarsi con il mondo dei giovani. Si tratta di una dinamica che si ripete da sempre oppure stiamo assistendo a una nuova e più profonda frattura generazionale?
LG: è luogo comune il ritenere difficoltoso il dialogo con i figli; spesso viene accantonato quando non rigettato per motivi generazionali. Il che però, a mio avviso, è riduttivo e difensivo. Anche autori di romanzi importanti hanno trattato il tema della relazione fra genitori e figli; la difficoltà si proponeva spesso anche quando il rapporto veniva descritto come espressione di affettività, di rispetto, anche di orgoglioso sentimento di appartenenza ad una famiglia valida e stimata. Sotto la superfice vi si scorgeva la conflittualità. La differenziazione era considerata quale espressione di un valore negato, quello atavico dell’esperienza e delle tradizioni dei genitori; particolare riguardo veniva assegnato alla tensione connessa all’evoluzione dei tempi; unitamente ad altri aspetti emozionali, il presupposto per indurre a dissentire su alcuni temi concernenti il pensiero dei genitori, era ed è l’incalcare di una modalità adeguata allo scorrere dei tempi promuovendo così un modus agenti ed operanti più consono alle richieste indotte dall’evoluzione gestita dai mass media. Certamente in epoche passate non era presente la rapidità che caratterizza l’hic et nunc. Il mutamento dei costumi ha subito un’accelerazione, forse un po’ disordinata, che sta inducendo le nuove generazioni a considerare non particolarmente validi i suggerimenti della tradizione, in parte incarnati nelle figure genitoriali ed in particolare del Padre.
Il dialogo tra genitori e figli è da tempo alquanto complesso e non sempre i genitori risultano capaci di fare propri i mutamenti in corso, per altro veloci; d’altronde, ad incrementare il disagio intergenerazionale va indicata la nuova frontiera del “tutto subito” che non sembra favorire l’arricchimento culturale, emotivo ed educazionale delle nuove generazioni. Pertanto, anche in buona fede, i giovani sono indotti a pensare che quanto viene loro consigliato abbia avuto un tempo una sua validità ma sia superato dalla invasività di desideri da appagare, espressione del tutto permettersi.
GG: I cosiddetti valori etici, culturali e formativi sembrano oggi assumere una dimensione sempre più soggettiva. È possibile che molti giovani siano in realtà alla ricerca di riferimenti più solidi e oggettivi, capaci di orientare concretamente le loro scelte? Potrebbe essere che la critica ai valori tradizionali nasca non tanto dal rifiuto dei valori in sé, quanto dalla percezione che essi siano ormai superati o siano stati trasmessi in modo poco convincente dalle famiglie?
LG: effettivamente i valori etici, culturali e formativi sono attualmente oggetto di rivisitazione spesso critica, non disgiunta da letture di comodo generate dal dominio dell’immediatezze che prescindono da una visione più ampia e più prospettica per il futuro della convivenza civile. È possibile supporre che più che una ricerca di riferimenti solidi e oggettivi, capaci di orientare concretamente le scelte, stia prevalendo un modus agendi dove predomina quello che può apparire un vantaggio immediato, praticamente l’hic et nunc.
Mi sembra mancante, da parte dei “media”, l’etica dell’informazione costruttiva che possa permettere l’effettuare delle scelte che contemporaneamente promuovano il vantaggio personale ma anche il benessere collettivo.
I due fenomeni non sono in contrasto: ritengo sia compito di chi assume l’habitus di formatore l’operare affinché vengano armonizzati questi due aspetti; e ciò sia salvaguardare quei valori che potremmo definire tradizionali, sia introducendo la capacità di cogliere quelle che sono le richieste di un modo in costante mutamento. E andando via via confermandosi il convincimento che determinati valori che hanno improntato la vita di donne e uomini nei decenni passati sia da considerarsi obsoleto; è doveroso sottolineare come sia del tutto mancata un’educazione alla dialettica, al confronto sano, di letture che trasmettono diversità di vedute, nonché uno stimolo versus l’aggiornamento degli aspetti fondati la vita comunitaria con implicita la capacita di vivere non come isole bensì come un arcipelago i cui contatti tra le varie parti sono continui e reciprocamente si arricchiscono. Credo che le agenzie formative (famiglia, scuola, mass media, ecc) dovrebbero stimolare la capacità di cogliere quanto ha insegnato il passato (i latini ad es. dicevano “storia magistra vitae”, nunzia vetustatis) e, tenendo conto dell’incessante mutare, l’addestrare al miglioramento delle potenzialità umane in vista di un futuro migliore, di un futuro che sottolinei la positività del vivere in una società multiforme.
GG: Quando i giovani mettono in discussione o rifiutano i valori storicamente condivisi, quali modelli e quali riferimenti tendono a proporre in alternativa?
LG: la domanda induce riflessioni, anche per evitare di scadere in una generalizzata svalutazione favorita dal fatto che veri e propri modelli di riferimento non fan parte della visione del mondo attualmente vissuta dai giovani e soprattutto a loro proposta dai mass media. Pare dominare l’obiettivo del “tutto subito”, del “tutto è concesso”; ogni divieto e regola è classificata come autoritarismo, spesso di paternalismo. Parlare di patriarcato, oggi, è imprudente. Si osserva spesso il prevalere della ricerca del piacere, a tutti i costi; piacere però che non è frutto di un impegno prospettico versus la realizzazione, ma è visto come diritto, e deve essere dato tanto in quanto io giovane esisto.
D’altronde se le agenzie formative, di cui abbiamo sopra parlato, non si impegnano ad educare, a ripristinare il valore della fatica, dell’attesa, ed a promuovere la responsabilità, il senso di dovere, è più che ipotizzabile che si pensi di avere il diritto di considerare che sia tutto concesso, che l’aggressività sia consentita, che il desiderio di ricevere non consideri eventuali danni arrecati. Detto ricevere, non essendo l’esito di un percorso ma essendo per lo più donato, induce a considerare un diritto anche il furto perché tutto è concesso. Il concetto cardine, archetipico, dell’essere attenti ai bisogni dell’altro e ad evitare di arrecare danno al prossimo, non fa più parte della realtà che si intende e vuole vivere. Un esempio: alcuni politici affermano che se non arrivassero gli immigrati, soprattutto i clandestini, non avremmo -esemplificando- chi raccoglie i pomodori, le olive, le verdure ed altro. I giovani cresciuti in Europa e quindi anche in Italia non hanno neppure lontanamente l’idea che anche solo 30/40 anni fa erano i loro coetanei a fare quel lavoro e non se ne vergognavano minimamente.
Certamente era loro obiettivo il crescere e svolgere attività più redditizie e meno faticose ma veniva loro trasmesso che non si doveva disdegnare nessun tipo di lavoro utile alla sopravvivenza personale e dei propri cari. Sorge spontanea una domanda; il riferimento e il considerare tanti periodi storici che esitano nella frantumazione di tanti imperi: è il benessere ciò che frantuma la volontà dell’uomo? il valore del lavoro non più sottolineato e nel contempo sostituito da depauperanti offerte alla plebe romana, per garantirsi il potere, gli imperatori (mi riferisco ovviamente al basso impero) offrivano tutto ciò che può essere condensato nel motto “panem et circenses”. Perché il popolo ubbidisca e segua il potere come un gregge non è richiesta una formazione all’impegno ed ai valori che hanno costituto la spina dorsale di una società bensì rammollirli con donazioni, con aiuti vari, riducendo lo stimolo alla crescita e all’autoaffermazione, favorendo l’affossarsi e trasformando il giusto e doveroso sostegno a chi è sofferente con regali, con donazioni, con aiuti che favoriscano il disimpegno.
FINE PRIMA PARTE

Grazie per inviarmi anche la seconda parte.