Una riflessione sul cimitero britannico di Torino di Sangro
Il 3 settembre del 1943 gli Alleati, in concomitanza con l’armistizio stipulato con gli Italiani, entrarono in Italia allo scopo di attirare le truppe tedesche dal fronte russo e soprattutto dalla Francia, dove era prevista un’offensiva per l’anno successivo. L’avanzata procedeva rapidamente, finché, alla fine di ottobre, l’esercito alleato si trovò di fronte la cosiddetta Linea Gustav, che schierava i soldati tedeschi dal fiume Garigliano ad ovest fino al fiume Sangro ad est: lo scontro fu durissimo e si concluse solo al 30 di novembre, quando l’intera cresta che dominava il fiume Sangro fu definitivamente conquistata dagli Alleati.
Questi i fatti. Ma quando si entra nel cimitero britannico di Torino di Sangro, in provincia di Chieti, non è possibile che l’animo del visitatore si fermi alla cronaca storica e non senta di partecipare al dolore universale che si respira guardando le duemilaseicento diciannove croci bianche che si stendono davanti ai suoi occhi.
2.619, in cifra; meno corretto che in parola, ma ancora più efficace davanti all’animo. Chi vuole può contare fino a 2.619: è un tempo lungo, ma è anche il minimo che dovremmo dedicare tutti alla memoria di chi ha combattuto per il suo paese e, nel caso specifico, anche, forse soprattutto, per noi Italiani. Duemilaseicento diciannove tra ragazzi (ragazzi sul serio: diciannove, vent’anni) e giovani uomini (giovani sul serio: una media ben al di sotto dei trent’anni), provenienti dalle più disparate parti del mondo per venire a morire sul settore adriatico del fronte, tra il novembre e il dicembre del 1943, e durante il successivo periodo di stasi: il cimitero accoglie anche le tombe di alcuni prigionieri di guerra, catturati dai Tedeschi e in fuga verso le linee alleate.

Dopo lo smarrimento inevitabile davanti al pensiero della morte di tanti ragazzi che avrebbero dovuto essere seduti ancora sui banchi di scuola o dell’università, il visitatore non può che percorrere i viali del cimitero dove le tombe sono disposte in modo da formare una corona semicircolare. E fermarsi a leggere i nomi, il luogo di provenienza, l’età a cui morirono i giovani sepolti lì. I soldati britannici non provenivano naturalmente solo dal Regno Unito, ma da tutti i paesi del Commonwealth: 375 provenivano dalla Nuova Zelanda, 385 (anche qui il numero in cifra mi sembra più efficace) dall’India. Ragazzi che arrivavano dall’altra parte del mondo, dove magari non si erano mai allontanati dalla loro città o villaggio, chi lo sa; che hanno affrontato un lunghissimo viaggio, forse per loro senza senso, per morire magari pochi giorni dopo il loro arrivo. È il silenzio calato su di loro che non può non commuovere. E allora sono ancora più importanti, strazianti ma anche consolatorie, le parole incise su alcune croci, quelle dei parenti, amici, fidanzate che hanno potuto far scrivere vicino al nome di chi li aveva lasciati per sempre, un messaggio di amore, di speranza di incontrarsi nell’aldilà o di un senso di perdita incolmabile.
È stata la pietà (meglio la pietas) del comando britannico a consentire che i parenti dei caduti potessero condensare in poche parole il loro doloroso ricordo e a garantire che i loro sentimenti venissero incisi sulle lapidi, per sempre vicini ai loro cari.
Sarebbe bene che chi, da una comoda poltrona, parla di guerra come parlasse dello zucchero da mettere nel tè, si rendesse conto di quello che dice, della gravità e dello strazio che sono insiti nella parola “guerra”. Bisognerebbe che i ragazzi di oggi visitassero anche i cimiteri militari che sono disseminati ahimè per il nostro paese e che non considerassero la guerra come qualcosa con cui è inevitabile convivere: sono irritanti i politici che ne parlano con disinvoltura e che si premurano sempre, quando si parla di invio di armi a qualcuno, di sottolineare che saranno inviati solo armi o aiuti di altro genere, non truppe, per carità. Le mamme potrebbero preoccuparsi e non votarli più. Probabilmente in Italia non corriamo questo rischio, ma bisognerebbe ricordarsi, per esempio, dei soldati coreani reclutati nell’esercito russo o dei giovani russi catturati in Ucraina, spesso stupefatti di non essere torturati e uccisi, come la propaganda aveva fatto loro credere. E bisognerebbe che ci andasse anche Virginia Libero, che rivolgendosi ai partiti, ha detto, più o meno: “Non combatteremo le vostre guerre. Se volete combattere, andateci voi al fronte.” Ha ragione; perché dovrebbe rischiare la vita senza sapere perché, anzi peggio non condividendo le ragioni del conflitto? Ha ragione, secondo me; ma qual è l’alternativa? E poi mi chiedo cosa penserebbe la nostra Virginia se una mattina si svegliasse e vedesse sotto casa una fila di carrarmati provenienti da un paese vicino e magari un soldato con un’informe straniera che porta via su una camionetta i suoi genitori o il fratellino. Purtroppo le guerre guerreggiate, che noi, generazione ex-fortunata nata tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, pensavamo definitivamente concluse, purtroppo esistono ancora; sono ovviamente diverse dai due conflitti mondiali del Novecento, ma esistono, eccome se esistono. Gli eserciti nazionali che combattono al fronte ci sono, anzi aumentano in continuazione; è vero, oggi molti soldati sono dei professionisti e dei volontari, ma spesso non è così. Ci sono e ci saranno sempre giovani che moriranno indossando una divisa che non li rappresenta, chiedendosi perché il dovere li chiami ad imbracciare un fucile che li spaventa e li disgusta.

E allora? Cosa possiamo fare? Ovviamente non esistono soluzioni per impedire le guerre, ma forse vale la pena di visitare il cimitero militare britannico di Torino di Sangro, commuoversi inevitabilmente davanti a quelle croci e portarsi sempre nell’animo il senso di orrore e di indignazione verso la violenza della guerra. Forse tutto questo ci porterà a prendere, nella nostra quotidianità, decisioni più sagge. E la saggezza è nemica della violenza e della guerra.
