Tra presente, memoria e mito.
Ogni epoca crea i suoi dei. Non necessariamente esseri immortali, ma figure su cui proiettiamo desideri, paure, aspirazioni.
I nostri non abitano più le vette dei monti né le profondità del mito.
Vivono negli schermi. Nelle notifiche. Nei flussi continui di immagini che attraversano le nostre giornate.
Calciatori, attori, influencer, politici, cantanti. Figure immerse in una luce costante: quella dei social, dei media, dell’attenzione pubblica.
Non hanno poteri, ma hanno visibilità. Non offrono mistero, ma continuità: ogni giorno un frammento, un gesto, un’emozione da consumare.
Sono divinità di prossimità. Ricevono devozione — sotto forma di like, commenti, imitazione. Generano miti immediati — una partita, uno scandalo, una storia d’amore. Incarnano desideri collettivi — successo, bellezza, ricchezza, appartenenza. Vivono dentro rituali contemporanei — la partita della domenica, il festival, la diretta, il red carpet.
Eppure, sono divinità senza trascendenza. Non aprono varchi, non elevano, raramente interrogano. Riflettono esattamente ciò che siamo diventati:
un’epoca veloce, materiale, affamata di presente.
Il denaro come nuovo volto degli dèi
E se guardiamo davvero da vicino questi dei del presente, scopriamo che la loro luce non nasce da un mistero, né da una vocazione, né da un destino simbolico. Nasce da qualcosa di molto più semplice, più concreto, più spietato: il denaro. È questo il volto nascosto che regge l’intero pantheon contemporaneo.
Per molti giovani — e non solo giovani — queste figure diventano specchi immediati in cui proiettare un sogno lineare: non la ricerca, non la crescita, non l’opera, ma la scorciatoia.
Soldi calciando un pallone.
Soldi recitando una parte.
Soldi mostrando la propria vita.
Soldi consigliando un prodotto.
Soldi per ogni follower, ogni visualizzazione, ogni collaborazione.
Il talento diventa un dettaglio – la disciplina un’opzional – la profondità un intralcio.
Ciò che conquista l’immaginario non è ciò che fanno, ma ciò che guadagnano.
E così, più che ammirare l’atleta, l’attore, l’influencer, molti finiscono per ammirare la loro posizione, il loro “posto nel mondo”, la loro distanza dalla fatica quotidiana.
È un desiderio che nasce anche da una ferita: quella di chi avrebbe voluto essere al loro posto, o almeno vicino a quella luce che sembra promettere una vita più facile, più rapida, più riconosciuta. Ma ogni divinità paga un prezzo.
E gli dèi del presente lo pagano in pubblico. La loro vita viene passata al setaccio: amori, cadute, fragilità, errori. Tutto diventa contenuto, tutto diventa merce, tutto diventa gossip. È il patto implicito della celebrità contemporanea: ti diamo visibilità, tu ci dai la tua vita.
Sono divinità che brillano, sì, ma in una luce che consuma.
E che spesso lascia dietro di sé un vuoto più grande di quello che prometteva di colmare.
Ed è proprio qui — in questo punto più basso, più materiale, più esposto — che si apre la possibilità di una risalita.
Perché quando la superficie mostra i suoi limiti, quando la visibilità non basta più, quando il denaro non sa rispondere alle domande che contano, allora si riapre lo spazio per un’altra genealogia di figure: quelle che non vivono di immagine, ma di senso.
Corpi che parlano: i tatuaggi i piercing come nuovi alfabeti dell’identità.

In questo paesaggio di immagini veloci e di divinità effimere, anche i corpi dei nostri giovani diventano superfici narrative.
E accanto ai tatuaggi, anche i piercing raccontano qualcosa. Piccoli segni di libertà, di appartenenza, di sfida o di bellezza. Sono punti di luce sul corpo, ma anche punti di domanda sull’identità: un modo per dire “ci sono”, per lasciare un segno visibile in un mondo che spesso non guarda davvero.
E i tatuaggi — sempre più diffusi, sempre più estesi, sempre più dichiarati — sono un altro modo in cui l’epoca cerca di dire chi è. Non sono solo disegni. Sono affermazioni.
A volte sono immagini gloriose: animali feroci, figure mitiche, simboli di forza.
Altre volte sono immagini dannate: teschi, demoni, ferite rese arte.
Altre ancora sono messaggi d’amore, frasi di autori, parole che sembrano voler fissare qualcosa che prima era fragile, incerto, insicuro.
È come se il corpo diventasse una pagina su cui scrivere ciò che non si riesce a dire a voce. O ciò che si teme di dimenticare.
Per alcuni è un modo per affermare un’identità, per altri per proteggersi. Per altri ancora per appartenere a qualcosa: un gruppo, un’estetica, un immaginario.
E come ogni gesto identitario, i tatuaggi dividono: c’è chi li ama, chi li detesta, chi li guarda con indifferenza, chi ne resta coinvolto. Ma questa polarizzazione non è il punto. Il punto è che i tatuaggi sono diventati un linguaggio.
Un linguaggio che dice molto più della moda: dice il bisogno di lasciare un segno in un mondo che non lascia il tempo di essere ricordati.
Sono un tentativo di fissare l’effimero, di dare forma a un sé che altrimenti rischia di dissolversi nella velocità del presente.
E anche questo — come il denaro, come la visibilità — è un sintomo.
Un sintomo di un’epoca che cerca identità fuori da sé, sulla pelle, nelle immagini, nei simboli immediati. Un’epoca che teme il silenzio, la profondità, la lentezza. E che per questo incide sul corpo ciò che non riesce a costruire nel tempo.
Ma proprio qui, in questa ricerca urgente e spesso confusa di un segno che resti, si apre di nuovo la possibilità della risalita: perché il bisogno di lasciare un’impronta è lo stesso bisogno che, da sempre, ha generato miti, arte, storie che durano.
Tra le figure che oggi assumono sembianze divine, ci sono anche i politici. Non perché immortali, ma perché incarnano il potere — quel potere di decidere, nel bene e nel male, del vivere collettivo. In loro si concentra la speranza e la diffidenza di un’intera società. Diventano miti non per ciò che fanno, ma per ciò che rappresentano: la possibilità di cambiare il destino, o di tradirlo.
È diventato uso comune credere che non tutti siano onesti, e forse questo rimanda al potere stesso — al suo fascino ambiguo, capace di generare fiducia e sospetto insieme. Il potere, come ogni mito, seduce e corrompe, illumina e acceca. E anche qui, come negli altri volti degli dèi, si rivela la stessa tensione: tra ciò che eleva e ciò che consuma, tra la promessa e la disillusione.
Gli dèi della profondità.
Sono gli artisti, gli scrittori, i compositori, i musicisti. Figure che non hanno chiesto devozione, ma ascolto. Non offrivano intrattenimento, ma trasformazione. Non vivevano di immagine, ma di ricerca.
Hanno costruito nel tempo un patrimonio invisibile fatto di: emozione che dura, domande che restano, inquietudine fertile, tensione verso qualcosa che non si lascia ridurre a consumo. Sono loro che hanno impedito all’umanità di regredire completamente nella materia. Che hanno ricordato, epoca dopo epoca, che esiste una dimensione più fragile, più lenta, ma decisiva: quella del senso. Non si esauriscono in un evento. Non si consumano in un giorno. Non si esauriscono in uno sguardo distratto. Ci chiedono tempo. E, in cambio, ci cambiano.
Prima ancora: il tempo dei miti.
Se torniamo ancora più indietro — oltre la storia, oltre la cultura — troviamo qualcosa di ancora più essenziale, i miti.
Qui gli dèi non sono persone, ma simboli. Non raccontano più una vita: raccontano la vita stessa.
Sono mappe interiori. Queste figure non intrattengono. Non passano. Restano. Perché non raccontano qualcosa che accade, ma qualcosa che ci accade.
Ogni epoca costruisce i propri dei in base a ciò che teme e a ciò che desidera.
Oggi: temiamo il silenzio – creiamo dei che parlano continuamente, temiamo la profondità – creiamo figure superficiali, temiamo la solitudine – creiamo presenze costanti, temiamo la spiritualità – creiamo modelli completamente materiali.
Non è una degenerazione casuale. È uno specchio. I nostri dei non sono il problema. Sono il sintomo.
Eppure, proprio questa immersione totale nella superficie contiene una possibilità.
La regressione nella pura materia non è solo una perdita. È anche un punto di partenza. Il punto più basso da cui si può risalire. E la risalita, da sempre, segue lo stesso percorso: verso i simboli, verso l’arte, verso il mito, verso le storie che non consumiamo, ma che ci consumano e ci trasformano.
Perché mentre gli dèi del presente alimentano la nostra fame di visibilità, quelli del passato — artisti e miti — continuano a parlare a qualcosa di più profondo: la nostra fame di senso.
Figure che ci hanno insegnato a essere umani.
ULISSE — Il viaggio e il ritorno: l’eroe che attraversa il mondo per ritrovare sé stesso.
ARTÙ — La giustizia come ricerca: il re che guida senza possedere, custode di un ideale.
ISIDE E OSIRIDE — Morte e rinascita: il mito che insegna che nulla si perde, tutto si trasforma.
DON CHISCIOTTE — La dignità del sogno: l’uomo che difende l’immaginazione contro la realtà disillusa.
GLI DÈI DELL’OLIMPO — Le passioni rese visibili: forze umane portate all’estremo, ancora vive dentro di noi.
In equilibrio tra due forze. Tra questi due poli si muove l’umanità: da una parte la materia, che trattiene, semplifica, consuma; dall’altra la luce, che chiama, complica, trasforma. Oscilliamo continuamente tra questi estremi.
Forse ogni epoca cambia i suoi dei, ma non cambia il motivo per cui li cerca. Dietro la corsa alla visibilità, dietro il denaro che abbaglia, dietro i corpi che si tatuano storie per non scomparire, resta sempre lo stesso impulso: non essere soli nel mondo, non passare invano, lasciare un segno che dica chi siamo.
E allora, in mezzo al rumore, qualcosa continua a chiamarci: non la superficie, ma la profondità; non l’immagine, ma il senso; non ciò che consumiamo, ma ciò che ci trasforma.
Gli dèi cambiano volto, sì. Ma il bisogno che li genera — quello no. È la nostra parte più fragile e più vera. Quella che, nonostante tutto, continua a cercare una luce che non abbaglia, ma orienta.
