La bocciatura riguarda l’articolo 1 della legge approvata definitivamente dal Parlamento il 21 luglio. I “Sages” hanno ritenuto che il divieto generale fosse una limitazione sproporzionata alla libertà di espressione e comunicazione, tutelata dall’articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789.
Perché è stata bocciata
Il problema, secondo il Consiglio, non è l’obiettivo di proteggere i minori, che viene riconosciuto come legittimo. È soprattutto il modo scelto dal legislatore:
- il divieto avrebbe riguardato in generale i social, senza distinguere adeguatamente tra piattaforme e relativi rischi;
- avrebbe potuto colpire servizi per i quali non sono dimostrati specifici rischi per la salute o la sicurezza dei minori;
- non avrebbe considerato sufficientemente età, maturità e situazione individuale del minore;
- non prevedeva adeguate garanzie per la privacy legate alla verifica dell’età.
Di conseguenza, il divieto non è stato ritenuto adatto, necessario e proporzionato all’obiettivo perseguito.
E adesso?
La legge avrebbe dovuto entrare in vigore il 1º settembre 2026, ma così non potrà farlo nella sua forma originaria.
Il presidente Emmanuel Macron ha però reagito chiedendo al governo di elaborare una nuova versione giuridicamente più solida, compatibile sia con la decisione del Consiglio costituzionale sia con il quadro europeo. L’obiettivo dichiarato resta quello di arrivare a una nuova legge entro la primavera del 2027.
