L’utopia della “Decrescita Felice”
Non si può analizzare il declino industriale italiano, culminato nel picco del 25% di fallimenti aziendali registrato nel 2025, senza collegare i fatti a precisi episodi e figure politiche. La politica non è solo esercizio di potere, ma assunzione di responsabilità per le parole dette, le decisioni prese e le azioni compiute. Allo stesso modo, esiste una responsabilità ineludibile in capo a chi delega i propri rappresentanti attraverso il voto: gli elettori.
L’utopia della “Decrescita Felice”
Un esempio su tutti l’utopia della “Decrescita Felice” — un pensiero politico-filosofico che non ha trovato applicazione in nessuna parte del mondo, nemmeno a livello sperimentale — è stato il pilastro ideologico di una stagione che oggi presenta il conto. In quel 33% di consensi ottenuto dal Movimento 5 Stelle nel 2018, confluirono paradossalmente moltissimi voti di imprenditori e professionisti.
Molti di loro hanno applaudito le tesi di Beppe Grillo senza interrogarsi sulle conseguenze pratiche per il sistema produttivo.
Come è stato possibile che il mondo produttivo non reagisse dinanzi a un partito di maggioranza relativa che demonizzava il PIL (ovvero la produzione di beni e servizi) per privilegiare misure assistenziali come il Reddito di Cittadinanza, il Superbonus 110% e altri sprechi di risorse pubbliche?
Altrettanto incomprensibile è stata la mancanza di opposizione, da parte di imprenditori e industriali, alla nomina di un “giovanotto di primo pelo” — la cui massima esperienza precedente era stata quella di steward allo stadio San Paolo — alla guida del Ministero dello Sviluppo Economico. Uno strapiombo istituzionale che avrebbe dovuto allarmare chiunque comprenda il valore e la complessità dei vertici dello Stato.
Sia chiaro: questo non significa condannare un solo partito assolvendo gli altri. In materia di sviluppo economico, l’incompetenza è stata spesso trasversale. Tuttavia, il 2018 ha segnato una svolta negativa cruciale, mettendo seriamente in discussione le basi stesse della politica industriale italiana. È stato il “punto di non ritorno”, il momento in cui si è accettato il concetto di “produrre meno per stare meglio”, dilapidando fondi che avrebbero potuto essere investiti per rendere le nostre imprese competitive sui mercati internazionali.
Oggi, i dati sui fallimenti aziendali non sono che la naturale conseguenza di quelle scelte. Prima ancora di puntare il dito contro la politica, è arrivato il momento che il mondo produttivo compia un profondo esame di coscienza e torni ad assumersi le proprie responsabilità, nell’avere contribuito al declino del nostro Paese.
Fonte: IRD – ITALIA REPUBBLICA DEMOCRATICA
Movimento per la Democrazia e la Libertà
www.italiarepubblicademocratica.org
