Te ne andrai, lo so, ma so anche che non scomparirai.
Ti trasformerai nella forma, ti diluirai in migliaia di frammenti perdendo l’identità vestita dal corpo in questa esistenza.
Perderemo il tuo nome, il tuo corpo, ma non andrai persa tu, la tua essenza!
Se la nostra mente fosse libera dagli inganni dello spazio tempo, dall’illusione della materia, sentiremmo che non andrai persa né a te né a noi, sarai altro semplicemente.
E quale sarà il nostro lamento doloroso se non quello di pensare di perdere il tuo amore per noi, il nostro amore per te?
Tu coniugata all’Universo non potrai più manifestare presenza e amore per noi, ancora mortali, scissi tra apparenza ed essenza.
Avremo freddo non scaldati dal calore del tuo sereno sguardo, ci sentiremo soli non sentendo i tuoi passi leggeri sul pavimento, quando ci raggiungevi per farci compagnia.
Parleremo da soli quando scambieremo opinioni di cui tu eri attenta testimone.
Non potrai più insegnarci la saggezza dell’attesa e il dire forte del silenzio.
Non sarai più come noi potremmo percepirti, sarai altro, sarai oltre.
Questo è il sentire commovente che m’attraversa mentre tu silenziosamente ti stai preparando, da sola, nel tuo posto, l’ultimo posto caldo scelto per l’ultimo tuo viaggio.
E mentre questo tempo passa e questo tempo si piega compassionevole verso te e verso me per unirci in un solo tempo: presenti al presente senza fuggire, senza dormire.
Ti guardo e tu mi guardi, vorrei piangere, mi trattengo, tu sei autenticamente presente fino alla fine. Niente sentimentalismi, niente attaccamenti egoistici, m’insegni ancora, fino alla fine: seguire il flusso della Vita.
Aderisci al suo movimento senza recriminare, senza ribellione, senza trattenere ciò che credevi ti appartenesse per sempre.
Mi stacco da te, devo fare, fare qualcosa che mi faccia sentire viva.
Devo uscire dal regno di transizione tra vita e morte, troppo ricca per me quella realtà, dove rischio di cogliere il senso di tutto.
Voglio farmi ancora avvolgere dalle mie illusorie concezioni, ancora un po’.
Devo fare, ma cosa?
Mentre la Vita si autocelebra nell’atto suo più sublime: la Morte.
Devo fare, muovo il corpo, abbozzo azioni che non hanno uno scopo.
Faccio, azioni ordinarie, non è necessario fare qualcosa di speciale mentre tu stai morendo, per dare maggiore risalto e dignità alla tua morte.
Quelle azioni che avrei fatto comunque nel mio quotidiano, ma stavolta hanno una significanza diversa, una dignità non ordinaria.
Metto naturalmente un’attenzione e una presenza diverse, a tratti rigorosa e, così, comprendo quanta grandezza esprime il mio presente; in esso tutto esiste contemporaneamente ed io ne sono da sempre inconscia depositaria.
Il mio sapere esonda felicemente dai confini del misero vascello dell’encefalo.
Questo ha concluso il proprio compito: ha costruito una gabbia dove il mio essere è stato rinchiuso, e successivamente egli stesso lo ha liberato distruggendo pezzo a pezzo quella gabbia.
Tra questi pensieri torno a te, ti osservo, quasi fossi un medico competente, ti accarezzo il pelo ispido, non lo pulisci più, stai lasciando questo corpo, mentre io lo depongo su un altare d’amore.
I tuoi sensi si sono ritratti all’interno.
I tuoi occhi puntati sui miei, e prima ancora che io possa con essi parlarti è subito assenza, sei altrove.
Le tue funzioni vitali si consumano come una candela che si spegne lentamente, silenziosamente. Riprendo a camminare, vado, vado verso qualche posto dove cerco anch’io riparo, ma il dolore viene con me, non mi lascia, cerca riparo anche lui e si stringe a me cercando conforto nella mia accettazione di lui.
Io sono lui, il riparo non è altrove, è qui, in noi.
Ricomincio a fare cose, cose che ho già fatto ieri, cose che farò anche domani, ma tu stai facendo delle cose in questi istanti che non ripeterai mai più, per l’eternità.
Ultimi movimenti, ultimi respiri di questa esistenza che non si ripeterà più.
Ma forse mi chiedo, in ragione di ciò, e per dignificare veramente la tua fine anch’io dovrei fare cose fuori dall’ordinario?
Per dimostrarti quanto ti amo, per dirti grazie, per dirti che non ti dimenticherò mai, per dirti che spero di rincontrarti, per dirti di non lasciarmi, per dirti…
Potrei stare continuamente accanto a te, non lasciarti sola fino alla fine, ma non è quello che tu desideri.
Mi basta ricordare l’andatura del tuo passo fluente in corridoio per tornare in equilibrio, so cosa devo fare, le cose semplici che sto già facendo, non occorre altro, per raccontarti per l’ultima volta quanto ti amo!
Mentre io accado come te al nostro presente che ininterrottamente diventa passato, un lieve miagolio mi fa sussultare.
Prontamente e con delicatezza sollevo la ciotola dell’acqua e implorante ti invito a bere. Mi guardi come sai fare solo tu, provi tenerezza per la mia vana speranza, e poi nuovamente te ne vai, mentre sei ancora con me.
Vorrei imboccarti, costringerti a bere, a mangiare, vorrei usare la forza, in fondo, farfuglio tra me e me, tu sei mia e devi obbedire al mio volere.
Il dolore mi istupidisce.
Come altri esseri umani penso d’avere il potere di vita e di morte sugli animali, esseri che la Natura ci affida solo per partecipare al compimento del suo scopo, non per dominarli a nostro piacimento.
Che stupidi gli esseri umani, si nutrono di onnipotenza cercando di stravolgere la Natura dominandola, mentre lei ci mette a disposizione la bellezza.
La Natura ti ha donata a me, perché io dovrei desiderare infrangere i suoi equilibri pretendendo la tua resurrezione?
La Natura che ci è madre non ci distrugge attraverso la morte, ci porta sempre con sé, sotto varie forme, in vari luoghi, ci lascia attraversare stati di libertà.
Sei libera Minù!
Adesso capisco, sei libera, “death is only a door”, che una volta aperta ti libera riconducendoti alla tua condizione originaria.
Anch’io sono libera Minù, libera dall’idea della fine, libera dal dolore.
E anch’io me ne andrò, verso…
Siamo tutti liberi!
(Dedicato alla mia gattina Minù, compagna di vita. Averti vent’anni con me è stato un grande privilegio, mi hai insegnato a vedere al di là delle cose. Spero che anche nel tuo ricordo io non mi separi mai dal senso ultimo di tutto. Ines)
Ines Buonora
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