L’opera di H. E. Bates, breve ma intensa, narra una storia di solitudine e fragilità, di complicità e ambiguità, di affetto e disperazione
Per i tipi di Adelphi quest’anno è uscito il romanzo breve «Tripla eco», scritto da Herbert Ernest Bates nel 1943, rimasto incompiuto per decenni e pubblicato a puntate nel 1969 sul Daily Telegraph. Nel 1972 ne fu ricavato un film interpretato da Glenda Jackson, Oliver Reed e Brian Deacon.
Siamo in una zona non precisata dell’Inghilterra, nel terzo anno della seconda guerra mondiale, in “una di quelle piccole fattorie semisperdute che rimangono isolate dalle strade principali d’estate dietro fitte barriere di faggi e castagni, e d’inverno, a più riprese, per il fango, la nebbia e la neve.”
Alice, sempre in calzoni e stivali, manda avanti la fattoria da sola: ha soltanto una mucca e una ventina di galline. Una sera di maggio nella proprietà sorprende un intruso e lo minaccia con il fucile. Costui si rivela essere “un giovane soldato magro che aveva l’aria di un ragazzino.”
Si fronteggiano, Alice abbassa il fucile e, guardandolo negli occhi di un intenso azzurro chiaro, capisce che ha più paura lui di lei. Il ragazzo dice di chiamarsi Barton e di essere dell’Hampshire, dove ha lasciato il padre a occuparsi della fattoria di famiglia. Cenano insieme con uova e tè. Lui le chiede del marito e la risposta è quella che lei dà sempre: “Prigioniero dei Giapponesi. Probabilmente non lo rivedrò più. Non so altro.”
Nelle tre settimane successive, il giovane va alla fattoria e, in cambio di una cena, esegue lavori utili.
Barton decide di trascorrere la settimana di licenza con la donna. La sera prima del ritorno in caserma dichiara di non voler rientrare; Alice seppur di malavoglia acconsente a ospitarlo, ma solamente per un giorno o due. Passa un mese. Prendono precauzioni: nascondono gli abiti maschili, militari e civili, lui non può uscire quando è solo, non deve aprire a nessuno, e si traveste da donna, facendosi crescere i capelli biondi. Al villaggio lei dice che è arrivata sua sorella. Quando Alice si lascia scappare che teme di non avere denaro a sufficienza e di dover attingere a un fondo di emergenza, Barton si sente un profittatore. Litigano, con parole che feriscono. “Siamo come due persone in cima a un albero. Siamo in trappola. Non possiamo scendere.” La convivenza all’inizio cercata, diventa forzata.
Una mattina di novembre arrivano alla fattoria un giovane ufficiale e un robusto sergente della polizia militare. L’ufficiale è corretto, il sergente invece è ammiccante e volgare. Se ne vanno lasciando Alice spaventata e Barton calmo. Un giorno il sergente, sempre sfacciato e insolente, si ripresenta alla fattoria in compagnia di un caporale. Portano via il fucile di Alice, dicendo che lo faranno mettere a posto.
Una sera, rientrata dopo gli acquisti per il Natale, Alice trova la sorella in cucina con il sergente, venuto per restituire il fucile e per invitare le due donne al ballo della Vigilia. Barton tace e oppone “un sorriso introverso, nervoso, quasi civettuolo” mentre lei, imbracciato il fucile, caccia il militare.
La mattina seguente nevica e Alice ne è sollevata: “la neve creò una solida barricata di una prigione.” Dal tetto cade un lastrone completando la sensazione di chiusura, protezione e sicurezza. “Sentì di nuovo che lei e Barton erano tagliati fuori dal mondo […]. Paradossalmente, meravigliosamente, si sentiva libera.”
L’isolamento nella campagna, in una fattoria lontana dall’abitato, invece di concedere libertà diventa una trappola, bella e minacciosa, senza via di uscita, in cui un uomo e una donna cercano di sopravvivere giorno dopo giorno.
Barton ha incautamente accettato l’invito del sergente per il ballo pensando che fosse “una trovata spiritosa.” Fino a questo momento sembrava vedere solamente il lato comico del corteggiamento, ora si rende conto che la situazione è pericolosa e non può che peggiorare. Continua, però, ad avere un atteggiamento infantile, quasi irresponsabile. Alice, più vecchia, è da qualche tempo consapevole dei rischi, pur se inizialmente è stata anche lei sconsiderata accettando di accogliere il disertore, forse per amore (di amante o di madre?) tenerezza e timore che, non ospitandolo, lui finisse male. Nella prima parte del libro, la personalità dei due protagonisti non è approfondita, come se si fossero mossi in uno stato d’incoscienza, quasi ignorando la realtà della guerra, vivendo in una bolla, consapevolmente fragile ma gestibile. Ora invece, l’incombenza del pericolo fa sì che il registro narrativo cambi e l’Autore scavi nella psicologia di entrambi. Si ha la percezione di rotolare verso l’epilogo, che non si riesce a immaginare felice. I sentimenti portati in scena sono la solitudine, l’ambiguità, il bisogno reciproco e una complicità che nasce affettiva e poi diventa necessaria per la sopravvivenza.
Su tutto la consapevolezza che la guerra, anche se lontana fisicamente, influisce e modifica le vite e la percezione di colpa. Il ritmo narrativo accelera verso il finale, generando una suspense che stimola nel lettore il desiderio di scoprire come finisce il racconto.
Con il travestimento del giovane, complici i suoi tratti femminili, in un primo momento l’inganno riesce e s’innesca un processo di scambio: Alice sembra assumere il ruolo del maschio di casa, mentre Barton, travestito da donna, ne assume anche la personalità, il tutto con naturalezza.
Alla vigilia di Natale, il disertore si prepara per la serata e vuole che anche Alice partecipi alla festa Arriva il sergente, sempre sfrontato. Barton si presenta, vestito da donna ed è una donna. I due vanno, Alice rimane sola, atterrita e disperata.
Uno stacco temporale trasferisce la vicenda tra il 25 e il 26. Nevica nella notte e il mattino Alice si sente di nuovo protetta dalla neve. Guardando da una finestra, però, vede arrivare una jeep. Alla porta si presenta il sergente, non più untuoso e amicone, ma freddo e inflessibile.
“Il rumore degli spari colpì il fianco della collina, rimbalzò e alla fine sembrò creare […] una tripla eco.”
Lo stile della narrazione di questo romanzo breve ci fa pensare alla filosofia minimalista dell’architetto Mies van der Rohe, condensata nel famoso aforisma, Less is more: descrizioni fisiche ridotte al minimo, giusto per rendere visibili i personaggi, tutto è lasciato alla fantasia del lettore, dagli scambi amorosi tra i due protagonisti a quanto succede al ballo tra Barton e il sergente. La scrittura è rapida, precisa ed essenziale, ma diviene quasi poetica ed evocativa quando indugia sul paesaggio, con descrizioni funzionali all’identificazione della stagione e dello stato d’animo, non semplici sfondi ma riflesso delle inquietudini dei personaggi.
H. E. Bates
«Tripla eco»
Adelphi, 2026, pagg. 98, Euro 12,00

Bene, adesso non ci resta che leggere il libro!!!!
Dopo aver letto la recensione, ma non il libro, azzardo un parere: penso che la storia narri due solitudini, quella di Alice, che da qualche tempo vive isolata, e quella di Barton il quale sceglie di isolarsi. Ho l’impressione che entrambi abbiano paura d’essere abbandonati e si adattano a una nuova vita, di cui non immagino il futuro.
Sono curiosa di andare a vedere come terminerà la storia.
Beatrice
Non conosco «Tripla eco», ma ho la sensazione che il racconto sia avvincente. A suggerirlo sono i due protagonisti: una donna sola che vive in una fattoria e un giovane insofferente alla disciplina militare, “dagli occhi di un intenso azzurro chiaro”, che si ferma in quel luogo e non sembra intenzionato ad andarsene. È una combinazione che può diventare esplosiva.
Rosa Lastella
Anche questa volta la recensione descrive perfettamente questo romanzo che già dal titolo mi ispira curiosità per una nuova lettura
Racconto avvincente sono curiosa come finirà
Un racconto che suscita turbamento ma mi incuriosisce. Bella recensione
Un racconto che suscita turbamento ma suscita in me anche tanta curiosità.
Bella recensione
Grazie per questa recensione perchè mi fa conoscere un interessante racconto, una storia avvincente e coinvolgente. Leggerò il libro.
Un romanzo che sicuramente mi ispira, mi prende. La recensione lo espone bene ed è un invito alla lettura.
Un libro sulla solitudine di due persone accompagnata dall’isolamento in una remota casa di campagna e l’eco di una guerra lontana. Le vite dei due protagonisti sembrano “slegate”, diverse nei pensieri e nei desideri, ognuno bisognoso dell’altro e ognuno chiuso nel suo destino. Come se la vita comune e le strategie adottate non risolvessero le loro sofferenze intime. Non conoscevo il libro ma la recensione mi ha incuriosita.
Bella questa recensione che mi ha fatto conoscere questa storia, un intreccio di solitudini che si richiamano e creano suggestive sensazione . Desidero ovviamente approfondire.
Una storia affascinante che desidero conoscere bene attraverso la lettura del libro stimolato da questa recensione molto acuta e precisa
Una recensione che invita a un racconto non facile con protagonisti che da una parte sono tratteggiati in modo essenziale , mentre presentano caratteri contrastati , inquietanti , in cui momenti ironici sono inseriti in un fondo di incertezza , ansia , paura. Ancora una puntuale presentazione di di un’altra proposta in stile Adelphi
Leggendo la recensione immagino una storia intensa e avvincente: due anime sole nel tempo sospeso della guerra, un segreto da custodire, tensioni sottili che crescono pagina dopo pagina. Mi ha fatto venire in mente Suite francese di Irène Némirovsky, per l’atmosfera e per quel modo di raccontare i sentimenti umani dentro la fragilità della guerra.
Lo metterò tra i prossimi libri da leggere.