La singolare rappresentazione con un’ampia parentesi che coinvolge la cultura occidentale
Argomento non privo di una certa aura di inquietudine, la Santa Muerte si pone, per noi occidentali, come l’espressione di una tradizione cultuale che si pare lontana nel tempo e soprattutto nello spazio. Gli esempi a cui siamo abituati sono raffigurazioni come la danza macabra o il memento mori e in genere abbiamo nella raffigurazione della morte un significante che si santo non ha nulla.
Cambiamo le prospettive se ci trasferiamo nel Centro e Sud America, come illustra brillantemente Luca Dalla Bianca nell’interessante volume:, Estetica della Santa Muerte. Le radici del macabro, edito da Arkeios.
Lo studioso contestualizza la singolare rappresentazione con un’ampia parentesi che coinvolge la cultura occidentale nella quale individua alcuni archetipi come la già citata danza macabra – tra le quali primeggia quella di Clusone (BG) – e l’incontro tra i tre vivi e i tre morti: un topos iconografico le cui radici affondano nel mondo classico e hanno poi trovato affermazione nella pittura murale medievale.
Valutando le influenze formali della cultura mesoamericana, ovviamente precolombiana, Dalla Bianca giunge a mettere a fuoco la figura della Santa Muerte: di fatto uno scheletro vestito con in mano la falce e il globo, traendo origine dall’iconografia religiosa cattolica e trovando varie ibridazioni, che in qualche caso sembrano trarre riferimenti dall’arte mariana.
Con circa trenta milioni di fedeli, la Santa Muerte, naturalmente demonizzata dalla devozione cattolica dogmatica, costituisce un’icona indiscussa della religiosità popolare nel Centro-Sud America, sincretizzandosi con altre figure della tradizione, sia religiosa che laica, e dando così forma a una figura nella quale macabro e culto religioso convivono in una singolare simbiosi.
Luca Dalla Bianca, Estetica della Santa Muerte. Le radici del macabro, Edizioni Arkeios, pag. 106, Euro 22,00.
