Insetti e sostanze psicoattive, il nuovo libro di Gianluca Toro
Recensione di Katia Bernacci
Anche se fattori culturali di vario genere possono aver contribuito a sottovalutare l’uso di insetti come sostanze psicoattive nell’antichità, questo non significa che non esistessero pratiche diffuse e poi dimenticate, ma che il nostro modo di interpretare le fonti può essere condizionato da pregiudizi moderni. Lo dimostra il chimico e scrittore Gianluca Toro, che si è già a lungo occupato delle piante e dei terogeni, con il libro “Insetti e sostanze psicoattive” edito dalla casa editrice torinese Yume.
D’altro canto le conoscenze sul rapporto tra esseri umani e sostanze psicoattive si sono ampliate grazie al contributo congiunto di archeologia, etnobotanica e analisi scientifiche. Oggi, resti organici, chimici e genetici costituiscono prove dirette dell’uso di piante, funghi o secrezioni animali con effetti psicoattivi, mentre fonti come testi antichi, mitologia, oggetti d’uso e armamenti offrono indizi indiretti ma pur sempre molto importanti.
Un ruolo decisivo è stato assunto dalla chimica microanalitica, che negli ultimi decenni è diventata una pratica quasi standard. Tecniche come la cromatografia liquida associata alla spettrometria di massa permettono di identificare biomarcatori vegetali o animali anche in tracce minime, intrappolate per millenni nelle porosità dei reperti. Queste analisi hanno confermato interpretazioni che in passato si basavano solo su dati iconologici o mitologici.
Le rappresentazioni artistiche costituiscono un ulteriore campo di indagine: motivi legati alle fonti psicoattive compaiono su oggetti ornamentali, ceramiche, tessuti e arte parietale, talvolta accompagnati dalla raffigurazione degli effetti psicotropi o delle esperienze visionarie. Da tali immagini emerge un linguaggio simbolico che poteva avere sia funzioni decorative sia ruoli rituali o iniziatici.
E’ sicuramente un campo da sondare meglio, e in questo ci aiuta l’instancabile Toro, che spiega come gli insetti considerati psicoattivi possono essere suddivisi in due categorie: quelli che producono autonomamente sostanze con effetti psicoattivi, cioè le fonti primarie, e quelli che acquisiscono tali proprietà dopo aver ingerito piante, funghi o altri organismi contenenti principi attivi, cioè le fonti secondarie.
Alcuni esempi molto vicini a noi potrebbero stupirci: l’essere umano ha utilizzato anche in modo indiretto le sostanze psicoattive accumulate dagli insetti, in particolare attraverso il miele prodotto da api che raccolgono nettare da piante psicotrope, un elemento dal forte valore culturale tradizionale. È plausibile che i mieli psicoattivi siano stati scoperti in epoche molto antiche, forse già in età preistorica, e che la sacralità attribuita alle api e al miele derivi almeno in parte dagli effetti particolari di questi mieli.
Oppure ancora, alcuni gruppi indigeni della California – tra cui Chumash, Gabrielino, Kawaiisu, Kitanemuk, Luiseño‑Juaneño, Miwok, Tubatulabal, Yawelmani e Yokut – utilizzano le formiche rosse come sostanza rituale o medicinale. Queste pratiche coesistono con l’impiego di altre piante psicoattive, come Datura wrightii (toloache) e specie di Nicotiana. Sempre parlando di formiche, nella Physica (1151-1158), la badessa e mistica Ildegarda di Bingen prescriveva di porre giovani formiche e parte del loro nido sul cuore della persona che è “adirata, o mentalmente oppressa, o triste”; in questo modo “riceverà il loro sudore [probabilmente un essudato]” cosicché “avrà una mente calma, sarà felice, e avrà una buona comprensione delle cose in cui è occupato”.
In passato, soprattutto nel Medioevo, si credeva che gli insetti avessero poteri soprannaturali – per lo più malevoli e sempre meravigliosi – a causa del loro grande numero e varietà, le forme considerate non comuni, il comportamento e la metamorfosi. Soprattutto, era diffusa la credenza secondo cui l’ebbrezza, il delirio, la follia o in generale gli stati modificati di coscienza fossero causati dalla presenza di insetti, con essenza demoniaca, nella testa della persona.
Questo tipo di pratiche veniva quindi usato per la guarigione ma anche per la ritualità, che risulta anzi essere la motivazione più sviluppata, come attestato da numerose usi, come quello in Nuova Zelanda di consumare le ali di Danaus plexippus per indurre blandi effetti psicoattivi di breve durata simili a quelli dei funghi psilocibinici.
Gianluca Toro, nel suo originale libro, descrive una lunga serie di insetti, specificando quale fosse il loro utilizzo e le fonti mitologiche e storiche che li riguardano. Un libro imperdibile che ancora una volta fa emergere la casa editrice torinese come protagonista nel panorama degli studi attuali legati a tematiche storiche, antropologiche ed esoteriche.
Gli insetti psicoattivi ci ricordano che la relazione tra esseri umani e sostanze alteranti è molto più antica, complessa e sfaccettata di quanto immaginiamo. In questo intreccio di biologia, cultura e simbolismo, anche creature minuscole hanno lasciato tracce profonde. Riconoscerlo significa ampliare il nostro sguardo sulle vie, spesso inattese, attraverso cui l’umanità ha cercato visioni, guarigione e conoscenza.
