Può l’Ucraina fronteggiare contemporaneamente due superpotenze mondiali?
L’Ucraina combatte sul fronte militare contro Mosca e, contemporaneamente, sul terreno diplomatico contro le pressioni di Washington, due conflitti diversi, ma sempre più intrecciati, che mettono alla prova la capacità di Kiev di difendere la propria sovranità.
C’è una differenza sostanziale tra combattere una guerra e doverla combattere mentre il proprio principale alleato mette in discussione le scelte politiche del Paese che si sta difendendo, è questa la condizione nella quale si trova Volodymyr Zelensky, da una parte la Russia di Vladimir Putin, che continua a rappresentare la minaccia militare diretta all’esistenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina, dall’altra gli Stati Uniti di Donald Trump, il cui rapporto con Kiev si è trasformato in un terreno di pressione politica, negoziati difficili e interessi divergenti.
Non sono due guerre equivalenti, Mosca combatte contro l’Ucraina con le armi, Washington esercita la propria influenza attraverso il peso diplomatico, economico e militare di una superpotenza, eppure, per Kiev, le conseguenze possono convergere, la pressione russa sul campo di battaglia diventa più difficile da sostenere quando la certezza del sostegno americano si indebolisce.
La Russia: una guerra di logoramento
Il conflitto con Mosca rimane il problema fondamentale, la Russia dispone di una massa militare, di risorse economiche e di una capacità industriale che rendono la guerra un confronto di lunga durata, l’Ucraina, pur avendo sviluppato capacità significative nella produzione di droni, nelle operazioni asimmetriche e nella difesa del territorio, deve affrontare una pressione costante sulle proprie forze armate, sulle infrastrutture energetiche e sulla popolazione civile.
In questa guerra, la resistenza non si misura soltanto nei chilometri di territorio difeso o riconquistato, si misura anche nella capacità di proteggere le città, mantenere operative le infrastrutture, reclutare e sostenere i militari, finanziare lo Stato e impedire che il logoramento si trasformi in un cedimento politico.
Il Cremlino può perseguire i propri obiettivi militari anche attraverso una strategia di esaurimento, prolungare il conflitto, aumentare i costi per Kiev e attendere che le divisioni tra gli alleati occidentali riducano la capacità ucraina di resistere, in questo senso, la guerra non si combatte soltanto nelle trincee, si combatte anche sulla tenuta delle società occidentali, sulla continuità degli aiuti e sulla volontà politica di sostenere l’Ucraina nel tempo.
Gli Stati Uniti: il conflitto politico
Il rapporto con Donald Trump apre un fronte di natura diversa, Washington non è un nemico militare dell’Ucraina, resta un attore decisivo per la sua sicurezza, proprio questa dipendenza, tuttavia, rende le tensioni con la Casa Bianca particolarmente delicate.
Quando il presidente americano esercita pressioni su Zelensky affinché accetti un accordo o modifichi la propria linea politica, il problema per Kiev non riguarda soltanto il contenuto delle eventuali concessioni, riguarda anche il margine di autonomia con cui l’Ucraina può sedersi al tavolo negoziale.
Trump può utilizzare la prospettiva degli aiuti militari, la condivisione di informazioni e il peso diplomatico statunitense come strumenti di pressione, Zelensky, dal canto suo, deve evitare che il dissenso politico con Washington comprometta le capacità necessarie a difendere il Paese dalla Russia.
È qui che si trova il paradosso ucraino, per resistere a Mosca, Kiev ha bisogno di partner occidentali, ma per negoziare con questi stessi partner deve poter difendere le proprie priorità nazionali senza che la necessità degli aiuti annulli ogni autonomia decisionale.
Lo scontro con Trump, dunque, non equivale a una guerra tra Stati Uniti e Ucraina, è una competizione politica sul significato della pace, sulle condizioni per raggiungerla e sulla distribuzione dei costi e delle responsabilità che ne deriverebbero. Per Washington, la fine delle ostilità può diventare un obiettivo politico prioritario, per Kiev, un accordo deve anche rispondere alla questione fondamentale delle garanzie contro una nuova aggressione.
Una tregua, infatti, non coincide automaticamente con una pace stabile, senza garanzie credibili, il rischio è che la sospensione dei combattimenti lasci irrisolte le cause della guerra e consenta a una delle parti di prepararsi a un nuovo confronto.
Due pressioni che si alimentano a vicenda
Il punto decisivo è l’intreccio tra i due conflitti, la pressione militare russa riduce il margine negoziale ucraino, l’incertezza politica americana può restringerlo ulteriormente, ogni difficoltà sul fronte militare aumenta l’urgenza di mantenere il sostegno occidentale, ogni tensione con Washington rende più complicato pianificare la difesa nel medio periodo.
La vera posta in gioco non è soltanto quanto a lungo Zelensky riuscirà a resistere, è se, al termine di questa prova, l’Ucraina potrà ancora partecipare alla definizione della propria pace come Stato sovrano, anziché limitarsi ad accettare una soluzione decisa da altri.
