Il continuo slogan elettorale che mortifica le radici della democrazia
Ascoltando le bordate verbali che da destra e sinistra del Parlamento dovrebbero rappresentare gli interessi di tutti i cittadini (così come custodito nella parola democrazia), per me, ex liceale anni 70, saggista & novelliere, c’è qualcosa che stride. Odo frasi brevi e imperative, ma vuote di contenuto.
La dialettica da rissa di quartiere che si consuma tra i banchi della Camera e non solo, alimenta l’impressione che la politica italiana abbia smarrito le sue funzioni storiche: illustrare, argomentare, perseguire l’arte di governare un Paese.
Durante il mezzo secolo della prima Repubblica, noi gente di una certa età, abbiamo canzonato il cosiddetto politichese, quel lessico tortuoso e avvolgente, appioppato ai rappresentanti della classe politica, attraverso il quale, onorevoli e senatori riuscivano a esprimere, convincere, descrivere e poi riavvolgere principi e concetti, programmi e progetti.
Virtuosismi verbali sapientemente declamati nei loro vocaboli complessi, laddove, per inciso, l’obiettivo “convergente & parallelo” era: “farci capire poco, ma spiegando in modo convincente”. Infine, restava l’ultima frase.
Retaggio di una dialettica romana che ha fatto scuola, eredità di quella perentoria “Carthago delenda est!” Pronunciata al Senato romano dal censore Marco Porcio Catone nel 157 a. C. capostipite di formule verbali oggi definite “sound bites”. La loro struttura è deliberatamente progettata per creare consenso immediato, appartenenza e infine: consenso elettorale.
Sul politichese la satira ci marciava su. Elio e le Storie Tese cantavano: Italia si Italia no a Sanremo del ‘96. E ci sguazzavano vignettisti dal pennino arguto che non disdegnavano il Re Nudo. Ma non c’era cattiveria, o perlomeno, non era nell’aria.
Dunque, per quanto criticabile, il politichese presupponeva l’esistenza di un ragionamento sottile, serpeggiante, riconoscibile in una dialettica talora un po’ spocchiosa, imperativa, talvolta sfottò, ma litigiosa e rivoltante no.
Le cose sono cambiate dopo la storia di mani pulite, con tutta una scia di polvere e di sangue ancora da chiarire. Preludio per quel Cavaliere che ha scombinato le carte. Da Berlusconi in poi, il dibattito è salito di tono ed è sceso di stile. La politica ha perso il suo politichese per diventare gossip/magistratura. Come è andata a finire lo sappiamo. Scontro frontale. Ma tra Silvio & Romano nessun insulto che io ricordi
Oggi il problema è diverso: il dialogo si è imbarbarito, sostituito dallo slogan partitico che deve colpire l’avversario senza fare prigionieri. La transizione dal politichese del passato a un linguaggio orientato ai social media ha spinto i leader a privilegiare frasi brevi e a effetto. L’obiettivo primario è diventato la conquista del consenso immediato tramite l’identificazione di un capro espiatorio, a scapito di analisi complesse.
Questo impoverimento nel dialogo politico, ricorre di continuo nel confronto istituzionale, come evidenziato senza se e senza ma, da psicologi e intellettuali, oltre che in alcune analisi della Associazione Magistrati.
Nel confronto imperversano aggettivi, sostantivi e formule brevi, aggressive e altisonanti, studiate per essere rilanciate nei telegiornali e sui social. “Inaccettabile”, “vergogna”, “populista” “emergenza”, “fascista”, “tornate a casa”, “state tradendo gli italiani”, per non parlare dell’immancabile “è o non è costituzionale”. Aforismi politici che turbano l’emotività ma non aiutano a comprendere contenuti o individuare soluzioni.
Su questi “sound bites” i giornali di partito si tuffano e poi rilanciano con fiumi di tizzoni puntati sul rosso o sul nero, pur di far saltare il banco delle tifoserie, e tutto si moltiplica in un effetto domino che turba gli equilibri di valutazione.
La politica ha adottato il codice del marketing e gli head line son sempre quelli: “senza mettere le mani nelle tasche degli italiani”, “cambiamento epocale”, “sulla pelle dei cittadini”, “non accettiamo lezioni da nessuno”…
Non si cerca più l’argomentazione, ma di conquistare o demolire attraverso parole d’ordine che non richiedono particolari sforzi al ragionamento. L’obiettivo non è far meglio dell’avversario né informare i cittadini, ma mobilitare la propria gente.
Il risultato delle chiassate che poi passano in tv, è un progressivo incancrenirsi del dibattito pubblico che si sposta sui talkshow e spesso nelle piazze innervosite: botte; vetrine rotte; “Stato di polizia; clima di intimidazione”.
Le eleganti sfumature della dialettica si sono equiparate al livello culturale che trasuda dai nuovi volti di una certa politica. La comunicazione scivola in antitesi, il contraddittorio a denigrazione reciproca. Ogni proposta diventa una minaccia, ogni dissenso una colpa, ogni antagonista un nemico da delegittimare.
Non è soltanto una questione di stile. È una questione di qualità democratica. Poiché il linguaggio si semplifica fino a trasformarsi in un botta e risposta di basso profilo, anche il pensiero si impoverisce. E quando il pensiero si impoverisce, i cittadini ricevono meno strumenti per comprendere le scelte che incidono sulla loro vita.
Viviamo una stagione difficile, segnata da conflitti sanguinosi, crisi economiche, tensioni internazionali, trasformazioni etiche e sociali profonde. Proprio per questo servirebbe una politica rassicurante, capace di parlare agli italiani con chiarezza, rigore e senso delle istituzioni così come richiamato dal Presidente Sergio Mattarella. Meno propaganda permanente, meno parole usate come armi contundenti, meno campagne elettorali senza fine.
Noi cittadini succubi e colpevoli, non ce la facciamo più a tollerare i battibecchi e gli slogan più eclatanti, ma aspettiamo idee lungimiranti e solide nei settori dell’ambiente e dell’energia, dell’economia e del lavoro, del diritto alla salute e alle pari opportunità, della sicurezza interna e di un programma di politica estera che rappresenti il Paese.
Sono priorità che stanno aspettando una svolta, una concordia che tenda a una politica di unità nazionale, pur senza rinunciare a una corretta dialettica. In parole semplici: non caciara, ma politica (arte del governo), nel vero senso stretto e nobile della parola.
In conclusione cultural-musicale, nel 1979, Francesco de Gregori scriveva e musicava Viva l’Italia, un capolavoro che ancora oggi dovrebbe ispirare tanto la responsabilità di chi delibera e relaziona, quanto un amor di Patria che da qualche parte manca.
Carlo Mariano Sartoris
© 2026 CIVICO20 NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF

😢😢😢
L’unico vero interesse dei politici è rimpinguare le loro tasche ben consapevoli di non poter, voler fare nulla di significativo. Probabilmente non ne sono neppure in grado e allora si buttano sulle parole, tante e spesso inutili o incomprensibili come quelle della Schlein e company. Abbiamo dei ciarlatani a destra e a manca e la cosa buffa è che sono pure votati dal popolo. Popolo che si comporta allo stesso modo. Quante persone pare che nel cervello abbiano aria fritta e si atteggiano a illuminati. Ormai credo che non potremo cambiare più una realtà fatta solo di fuffa e di gente che non vuole prendersi responsabilità per alcunché. Triste fine di un popolo che forse un tempo lontano aveva delle indubbie qualità.
Purtroppo caro Sartoris, non è solo il linguaggio da trivio che caratterizza i nostri politicanti, ma la pochezza del pensiero, l’inesperienza, la mancanza di cultura e il tirare a giornata. Sono esseri spregevoli, infatti ostacolano l’introduzione delle preferenze nella riforma elettorale pertimore di venire surclassati e emarginati.Per dirla con Ugo La Malfa sono “misserabbili”
Condivido il pensiero di Francesco Rossa!