Il presidente ucraino alza il tono contro Washington, rivendica il controllo sulle raffinerie russe e sulle rotte del carburante, ma in geopolitica la fermezza ha un prezzo, soprattutto quando il proprio Paese dipende dal sostegno della maggiore potenza occidentale.
C’è un limite sottile tra difendere con determinazione gli interessi del proprio Paese e sfidare apertamente la potenza dalla quale dipende una parte decisiva della propria sopravvivenza militare, Volodymyr Zelensky, nelle sue ultime dichiarazioni, sembra intenzionato a spingersi sempre più vicino a quel limite.
Oggi 12 ottobre, intervenendo al Warsaw Security Forum, il presidente ucraino ha contestato l’intesa annunciata da Donald Trump con Vladimir Putin per la fornitura di diesel russo, arrivando a proporre a Washington un accordo alternativo con Kyiv, e ha pronunciato parole che non possono passare inosservate:
«Noi influenziamo se queste navi si muovono. Noi decidiamo se le raffinerie di petrolio funzionano».
Non è soltanto una critica alla politica energetica americana, è una dimostrazione pubblica della leva strategica che l’Ucraina ritiene di possedere sulle esportazioni russe, Zelensky ha sostanzialmente ricordato alla Casa Bianca che gli attacchi ucraini possono incidere sulle infrastrutture petrolifere di Mosca e sulla disponibilità del carburante.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: con quale margine di manovra può permettersi Kyiv di contrapporsi a Washington?
TRUMP NON È UN INTERLOCUTORE QUALSIASI
Gli Stati Uniti non sono un alleato qualsiasi, sono una potenza militare, economica e tecnologica il cui sostegno ha un peso determinante nella capacità dell’Ucraina di continuare la propria difesa, armi, intelligence, risorse finanziarie e influenza diplomatica rappresentano elementi che nessuna dichiarazione pubblica può sostituire.
Per questo il tono scelto da Zelensky merita una riflessione, il presidente ucraino può legittimamente contestare le decisioni di Trump, denunciare le concessioni a Mosca e chiedere garanzie per la sicurezza del proprio Paese, ma una cosa è avanzare richieste, un’altra è presentare la propria capacità di colpire le infrastrutture russe come una leva con cui condizionare le scelte della Casa Bianca.
Trump ha annunciato un’intesa per favorire le forniture di diesel russo e ha chiesto di fermare gli attacchi alle raffinerie, Zelensky ha risposto contestando la scelta americana e sostenendo che un accordo energetico dovrebbe garantire anche la protezione della rete elettrica ucraina.
La sua posizione è chiara, se Mosca smette di colpire l’energia ucraina e Kyiv ottiene garanzie adeguate, anche gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe possono cessare, evidente che Zelensky sta rivendicando un potere negoziale che intende far pesare nel confronto con Washington.
«L’UCRAINA NON SI UMILIERÀ»: UNA FRASE CHE HA UN PREZZO
Zelensky ha ribadito anche un altro concetto: l’Ucraina è pronta a negoziare, ma non intende umiliarsi.
È una frase efficace sul piano politico, nessun Paese aggredito dovrebbe essere costretto a rinunciare alla propria dignità per ottenere un accordo, ma la dignità nazionale non esime un governo dal valutare con attenzione i rapporti di forza e le conseguenze delle proprie scelte.
La diplomazia non consiste soltanto nel dichiarare ciò che non si è disposti ad accettare, consiste anche nel capire quali obiettivi siano raggiungibili, quali compromessi siano sostenibili e quali alleanze vadano preservate per evitare che una posizione negoziale si trasformi in isolamento.
Zelensky sa che gli Stati Uniti hanno interessi propri, che non coincidono necessariamente con quelli ucraini in ogni circostanza, Trump guarda anche ai prezzi dei carburanti, alle esigenze degli elettori americani e alla possibilità di raggiungere intese con Mosca, Kyiv, invece, teme che l’allentamento delle restrizioni sul petrolio russo possa garantire nuove entrate al Cremlino.
Il conflitto tra queste priorità è reale, ma trasformarlo in una prova pubblica di forza rischia di rendere più difficile proprio quella collaborazione di cui l’Ucraina ha bisogno.
CHI DECIDE DAVVERO?
Quando Zelensky afferma che Kyiv influenza il movimento delle navi e il funzionamento delle raffinerie, rivendica una capacità concreta di colpire il sistema energetico russo, non significa, tuttavia, che l’Ucraina controlli unilateralmente tutte le rotte commerciali o possa decidere da sola quali forniture raggiungano il mercato americano.
È qui che la retorica deve incontrare la realtà.
L’Ucraina può rendere più costose e rischiose determinate attività russe, può esercitare pressione militare, può costringere Mosca a impiegare risorse per proteggere le proprie infrastrutture, ma la capacità di infliggere danni non equivale automaticamente alla capacità di imporre la propria volontà a una grande potenza.
E soprattutto, le conseguenze di uno scontro con Washington non ricadrebbero soltanto su Zelensky, potrebbero incidere sulla popolazione ucraina, sulle forniture militari, sulla ricostruzione e sulle prospettive di una soluzione diplomatica.
Un leader responsabile deve considerare non soltanto ciò che può fare, ma anche ciò che rischia di provocare.
