Nella tarda mattinata di ieri, la Camera dei deputati, ha approvato con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti la legge elettorale. La proposta di legge recante “disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata unitariamente dai gruppi di maggioranza a prima firma del capogruppo di FdI Galeazzo Bignami, ha dunque retto al voto segreto dell’aula.
Durante le dichiarazioni di voto, i gruppi di maggioranza FdI, FI, Lega e Nm hanno annunciato il proprio voto favorevole, mentre hanno dichiarato contrarietà tutti gli altri gruppi: Pd, M5s, Avs, Iv, Az, +Eu e anche Fn.
La proposta di legge, approvata in prima lettura alla Camera, verrà ora trasmessa al Senato. Al termine delle dichiarazioni di voto, i deputati e le deputate dei gruppi di opposizione hanno sollevato cartelli in aula con su scritto: “Meloni ha fallito”; “la maggioranza non esiste più, a casa!”; “legge elettorale uguale legge truffa”. La solita bagarre.
“Giorgia Meloni ha detto che dopo l’approvazione della legge elettorale alla Camera avremmo fatto una riflessione e faremo una riflessione”. Lo ha detto il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli ai giornalisti che gli chiedono se la maggioranza proverà a inserire le preferenze, bocciate a Montecitorio, in occasione del passaggio della legge al Senato.
Se ne parlerà a settembre e lo scenario è aperto.
La bocciatura dell’emendamento assai pasticciato sul voto di preferenza, ci ha regalato l’immagine dell’esaltazione del c.d campo largo, alla Camera dei deputati, unita alle dichiarazioni trionfalistiche dei sinistrorsi. Costoro invitano la Meloni a salire al Colle per dimettersi e si dicono pronti per aprire una campagna elettorale, senza esclusione di colpi.
Gli ignorantelli dimenticano che è il Presidente della Repubblica che può accettare o respingere le dimissioni di un governo e poi decidere se dare il reincarico al presidente dimissionario, o nominarne un altro. Ultima ratio le elezioni anticipate.
Ma è troppo pretendere che la multi-gender Elly Schlein e il suo compagno riottoso Giuseppì comprendano le finezze costituzionali.
Per capire la consistenza della proposta politica che la Sinistra vorrebbe sottoporre al voto degli italiani, è necessario tornare a quel che è successo a Napoli nelle scorse settimane, ove il campo largo ha mostrato tutti i suoi limiti: piazza debole, sinistra divisa, assenza di centro e poche soluzioni concrete, rendono fragile l’alternativa.
La piazza non perdona, anche quando è molto larga. Non c’è spazio per tutti a sinistra, anche se si sceglie di andare in luoghi aperti e capienti. La battaglia per vedere chi salirà sul palco resta uno dei grandi limiti delle forze progressiste. Quello che è accaduto a Napoli non è tanto rilevante sul piano del futuro della competizione elettorale, che verrà combattuta, forse tra circa un anno, ma individua il più grande limite del cosiddetto campo largo: l’incapacità di essere inclusivo oltre ogni confine, soprattutto a sinistra.
La manifestazione semi deserta che avrebbe dovuto funzionare da lancio della futura coalizione di governo, partendo dalla città che ha visto sottoscrivere il patto con cui il Partito Democratico e i Cinque Stelle hanno deciso, oltre tre anni fa, di avviare un percorso comune, ha tirato fuori la vera contraddizione politica dei protagonisti. Ognuno di loro si sente l’erede della tradizione del vecchio Partito Comunista e della sinistra storica, salvo poi scoprire che non si è mai abbastanza di sinistra per quelli di sinistra veri. O presunti tali.
Cercare la legittimazione in certi ambienti è praticamente inutile, tenuto conto che le spinte antisistema che movimenti come Potere al Popolo fomentano sono talmente forti da rendere praticamente inutile ogni tentativo di gestione democratica del Paese.
L’effetto di quella piazza, infatti, non solo toglie qualunque speranza di avere il consenso delle frange estreme, ma spaventa profondamente anche l’elettorato moderato che non si sente sicuramente a suo agio se viene rappresentato da leader che dovrebbero garantire maggiore equità, ma che vengono apertamente contestati da quelli che dovrebbero essere i loro primi sostenitori.
Aprire i confini a tutti da una parte e rasserenare il ceto medio dall’altra è un’operazione impossibile. Così come è impossibile offrire condizioni di lavoro migliori senza mettere in difficoltà l’intera economia. Impossibile perché, banalmente, manca un progetto credibile che non si limiti all’aumento degli stipendi, che verrebbe mangiato immancabilmente dall’incremento dell’inflazione. Questo campo largo ha riflettuto poco, perchè marcia a vista cogliendo le suggestioni di attori screditati.
Non ha una strategia definita, se non l’opposizione al governo; manca una chiara visione della società, in termini economici e sociali, da declinare con forza anche contro chi non ne vede i benefici.
Il punto non è inseguire gli slogan delle piazze e aprirsi al dialogo. Il punto è offrire soluzioni di governo concrete ai disagi che alimentano il dissenso.
E in questo momento, sicuramente, da quelle parti mancano le soluzioni, non gli slogan.
Da mesi, puntando alle elezioni è in corso una lotta di potere tra Elly e Giuseppì che ultimamente vuole presentarsi come anti-atlantista, per far dimenticare l’indole che ha mostrato quand’era presidente del Consiglio; essere servile con i potenti e canaglia con i deboli. Così con i massici investimenti in armamenti, seguendo pedissequamente i diktat di Trump e contestualmente con la repressione dei No Vax.
Ognuno tira l’acqua al proprio mulino, ma all’elettore non interessa la lotta per il potere.
Poi ci sono i cespugli centristi. Li si tiene fuori dalle fotografie ufficiali per non spaventare gli estremisti, sempre presenti. Ma anche per gli assenti, le scelte per il futuro, nascono a colazione. Così si ripropone anche per loro, il richiamo della foresta e, non avendo espresso l’intenzione di darsi una rappresentanza autonoma, fingendosi sordi e muti saliranno sul carrozzone delle estreme, in cambio di un collegio sicuro.
E’ la ballata degli interessi più meschini. Conte che combatte la Schlein, i centristi che tacciono per poter incassare, Fratoianni e Bonelli, i parenti poveri che pretendo non solo briciole.
Quale sarà il futuro di questo palco è abbastanza evidente. L’attuale coalizione degli estremisti, senza un centro forte, non è minimamente in grado di offrire un’alternativa di governo credibile. Se il campo largo vuole vincere, sicuramente non può farlo con una piazza del genere. Non può permettersi di apparire estraneo al popolo a cui guarda, ancor più di quanto già lo sia.
Rigettare integralmente il tema della difficoltà dell’integrazione degli immigrati da una parte, e tenere in piedi il sistema economico attuale dall’altra, mette il campo largo in una condizione di equidistanza da posizioni elettoralmente vantaggiose.
Il modello presuppone il dialogo, sì, ma nelle scelte di fondo — e su questo hanno ragione i contestatori della piazza — mantiene un profilo di equilibrio e non radicale.
In pratica, lo stesso che accadrebbe andando al governo. Ed è perciò utile per quei leader essersi resi conto di non poter essere, insieme, invisi alla sinistra estrema e inaffidabili per il centro. Si resta in un limbo elettorale insufficiente a sconfiggere le forze moderate. Non è un caso che su quel palco mancasse una vera voce moderata e che, nonostante ciò, la contestazione sia stata così dura.
Perciò, o si decide di far fuori quelle frange estreme che non hanno altro obiettivo che la contestazione integrale del sistema, e quindi si va verso un riformismo che, seppure di matrice progressista, dialoga con altri riformisti di centro, oppure si è condannati a inseguire i massimalisti, perdendo contemporaneamente sia i loro voti sia quelli dei moderati.
Serve a questo campo largo una riflessione profonda sui programmi (ma quali programmi?) e sui contenuti, che non sia solo occasionale e fatta di dichiarazioni di facciata, ma che abbia una profonda capacità di lettura della società, dello stato generale dell’economia del nostro Paese e del nostro continente, e che proponga ricette molto più ambiziose del semplice incremento di qualche euro del salario orario.
Il fatto, poi, di voler utilizzare la Costituzione nel logo elettorale per fare consenso manifesta limiti enormi. Non si possono difendere le regole e basta, senza avere un’idea precisa di dove portare il Paese.
Ed è esattamente quello che appare chiaro a tutti: un’unione del tutto occasionale, legata all’occasionale debolezza della coalizione di centrodestra, che però sta mutando pelle, trasformandosi sempre di più in un luogo in cui l’elettorato moderato tende a radicalizzarsi a destra, proprio perché non trova sbocco alle proprie esigenze in una gestione rinunciataria dei problemi.
Se quel patto doveva sancire l’inizio di qualcosa, è probabilmente l’inizio di una riflessione profonda che porterà tutti questi leader a doversi rimettere in discussione, ma i segnali non si sono visti. Andando avanti così, altro che vincere le elezioni. Più si sbraitano slogan lontani dal comune sentire, più si spiana la strada al trionfo di Giorgia Meloni.

Il Campo largo? Si sta facendo molto male con le sue mani. Peccato vederlo scomparire era pur sempre un avversario che portava allegria e tante risate
Riderà bene chi riderà per ultimo