Antonio Polito è un intellettuale sui generis capace di spaziare dalla politica alla letteratura, dalla storia istituzionale alla ricerca esistenziale, dalla cronaca alla visione sociologica. Ed è probabilmente questa sua duttilità, questa sua capacità di guardare il presente su piani diversi, che gli ha impedito di farsi irretire dalla rigidità ideologica e di sfuggire -lui uomo di sinistra- alle mitologie di quella parte politica.
È appunto col suo ultimo libro La costituzione non è di sinistra (Mondadori, 2026) che Polito evidenzia un fatto ormai conosciuto da molti secondo cui anche la Costituzione repubblicana del 1948 è stata vittima della cleptomania di sinistra, una patologia per cui tutto ciò che serve alla sua causa viene da essa indebitamente appropriato sul piano politico e culturale.
Abbiamo già ricordato più volte due altre illustri vittime di questa malattia ideologica: la Resistenza e la Liberazione, che sono state sottratte al patrimonio storico della nazione e trasformate in vessilli politici prima dal PCI e dalle altre forze assimilate, e poi dal PD e dalla varietà di sigle vicine: dall’ANPI ai ProPal, dai neocomunisti ai Flottillanti, dalla CGIL ai centri sociali.
Polito esamina con cura scientifica quel fenomeno di appropriazione, ma pone anche alla nostra attenzione tutta una serie di fatti ed eventi che sfuggono alle narrazioni correnti che vogliono la Costituzione come un totem, una tavola della Legge, un monumento di bronzo da erigere al centro della nostra agorà democratica e da venerare in devozione perpetua difendendolo da ogni critica e da ogni legittimo tentativo di revisione. Il recente episodio referendario è significativo di questa mentalità, più reazionaria che conservatrice, dove ogni spinta innovativa è paragonata all’eresia e come tale trattata.
Il libro, attraverso una scrittura rigorosa ma anche giornalisticamente scorrevole, propone un’accurata ricostruzione storica dei lavori dell’Assemblea costituente che tra il 1946 e il 1947 – prima attraverso la Commissione dei Settantacinque presieduta da Meuccio Ruini, e poi dalla Plenaria – portarono al testo definitivo entrato in vigore il primo gennaio1948. E qui emergono molti elementi interessanti.
Innanzitutto, il carattere compromissorio della Costituzione. Non un testo voluto unanimemente da tutte le forze politiche di allora, bensì un testo faticosamente assemblato sulla base di opinioni e aspirazioni divergenti: da un lato il mondo cattolico espresso dalla Democrazia Cristiana, soprattutto nelle sue componenti di sinistra (Giuseppe Dossetti, “pesce rosso nell’acqua santa” secondo la spiritosa definizione di Raffaele Romanelli, e Giorgio La Pira e Amintore fanfani rappresentanti del cristianesimo sociale); dall’altro l’universo socialcomunista dei Togliatti, dei Terracini, dei Basso, dei Giolitti, dei Nenni, dei Pajetta, dei Pertini; e poi, decisamente minoritaria, la componente laico-liberale dei Calamandrei, dei Bozzi, dei Lussu, dei La Malfa, degli Einaudi, dei Parri. Per tacere dei numerosissimi altri, comunque collocabili in una delle tre grandi componenti.
Una quantità di illustri uomini di studio e di azione che trovarono una qualche forma di intesa e di collaborazione sulla prima parte del testo costituzionale, quello contenente i principi e i valori fondanti del nuovo stato, ma che poi, dopo il giugno 1947 (estromissione dei partiti di sinistra dal governo e rottura dell’unità antifascista), si divisero sull’assetto istituzionale della neonata repubblica: ognuno dei due grandi schieramenti fu assalito dalla paura che, qualora avesse vinto “l’altro”, la propria parte potesse essere bandita dal gioco democratico. Augusto Barbera coniò in seguito l’espressione “il18 aprile dell’altro”, data in cui il fronte moderato vinse le elezioni del 1948 e aumentò il timore delle sinistre di essere escluse dalla vita politica.
Da quel momento le forze costituenti concordarono silenziosamente sulla necessità di indebolire il potere esecutivo rappresentato dal Governo della Repubblica attraverso un percorso opposto a quello mussoliniano del 1925 con cui il Duce accentrò in sé il potere esecutivo, creando così i presupposti di quei governi deboli ed effimeri che caratterizzarono tanti decenni della nostra successiva vita repubblicana. Di qui, secondo Polito, i problemi contemporanei di governabilità per il nostro paese, problemi ricondotti da Augusto Barbera, autorevole giurista di sinistra, in quattro criticità essenziali che ancora oggi allontanano l’Italia dalla forma di governo parlamentare: un illogico bicameralismo perfetto che porta con sé lungaggini e complessità, le regole per la formazione dei governi che prevedono una fiducia preventiva, la debolezza del Presidente del Consiglio nel determinare l’agenda parlamentare, l’incertezza relativa alla decisione sul ricorso anticipato alle urne.
Di qui anche il “feticismo costituzionale” che affligge la sinistra con il suo rifiuto di ogni cambiamento della Carta, ma anche le sue innumerevoli contraddizioni di cui l’autore offre molti esempi, come la diffidenza verso una magistratura chiusa in sé stessa, autocefala, diffidenza che emerge dai lavori della Costituente e ben lontana dall’esaltazione odierna della sua indipendenza, come emerso nella recente occasione referendaria. Una posizione, questa, adottata dalla sinistra attuale, dimentica dell’ostilità che in sede costituente i comunisti manifestarono verso un giudice talmente libero e autonomo da produrre una “legislazione giudiziaria” totalmente aperta all’innovazione e in grado di sovrastare, e magari contrastare, la sovranità polare espressa nella legge. Una visione, quella della “lettura progressiva” della Carta, avallata sin dalla prima sentenza della Corte costituzionale nel 1956 e di cui fu relatore Gaetano Azzariti che, sotto il Fascismo, aveva aderito al Manifesto della Razza e presieduto lo stesso Tribunale della Razza. Ed è appena il caso di ricordare come Togliatti e il PCI si schierarono nettamente contro l’istituzione della stessa Corte costituzionale in quanto potenzialmente nemica della volontà popolare espressa dal Parlamento con le sue leggi.
La sinistra si è avvolta in un “patriottismo costituzionale” (che diventa anche, nelle parole di Polito, “conservatorismo costituzionale”), un conservatorismo che rifiuta ogni modifica della Carta che non provenga da sé stessa, indicandolo sempre come uno sfregio alla democrazia e dimenticando che la Costituzione “più bella del mondo” non fu però mai sottoposta al giudizio del popolo; ma soprattutto dimenticando che gli stessi costituenti previdero e auspicarono successive modifiche al testo da loro creato, adeguandolo alle nuove realtà politiche e sociali che si fossero presentate in futuro, idea oggi quasi sempre respinta dalle sinistre.
Un tema particolarmente interessante fu la contrapposizione, sempre in sede di Costituente, fra chi voleva una Costituzione programmatica e chi la voleva invece regolatrice del presente: i primi tendevano a riempire il testo di aspirazioni politiche e sociali, trasformandola in una “carta dei diritti dell’uomo”; i secondi (Calamandrei, Bozzi, Ruini) avrebbero voluto limitarsi a norme di attuazione immediata sul funzionamento delle istituzioni relegando le dichiarazioni di principio in un semplice preambolo. Prevalse il primo indirizzo che produsse cinquantaquattro articoli su cento trentanove, una vera e propria “inflazione costituzionale”, ma che, pervaso di aspirazioni non immediatamente realizzabili, costrinse i costituenti a rinviare la realizzazione di quei principi tramite leggi future e ordinarie, accentuando ulteriormente la separazione fra principi e norme e arrendendosi ad una “cultura del rinvio” che rese la nostra Carta in molte parti inattuata e generando poi il mito della “Costituzione tradita”.
Prevalse, nel compromesso ideale della prima parte, una sintesi fra cattolicesimo sociale e socialcomunismo, sintesi caratterizzata da una sostanziale mentalità antiborghese e anticapitalista originando così una Costituzione scritta, come fu detto, “metà in latino e metà in russo”.
Polito nota poi come per la Costituzione “di sinistra” i diritti diventino “insaziabili”, moltiplicandosi e diversificandosi: diritto all’identità sessuale, alla libertà sessuale, alla privacy, all’ambiente, all’aborto, all’abitazione, all’immigrazione e molto altro, chiedendo ai giudici di essere “creatori di diritti” e non solo garanti di essi. Un atteggiamento opposto a quello dei costituenti di sinistra, come detto sopra, e che costituisce, nelle parole del giornalista, “un estremo tentativo di appropriarsi della Costituzione”. Ignorando il fatto che non tutti i desideri individuali devono necessariamente trasformarsi in diritti soggettivi e non tutti i diritti soggettivi devono necessariamente assumere il rango di diritti fondamentali.
Un ultimo aspetto che Polito ci propone è quello della “Costituzione sgradita” che si contrappone, ma in qualche misura anche si avvicina, a quello della “Costituzione tradita”. La propaganda e la faziosità di una parte della politica hanno cioè esaltato alcuni precetti costituzionali, ma hanno anche messo in ombra altri precetti, o ignorandoli o leggendoli in maniera incompleta.
E qui gli esempi sono molti: il presunto pacifismo dell’articolo 11, ma anche il “sacro dovere” della difesa della Patria e il servizio militare obbligatorio nell’articolo 52; i grandi diritti fondamentali ma anche la loro possibile limitazione, o soppressione, nello stato di guerra o di grave pericolo per l’esistenza dello stato; la libertà di associazione in partiti e sindacati ma anche la loro gestione con “metodo democratico” e la loro regolamentazione con legge, cosa peraltro del tutto inattuata; le ambiguità circa il potere presidenziale di scioglimento delle Camere e i gravi limiti dei poteri del capo del Governo. Tutti aspetti su cui le forze politiche, ma in particolare quelle di sinistra, hanno preferito e preferiscono tacere.
Un libro quindi, quello di Polito, che tende smascherare molta della mitologia che avvolge la nostra Carta fondamentale, una mitologia i cui aspetti retorici e celebrativi nascondono spesso interessi di parte, lacune interpretative, carenze giuridiche. Una Costituzione figlia della sua epoca che necessiterebbe di quelle revisioni auspicate dai suoi stessi autori, ma che ostinatamente – e soprattutto da una certa parte politica – si vuole mantenere immutabile, al riparo da ogni possibile riformismo. Non per amore di una costruzione certamente alta e nobile, ma probabilmente solo perché un suo mutamento toccherebbe troppi interessi consolidati e assai meno nobili. E anche una buona dose di ipocrisia della politica e della cultura contemporanea.
